Brexit: Davis, no deal ancora possibile
9 Febbraio Feb 2018 1900 09 febbraio 2018

Brexit, la lite sul periodo di transizione manda giù la sterlina

Doveva servire a ritardare il divorzio, ma Londra lo vuole utilizzare "à la carte". Così l'Unione europea minaccia di far saltare il banco. E mette in crisi la moneta d'Oltremanica. 

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da Bruxelles

Per un momento Michel Barnier deve aver assaporato il gusto di essere Mario Draghi, il banchiere centrale le cui parole hanno condizionato maggiormente in questi anni gli andamenti di Borsa. Non appena il capo negoziatore Ue per la Brexit (e candidato in pectore alla presidenza della Commissione europea) ha dichiarato che «se il disaccordo sulle regole resterà, allora il periodo di transizione potrebbe saltare», la sterlina ha fatto un tonfo sulle piazze finanziarie e ha perso lo 0,8% sull'euro. L'orologio non aveva ancora segnato le 13 del 9 febbraio e la conferenza stampa di Barnier, alla fine del secondo round della nuova fase di negoziati, era appena cominciata.

UNA NUOVA FONTE DI CONFLITTI. Un'ora dopo la conclusione era ancora più chiara: la soluzione che "l'ex marito" Regno Unito ha chiesto e "la ex moglie" Unione europea ha accettato per facilitare la separazione, cioè restare per quasi due anni sotto lo stesso tetto anche dopo il divorzio, in quello che viene chiamato "periodo di transizione", sta diventando una nuova fonte di conflitti. A Londra, infatti, sono convinti che tra il 31 marzo del 2019, il Brexit Day, e il 31 dicembre 2020, quando dovrebbe scadere la transizione, il Regno Unito possa fare un po' quello che gli pare anche restando tecnicamente all'interno del mercato unico e dell'unione doganale. Barnier ha infatti spiegato che in quei 21 mesi Londra vuole il diritto di veto sulle norme che verranno adottate dai 27 Stati dell'Unione: una prerogativa di un Paese membro ma richiesta da Londra anche dopo essere uscita dall'Ue, visto che Theresa May ha annunciato al mondo che «Brexit significa Brexit» e ha firmato una legge che ha fissato il B Day.

Per di più durante la transizione Downing Street vorrebbe applicare le regole della libera circolazione soltanto ai cittadini Ue che si trovavano in Gran Bretagna già prima di quella data. Ma le quattro libertà su cui si fonda l'Unione - libertà di circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali - sono indivisibili: se prendi i vantaggi del mercato unico, come chiesto da Londra, e quindi la circolazione di merci, capitali e servizi, non puoi restringere quella delle persone. «Alcuni punti non sono negoziabili», ha ricordato Barnier, dando l'idea plastica di una Gran Bretagna come la Penelope di Ulisse intenta a disfare la tela tessuta finora. «Con Londra c'è un disaccordo sostanziale sui diritti dei cittadini».

POSSIBILI SANZIONI COMMERCIALI. Dal canto suo, la Commissione europea ha preparato un testo giuridico in cui prevede sanzioni commerciali nel caso in cui nel periodo di transizione il Regno Unito dovesse violare le regole dell'Unione. Il segretario di Stato britannico alla Brexit, David Davis, l'8 febbraio lo aveva definito un «linguaggio scortese», un piano «politico», in sostanza un meccanismo punitivo. Barnier ha giustificato la posizione di Bruxelles precisando che le normali procedure di infrazione (che passano dal dialogo con la Commissione e dalla Corte di giustizia Ue e possono durare anni, ndr) rischiano di prendere troppo tempo: «È assolutamente normale che in un accordo internazionale si prevedano meccanismi di messa in opera efficaci». L'alternativa, del resto, è che Londra infranga le regole durante la transizione e che le sanzioni arrivino quando sarà fuori dall'Ue e quindi quando potrà anche infischiarsene.

Michel Barnier, capo negoziatore Ue per la Brexit.

«Francamente», ha commentato l'uomo della Commissione, «sono sorpreso da questa opposizione, le posizioni Ue sono molto logiche, il Regno Unito deve stare alle regole per tutto il tempo e deve accettare le conseguenze ineluttabili del suo abbandono». Ed è a questo punto che Barnier ha ricordato che, abbandonando l'Ue, il Regno Unito abbadonerà anche 700 trattati commerciali sottoscritti da Bruxelles con Paesi terzi. E che lui ha già incontrato i leader di Paesi come Australia e Nuova Zelanda per discutere della questione. Un avvertimento ulteriore alle pretese di Londra di poter intrattenere rapporti con gli altri Stati business as usual pur stando fuori dall'Unione.
Davis puntava a un accordo sulla transizione per marzo, ma con queste premesse la prospettiva si allontana. Secondo Barnier «il tempo è breve, non abbiamo un minuto da perdere se vogliamo riuscire». Ma il clima tra Bruxelles e Londra non appare affatto disteso.

IL NODO IRLANDA DEL NORD. Sull'Irlanda del Nord, per esempio, Barnier ha lanciato un altro monito chiarissimo. Per l'Ue ci sono due opzioni. La prima è che si trovi una soluzione "creativa" per fare in modo che la frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord sia morbida, nonostante la fuoriuscita del Regno Unito dall'unione doganale e dal mercato unico. La seconda è che l'Irlanda del Nord resti nel mercato unico e nell'unione doganale. Tertium non datur. «È importante dire la verità e cioè che la decisione dipende dalla Gran Bretagna e che stiamo aspettando soluzioni», ha aggiunto, «Nel frattempo è nostra responsabilità prendere in considerazione entrambe le opzioni ma tenendo sempre presente il principio del rifiuto di un confine duro (su cui Londra ha dato il consenso, ndr)». Cosa significa, concretamente? Che se May non si inventa qualcosa, il Regno Unito avrà una barriera commerciale interna: le merci circolanti in Irlanda del Nord, inclusa nell'unione doganale europea, non potranno circolare liberamente in Scozia o in Galles.

DIVERGENZE ANCHE SULLE DATE. Le discussioni tra le due parti dovrebbero proseguire la settimana prossima. Ma persino sulle date dei negoziati ex moglie ed ex marito offrono versioni differenti. Downing Street ha accusato la squadra della Commissione di aver rifiutato di partecipare ad alcune riunioni, la Commissione replica che gli inglesi avevano deciso di aggiungere punti di discussione non previsti nelle trattative. E poi proprio il 9 febbraio gli inglesi avrebbero dovuto presentare una proposta del futuro rapporto commerciale con l'Ue, ma secondo Bruxelles l'incontro è stato cancellato per «problemi di agenda del governo britannico». Come che sia, la Commissione Ue ha oggi fatto capire quanto possa con poche parole far ballare i destini inglesi. Dire no alla transizione significa accelerare di quasi due anni l'uscita dal mercato unico: la vera scadenza per imprese e servizi finanziari. Basta guardare a un grafico di Borsa per capire che l'ex moglie ha per ora l'ultima parola.

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