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Sparatoria di Macerata

Renzi Minniti
8 Febbraio Feb 2018 1446 08 febbraio 2018

Perché Renzi non può far a meno di Minniti

Al di là delle divergenze sulle liste, il minnitismo è ormai l'alfabeto del nuovo Pd. Ma se per il ministro dell'Interno è un dovere occuparsi di sicurezza, al leader del partito non è concesso dimenticare la politica.

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Se mettiamo in fila gli articoli che la stampa straniera ha dedicato al governo Gentiloni e ai suoi ministri è difficile individuare un campione di incassi come Marco Minniti. Nel giro di sei mesi New York Times, Guardian, Bbc, Spiegel, Politico e, cinque giorni fa, anche l'Economist hanno celebrato le capacità tattiche e la visione strategica del ministro dell'Interno, da settimane in cima alle classifiche di popolarità anche tra gli italiani. L'Economist si è spinto oltre, individuando nell'ex Pci una specie di via italiana alla nuova sinistra europea: «The Minniti Method,. The Left has an answer too», «Il metodo Minniti. Anche la sinistra ha una risposta», scrive il settimanale britannico citando le iniziative italiane per il controllo delle frontiere e il contrasto dell'immigrazione irregolare, un fenomeno epocale su cui populisti e xenofobi stanno costruendo il loro consenso elettorale in tutta Europa.

I NUMERI DI MINNITI. Ma cos'è esattamente il metodo Minniti? Qualche numero sui suoi 12 mesi al Viminale aiuta a spiegarlo: a novembre 2017 erano 17.405 i migranti irregolari rimpatriati, più 15,4% rispetto al 2016. Gli sbarchi, sempre nel confronto con l'anno precedente, sono diminuiti del 34%. Le espulsioni di cittadini stranieri per ragioni di terrorismo e pericolo per la sicurezza nazionale sono aumentate di oltre il 60%. Il ricollocamento dei migranti in Europa è cresciuto del 320%: 12.162 nel 2017, 2.600 ricollocati nel 2016. Nello stesso periodo sono aumentate anche le domande d'asilo: 130.180, secondo le elaborazioni del Sole 24 Ore sulla base dei dati del Viminale, più 5,3% rispetto al 2016 e più 55% rispetto al 2015. Di questa mole di richieste è stata esaminata poco più della metà, 77.562, e sono state respinte sei domande su dieci, più o meno la stessa percentuale degli anni precedenti. A dicembre poi sono arrivati a Roma 162 profughi dalla Libia grazie a un corridoio umanitario organizzato dal governo e dalla Cei, il primo di una serie che secondo il Viminale dovrebbe portare in Italia dalla Libia, in sicurezza, 10 mila migranti nel 2018.

GLI ELOGI DELL'ECONOMIST. Il metodo Minniti in definitiva si muove su un doppio binario: sorveglianza e repressione - «per chiedere collaborazione all'Europa dobbiamo prima essere in grado di gestire il fenomeno», ha sempre ripetuto il ministro – e accoglienza controllata. In questo quadro rientrano anche gli accordi con la Libia, molto discussi e contestati dalle organizzazioni umanitarie, e la missione italiana in Niger, ideata e voluta da Minniti, per limitare il traffico di migranti dal Paese del Sahel verso la Libia. «La sua conoscenza del complesso mondo delle milizie, tribù, dei terroristi e dei centri di potere in competizione in Libia, dove ha viaggiato per due decenni, è seconda a nessuna», si legge nell'editoriale dell'Economist, un giudizio ampiamente condiviso tra gli esperti di sicurezza così come da Matteo Renzi che, suo malgrado, sa bene di non poter fare a meno di Minniti.

È vero che la compilazione delle liste dei candidati del Pd è stato il momento di maggior tensione tra il segretario Pd e il ministro dell'Interno: l'esclusione di Nicola Latorre e Andrea Manciulli, minnitiani di lungo corso, non è affatto piaciuta al titolare del Viminale e i giornali si sono precipitati a parlare di una rottura tra i due leader. Renzi non vedrebbe di buon occhio la popolarità crescente di Minniti e il rischio che possa rappresentare un'alternativa persino più forte di Paolo Gentiloni per una premiership da grande coalizione post-voto. Può darsi che ci sia una naturale insofferenza di Renzi per le personalità di successo, soprattutto se se le ritrova in casa. Ma sul piano politico le cose sono andate in direzione contraria, una direzione che potrebbe non piacere all'elettorato più di sinistra del Pd. Nell'affrontare la violenza di Macerata – una tentata strage di stampo razzista operata da un ex candidato della Lega e militante di Forza Nuova, Luca Traini – Renzi ha seguito proprio la filosofia minnitiana: depoliticizzare il fenomeno, ridurre le questioni che riguardano l'immigrazione a puri fenomeni di ordine pubblico. Il che ha portato a sottovalutare la necessità di una nuova e più efficace politica sull'immigrazione.

LA NEUTRALITÀ DI RENZI. Dal 2002 l'Italia affronta questo movimento epocale di persone in cerca di un futuro migliore con le armi spuntatissime e inefficaci della legge Bossi-Fini, una normativa definita fallimentare da tutti, dalle organizzazioni umanitarie alle forze di polizia, sia sul piano dell'accoglienza che su quello della sicurezza, per non dire del limite che ha costituito in questi anni all'ingresso di una immigrazione qualificata di cui l'Italia avrebbe estremo bisogno. Ma né Renzi né Minniti hanno pensato che fosse un'urgenza dotarsi di una legge sull'immigrazione adatta alle sfide del tempo. O, almeno, non si sono mai azzardati a farne una battaglia politica. Quando Minniti dice «nessuno cavalchi l'odio», quello di Macerata è stato un «episodio individuale», fa eco alla neutralità poco comprensibile di Renzi che parla di «pistolero» riferendosi a un attentatore che ha rivendicato con una simbologia ben precisa - il tricolore, il saluto fascista - il suo tentativo di strage.

COSA DICONO I SONDAGGI. «La sicurezza è di sinistra» scandì Minniti dal palco del Lingotto nello scorso autunno, portandosi a casa una marea di applausi, il primo atto del Pd nuova stagione, quello a cui Renzi prova a far declinare a sinistra parole d'ordine del populismo: patria, identità, sicurezza appunto. Da lì il Pd non si è più mosso e anzi Minniti ha incarnato perfettamente lo spirito del nuovo tempo. I sondaggi di questi giorni post-Macerata, però, dicono qual è la risposta dei progressisti e liberali: -1% Pd, +0,5% la Lega. L'immigrazione va controllata, non c'è dubbio. Ma depoliticizzare la politica, ridurre tutto a problema di ordine pubblico, significa non riconoscere più la differenza tra un folle e un razzista, tra l'ideologia e un crimine, fino a quando anche gli elettori non distingueranno più un leader dall'altro: Salvini da Minniti, per esempio.

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