Elezioni Lombardia Leu Onorio Rosati
12 Gennaio Gen 2018 1944 12 gennaio 2018

Elezioni in Lombardia, LeU correrà da sola: candidato Rosati

L'assemblea regionale del movimento guidato da Pietro Grasso ha deciso che alle Regionali lombarde il partito non farà una coalizione col Pd.

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Liberi e uguali dice no a Giorgio Gori. A nulla sono valsi appelli e trattative. L'assemblea lombarda di LeU si è chiusa con una fumata nera: la sinistra ha candidato alla guida della Regione l'esponente di Mdp Onorio Rosati gelando così le speranze Dem di un aiuto al candidato renziano, nel difficile tentativo di rimonta al centrodestra.

TENSIONE DOPO IL "NO" A GORI. Nel Lazio i giochi sono invece ancora aperti e sembrano portare verso un accordo: l'assemblea locale di LeU ha dato mandato a Pietro Grasso, presente in sala, di trattare con Nicola Zingaretti sulla coalizione. Ma il "niet" a Gori alza la tensione a sinistra. E anche il premier Paolo Gentiloni, senza andare allo scontro, apre la sua campagna elettorale rivendicando un primato al Pd: «Noi siamo la sinistra di governo, non ce n'è altri».

LAFORGIA: «SIAMO NOI LA SINISTRA». Il "no" in Lombardia era nell'aria. E il candidato Dem Gori ne prende atto, chiarendo che dovranno essere gli esponenti di LeU a spiegare perché hanno deciso di andare divisi, rinunciando alla speranza di battere la destra, dopo il ritiro di Roberto Maroni. «Siamo dalla parte giusta», ha rivendicato davanti ai delegati lombardi il capogruppo Mdp Francesco Laforgia. «Non ci faremo dire che usciamo dal centrosinistra perché il centrosinistra non esiste senza la sinistra». Una standing ovation ha accolto la candidatura di Onorio Rosati chiudendo i giochi col Pd.

MANDATO A GRASSO PER TRATTARE CON ZINGARETTI. In contemporanea, invece, a Roma gli esponenti laziali di LeU hanno dato mandato a Grasso, che con la sua presenza in sala si è fatto garante, di verificare con Zingaretti le condizioni di una alleanza elettorale, sulla base di alcune questioni programmatiche e politiche. Perché, come ha ribadito Laura Boldrini, «non si possono fare alleanze solo 'contro'». La presidente della Camera ha condizionato un'alleanza post voto con il Pd a un «cambiamento di rotta» e frena anche su una possibile intesa con i Cinque stelle.

GRASSO: «VEDREMO LE PROPOSTE». «È stata un'assemblea molto ricca di contributi. Ho avuto un mandato preciso che cercherò di svolgere nel modo migliore incontrando il presidente Zingaretti. Ho avuto un mandato su temi precisi. Noi facciamo un problema di politiche non di uomini, poniamo un problema politico su punti ben precisi. Chi accetta quei punti noi lo appoggiamo», è stato il commento del leader di LeU Pietro Grasso, al termine dell'assemblea regionale del Lazio.

RENZI: «È IL PARTITO DI D'ALEMA». Ma sui rapporti a sinistra e sulle speranze di ritrovarsi dopo il 4 marzo, è lapidario Matteo Renzi: «Che andiamo divisi alle politiche è già una risposta», ha detto. E già di primo mattino non si è mostrato affatto ottimista su un'intesa con gli ex compagni di partito: «Se c'è l'alleanza è un fatto positivo. Ma non sono in grado di influenzare un partito che notoriamente non mi ama. È il partito di Massimo D'Alema e nessuno si stupirebbe se si scoprisse che è vero che D'Alema ha detto di volermi far fuori...».

CRITICHE DI GENTILONI ALLA SINISTRA. Toni più istituzionali sceglie il premier Paolo Gentiloni, con il suo primo appuntamento di campagna elettorale davanti agli amministratori Pd riuniti al Lingotto di Torino. Dopo un affondo a Roma sulla gestione del Campidoglio, dal Piemonte il premier ha suonato la carica di una sinistra che, al governo, può vantare risultati «straordinari» sull'immigrazione e nell'aver «portato il Paese fuori dalla crisi».

GENTILONI: «NO ALLA SINISTRA CHE HA PAURA». E, auspicando una coalizione che includa anche la Bonino, rivendica al Pd i tratti di una sinistra «di governo», diversa dalla sinistra che del governo «ha paura» e tende a «rifugiarsi nel cantuccio» di idee del passato. Un esempio? Accusare il Jobs act dei problemi del lavoro, quando il problema è «epocale, europeo e mondiale». Il premier ha invitato il Pd a fare una campagna elettorale giocata sulla «credibilità», sulla capacità di dare «speranza» e anche sulla «ambizione» di proporre ancora una proposta di «cambiamento» per il futuro.

«NO A CHI VENDE FUMO». A partire dai risultati raggiunti. Senza inseguire le proposte degli altri su temi come l'immigrazione ("No a chi vende fumo") o l'Europa: «Siamo convintamente europeisti, le elezioni», ha detto forse alludendo a Macron «si vincono su questo discrimine». Ma un nemico contro cui il Pd lotta è anche l'idea che nessuno possa vincere e si vada verso le larghe intese (magari con Gentiloni premier): «In gioco c'è il futuro. La vittoria conta» se il Pd vuole avere voce in capitolo e se il Pd non vince «non ci sono sconti».

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