Ema
1 Febbraio Feb 2018 1736 01 febbraio 2018

Ema, critichiamo Amsterdam ma pure il dossier su Expo fu un bluff

In ambienti diplomatici c'è chi definisce grottesco il ricorso di Milano, dopo le roboanti promesse sull'esposizione universale: tra progetti mai realizzati e numeri poco credibili. Il rapporto.

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Circola una certa retorica e un eccesso di fiducia sul doppio ricorso di governo e città di Milano per valutare una verifica da parte della Corte di giustizia europea riguardo l'assegnazione dell'Agenzia Europea del Farmaco (Ema) ad Amsterdam. A presentarlo il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni insieme con il sindaco di Milano Giuseppe Sala, fino al presidente uscente di Regione Lombardia Roberto Maroni. Tutto legittimo, con paginate di cronaca sui giornali a raccontarlo. Si prova a giocare l'ultima carta per portare Ema a Milano: fare leva sul ritardo e sulla inadeguatezza della proposta olandese così come denunciata lunedì dal direttore generale dell'Agenzia Guido Rasi. Peccato che a livello internazionale la vicenda stia prendendo una piega che ha del grottesco, anche perché in ambienti diplomatici si invita a ricordare sul tipo di dossier che permise proprio a Milano di vincere Expo 2015 nel 2008 contro la turca Smirne. Possibile che nessuno se lo ricordi? L'Italia, è noto, ha la memoria corta. Ma all'estero si ricordano tutto perfettamente, sin dal 2008, 31 marzo, quando il sindaco Letizia Moratti festeggiava insieme all'allora premier Romano Prodi la vittoria dell'Italia.

CREPE NEL DOSSIER. Al momento, secondo Rasi, il palazzo dove si intende ospitare Ema non sarà pronto entro fine marzo 2019 e pure la sede temporanea è insufficiente. Il dossier presentato da Amsterdam non corrisponderebbe in larga parte al vero, e per sostenerlo due ministri del governo olandese avevano inviato, un mese dopo la candidatura olandese, una lettera di garanzia. Ora tutto appare meno certo e nel dossier si intravedono crepe importanti, le istituzioni italiane si sentono “scippate” di una partita persa al sorteggio, figlia di un operato diplomatico forse non troppo all'altezza nel momento decisivo. Il sottosegretario alle Politiche comunitarie Sandro Gozi si è chiesto se ci fossero o no «le condizioni per la candidatura di Amsterdam? Se non c’erano quella del governo olandese è stata una presentazione fuorviante? Quella finale è una decisione che è stata sviata?». Ben venga dunque l'azione italiana.

CORSI E RICORSI. Tuttavia la situazione ricorda un momento non così lontano e un altro dossier pieno di crepe. Un dossier con cui l'Italia si è aggiudicata un grande evento e di cui poi ha realizzato praticamente niente. Leggere alla voce masterplan di Expo 2015. Quella di Ema sembra la stessa danza tra Milano e Smirne nel lontano 2008, ed è molto probabile che l'epilogo sia lo stesso. Del resto definire “fuorviante” il progetto con cui l'Italia e Milano si aggiudicarono l'esposizione universale davanti al Bureau International des Exposition (Bie) sembra addirittura riduttivo. Andando a sfogliare quel dossier, cioè la Bibbia di ciò che Expo avrebbe dovuto essere, si nota come sia rimasto praticamente nulla: l'Expo che abbiamo visto era tutt'altro rispetto a quello su carta. I piani con cui Milano ha sbaragliato la concorrenza della turca Smirne non hanno visto la luce. Milano e l'Italia avevano bluffato per portare a casa la partita: grandi opere e progetti architettonici mai realizzati, cittadelle e canali navigabili che nessuno ha mai visto e ridimensionamenti importantissimi.

Per esempio, quello che doveva essere il “faro” di Expo: la Expo Tower. Doveva sorgere al centro del sito espositivo e poi essere convertita in uffici. Mai costruita. Così come saltò un altro fiore all'occhiello di quei dossier presentati tra il 2008 e il 2010: le vie di terra che avevano come obiettivo quello di portare Expo “fuori dal sito espositivo” fino al centro della città di Milano tra coltivazioni ortofrutticole urbane, mercati, fiere della ristorazione e feste delle comunità etniche cittadine. Saltarono pure i “raggi verdi”, le otto direttrici che avrebbero portato da piazza Duomo i turisti verso le periferie milanesi. Settantadue chilometri di piste ciclabili e 50 mila nuovi alberi progettati da Andreas Kipar. Un altro bluff. Così come quello delle riqualificazioni e dei nuovi quartieri, su tutti Santa Giulia, quella che doveva essere la “città nella città”, diventata nella pratica un non luogo dell'abbandono; oppure della biblioteca europea che avrebbe dovuto servire 7 milioni di cittadini e che però ha lasciato traccia di sé solamente online. C'era pure il progetto delle tre cittadelle: non se n'è vista nemmeno una. Dovevano essere la città della giustizia, quella del gusto e del benessere e la città dello sport

CAMBI IN CORSA. Il periodo della grandeur durò giusto il tempo di aggiudicarsi la gara e nel 2009 cambiò tutto in corsa e arrivò il progetto dell'Orto planetario di Stefano Boeri. Ma di quelle distese di grano e orti immaginate da Boeri e Carlin Petrini di SlowFood nemmeno l'ombra. Si preferì puntare sul concetto di smart-city con la benedizione dell'allora amministratore delegato di Expo e oggi sindaco di Milano Sala. Dopodiché il susseguirsi di ritardi sui cantieri e inchieste aveva portato Smirne a fare rumore, come oggi sta facendo l'Italia con l'Olanda per l'Ema. Il risultato è stato che per Expo l'italia ha bluffato e ha vinto, e così accadrà probabilmente anche con Amsterdam e l'Agenzia del farmaco. Insomma, pur di aggiudicarsi grandi eventi e grandi strutture, un bluff tira l'altro, e nessuno, per quanto voglia darlo a vedere, arriva vergine al gran ballo.

NUMERI NON REALI. Basterebbe poi ricordare quali furono i problemi che accompagnarono la realizzazione di Expo nel capoluogo lombardo. Fu una battaglia senza esclusione di colpi all'interno della politica, poi transitata attraverso ridimensionamenti di ogni tipo, una guerra sugli appalti, persino una raffica di indagini della magistratura finite con patteggiamenti: l'ultima è ancora in corso, a carico del primo cittadino Sala. Del resto basta ricordare le roboanti promesse di allora, dai 70 mila posti di lavoro poi lievitati fino a 190 mila fino al numero di quasi 30 milioni di visitatori. Durante l'evento Sala ammise che le persone impiegate erano 15 mila, ora per il post Expo se ne contano 6 mila. Sui visitatori ci fu grande polemica, il dato ufficiale è di 21 milioni, quasi 8 in meno. In quella proposta ci fu pure un regime fiscale favorevole per i Paesi con i propri padiglioni. Insomma, Milano e l'Italia hanno davvero da insegnare qualcosa ad Amsterdam? O forse dovrebbero guardare prima in casa propria? Giusto per ricordarlo, Smirne alla fine il suo dossier di allora lo ha portato avanti. E ha realizzato quasi tutto.

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