Trump: May, valido invito visita in Gb
ANALISI
26 Gennaio Gen 2018 1559 26 gennaio 2018

Trump come Circe: incanta riempiendo i portafogli ai ricchi

Il mix di protezionismo e choc fiscale potrebbe portare qualche beneficio anche ai lavoratori. Ma i conti, ovviamente, si faranno tra qualche anno, quando il deficit federale sarà esploso, l’industria che si basa sulla componentistica soffrirà per i dazi e assicurazioni e banche saranno potenti come e più della grande crisi.

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Se c’è un segno che vale più di mille analisi, va cercato (e dove altro?) nelle cronache della stampa che conta: quando i giornalisti, anche i migliori, iniziano a scrivere di che colore erano la cravatta e il cappotto di Trump, della fila per ascoltarlo e della stellata di flash al suo passaggio, è chiaro che s’è sfondato un argine. Mica è colpa loro, intendiamoci: Donald Trump al momento è più pop di Justin Timberlake (o di Madonna, se siete della vecchia guardia). E la muraglia dell’intelligenza collettiva contro le isterie fanciullesche del presidente inadeguato finisce con lo sgretolarsi inesorabilmente di fronte all’accoglienza da rockstar che gli riservano le folle, anche quelle non esattamente pop di Davos. Da lì ad annacquare la severità con cui in questo anno il comandante in capo è stato giudicato, il passo è brevissimo (ed è, peraltro, una delle ragioni per cui il giornalismo “di costume” in America è riservato a pochissimi, ed è faccenda assai seria).

STA FACENDO RICCHI I PIÙ RICCHI. Non c’è molto da sorprendersi, però: basta sapere quali sono i criteri con cui vengono valutate le persone e le loro azioni. E a Davos, ma non solo, il criterio è uno soltanto: il portafoglio. Trump, non c’è dubbio, sta facendo i ricchi più ricchi: la Borsa continua a crescere e le previsioni sull'arrivo di una bolla finora sono etichettabili al più come wishful thinking da rosiconi; le regolamentazioni languono e le tasse si abbassano. La novità è che il mix di protezionismo e choc fiscale potrebbe persino portare qualche beneficio a chi ricco non è: se Fca del sempre governista Sergio Marchionne costruisce in Michigan e non in Messico, se Amazon stabilisce un secondo headquarter e Apple riporta la propria liquidità a casa investendo in un nuovo centro di ricerca, è presumibile che qualcuno rimedi anche una nuova occupazione, o abbia maggiori possibilità di scelta.

I conti, ovviamente, si faranno tra qualche anno, quando il deficit federale sarà esploso, l’industria che si basa sulla componentistica soffrirà per i dazi e assicurazioni e banche saranno potenti come e più della grande crisi.

I conti, ovviamente, si faranno tra qualche anno, quando il deficit federale sarà esploso, l’industria che si basa sulla componentistica soffrirà per i dazi e assicurazioni e banche saranno potenti come e più della grande crisi. Ma oggi non è tempo di sentirsi formiche: le cicale vivono meglio. E, d’altronde, i problemi di Trump - ma soprattutto dell’America che governa, e del mondo su cui influisce - son ben altri. E molto meno interessanti. L’America «tornata grande» è una nazione in cui il conflitto razziale si è riacceso e divide i bianchi dal resto del mondo: all’inaugurazione del museo dei diritti civili in Mississippi, la popolazione di colore non ha voluto far entrare il presidente. I messicani hanno paura come sempre (nessuno ha mai smesso di deportarli, nemmeno Obama), ma ora le loro paure hanno diritto di espressione. Gay e transgender non si sentono accettati; le donne - specie quelle non espressione dell’industria o del Partito repubblicano - sono in imbarazzo nei confronti di un presidente che si crogiola nei propri appetiti sessuali.

Le fratture sociali, insomma, si acuiscono e, anche al di fuori dei confini statunitensi, molti di quelli che guardavano agli Stati Uniti alternativamente come al poliziotto del mondo (versione pre Obama) o come baluardo della democrazia (versione Obama) sono disorientati: finora, Trump ha offerto solide certezze soltanto agli amici miliardari sauditi - gli stessi che hanno finanziato il terrorismo e vivono in una società medioevale - e agli alleati del governo destrorso nazionalista israeliano, intimi - guarda un po’ - del genero Kushner. Ma a chi importa davvero? Certamente a nessuno di quello che contano. Infatti, i richiami dell’Europa che fatica a incidere sul resto del mondo suonano poco più che lamentosi vorrei ma non posso.

QUELLE INDAGINI PER EVASIONE FISCALE. Non basteranno probabilmente nemmeno le elezioni di Midterm a smantellare il mito - involontario e non - dell’animale Trump, se l’economia prosegue su questo passo. E nemmeno l’indagine sul RussiaGate, le cui verità sono sempre parecchio ambigue: l’unica cosa che realmente può cambiare gli equilibri è un’incriminazione per frode fiscale, su cui secondo molti si lavora sotto traccia. Ma chissà se, nella nuova America dei forconi, un presidente abbastanza furbo da eludere gli impegni col fisco non risulterebbe in definitiva ancora più simpatico ai cittadini che il fisco lo pagano malvolentieri: noi in Italia, del resto, ne sappiamo qualcosa.

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