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18 Gennaio Gen 2018 1000 18 gennaio 2018

Rifiuti radioattivi, l'eterna attesa per un deposito nazionale

In Italia manca ancora un sito unico di stoccaggio, richiesto dall'Unione europea. Calenda dice che la carta per individuarne uno sarà pubblicata a breve, ma le elezioni alle porte sono un ostacolo.

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Qualche settimana fa, su Twitter, commentando una intervista concessa dal ministro Carlo Calenda al suo quotidiano, Stefano Agnoli, caporedattore del Corriere della sera, si chiedeva: «E cosa accadrebbe se venisse pubblicata la famigerata Cnapi (deposito rifiuti nucleari) che elezioni dopo elezioni resta nel cassetto?». Al tweet rispose lo stesso ministro. Diceva Calenda: tranquilli, la Cnapi sarà pubblicata prima delle elezioni. Ma cosa sta a indicare questo acronimo tanto controverso?

90 MILA METRI CUBI DI RIFIUTI. Cnapi sta per carta nazionale delle aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito nazionale unico dei rifiuti radioattivi. L’Italia ha infatti sul suo territorio 90 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, derivanti innanzitutto dalle centrali nucleari dismesse dopo il referendum sul nucleare e poi dalle attività industriali, della ricerca e della medicina: basti pensare ai guanti usati dai tecnici per fare le radiografie, alle stesse radiografie, e persino ai rilevatori di fumo che si trovano nelle stanze di albergo, perché ognuno ha un po’ di americio (AM 241), che è radioattivo. Ci sono poi altre migliaia di metri cubi di rifiuti derivanti dalla bonifica di impianti contaminati accidentalmente. Questi rifiuti oggi sono sparpagliati per la penisola, in depositi diversi o persino in spazi di stoccaggio interni degli ospedali.

UN DEPOSITO OGNI 100 KM. In alcune regioni – quelle che fino al 1987 ospitavano centrali nucleari, ovvero Lazio, Lombardia, Piemonte – di depositi ce ne sono diversi. Si calcola che gli italiani abbiano un deposito ogni 100 chilometri circa. Li gestiscono imprese private, oppure l’Enea, oppure la Sogin, azienda di Stato responsabile del cosiddetto decommisioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi, compresi quelli prodotti dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare. Qualche volta la popolazione si accorge di vivere vicino a questi depositi. L’estate scorsa per esempio a Saluggia, in provincia di Vercelli, da un deposito di rifiuti nucleari ci fu una perdita d’acqua da un pozzetto all’interno dell’impianto. Immediate le verifiche di Arpa ed Ispra e le rassicurazioni alla popolazione ma anche le polemiche politiche, per l’età dell’impianto e le sue condizioni generali.

L’idea di un deposito unico per stoccare questi rifiuti e gestirli in sicurezza con criteri unitari e possibilmente moderni viene da una direttiva europea (la direttiva Euratom 2011/70 del Consiglio europeo) e l’Italia è già in ritardo e inevitabilmente in procedura di infrazione. Due anni fa la Sogin convocò addirittura i giornalisti in un corso che offriva crediti formativi per la professione per spiegare il deposito nazionale con un dilemma: «Problema o opportunità?». Era anche un modo per cominciare a preparare il terreno sulla utilità di questo strumento e sulla sua sicurezza. L’affermazione di Calenda via Twitter è arrivato dopo un annuncio precedente, fatto davanti alla Commissione di inchiesta sui rifiuti, quando aveva assicurato che entro la fine del 2017 la Cnapi sarebbe stata pronta. Per ora questa carta è nota alla Sogin, la società pubblica che si occupa della gestione del nucleare, e ai tecnici dell’Ispra, l’Istituto superiore per la prevenzione e la ricerca ambientale. Ma non c’è traccia né del problema né dell’opportunità perché non c’è traccia della Cnapi.

UN TEMA POCO ELETTORALE. Calenda probabilmente continua a sperare, come ha detto, di vedere operativo di deposito nazionale entro il 2024. Ma intanto si dovrebbe conoscere la carta delle aree, e l’idea dei diffidenti è che difficilmente il ministro potrà mantenere la promessa: quale governo rischierebbe di rendere note le aree che potrebbero ospitare il deposito unico dei rifiuti radioattivi alla vigilia del voto? Anche perché le aree individuate non sono ancora propriamente dei siti ma appunto delle aree, «anche vaste», come dice l’apposita guida tecnica elaborata dall’Ispra, che abbiano le «caratteristiche favorevoli» per la «individuazione di siti in grado di risultare idonei alla localizzazione del deposito». L’individuazione dei siti ovviamente avrà bisogno di altro tempo, perché si dovranno fare «successive indagini di dettaglio». Occorrerà escludere aree a elevato rischio vulcanico e sismico, di frane, di alluvioni o vicino ad insediamenti civili, industriali, militari. E intanto però potrebbero partire proteste in almeno 10 regioni italiane.

L'"ESPERIMENTO" DEL GOVERNO BERLUSCONI. Oltre 15 anni fa il governo Berlusconi tentò di indicare un luogo per la costruzione di un deposito unico, a Scanzano Jonico, in Basilicata. Andò malissimo, ci fu una mezza rivoluzione. Forse però stavolta Calenda potrebbe avere ragione, forse il clima è diverso. Un segnale: proprio a Vercelli Carlo Piazza, imprenditore e presidente del Consorzio Sant’Andrea, organismo interno alla locale Confindustria e attivo nel settore dell’energia, si propone di ospitare sulle sue terre il deposito. Probabilmente pensa sia meglio averne uno nuovo ed efficiente che uno come quello che c’è già e che l’estate scorsa riversava acqua nella Dora.

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