Carceri più affollate, +4,8% detenuti
22 Febbraio Feb 2018 1459 22 febbraio 2018

La riforma penitenziaria finisce sul binario morto

Gentiloni decide di prendere tempo sul decreto per rendere più accessibili le pene alternative. L'ira della radicale Bernardini: governo ipocrita. L'esame finale della riforma slitta a dopo le elezioni.

  • ...

La riforma dell'ordinamento penitenziario è finita su un binario morto: nonostante il pressing del ministro della Giustizia Andrea Orlando, il governo Gentiloni nel Consiglio dei ministro del 22 febbraio – probabilmente l'ultimo prima delle elezioni, come ha detto lo stesso premier – ha preferito non licenziare il decreto principale attorno a cui ruota tutta la riforma, ovvero quello che disciplina il ricorso alle pene alternative rispetto al carcere.

RADICALI ALL'ATTACCO. Anche se formalmente il governo ha fatto un passo in avanti, avviando l'iter di approvazione di altri tre decreti che riguardano i minori, il lavoro in carcere e la giustizia riparativa, nei fatti lo stop sul decreto riguardo le pene alternative rischia di inficiare tutta la riforma. L'attivista radicale Rita Bernardini, in sciopero della fame per l'approvazione, ha parlato di “governo ipocrita”. L'associazione Antigone per i diritti dei detenuti, che pure spera ancora in un'approvazione ai tempi supplementari dopo le elezioni, parla di «occasione storica sprecata» e il presidente Patrizio Gonnella accusa: «Siamo delusi. Speravamo che non vincessero la tattica e la preoccupazione elettorale».

L'idea di una grande riforma delle norme che regolano la detenzione in Italia era stata lanciata dallo stesso ministro Andrea Orlando il 19 maggio del 2015 dal carcere lombardo di Bollate, con l'obiettivo di superare definitivamente le criticità che avevano portato l'Italia a essere condannata dalla Corte europea per i diritti dell'uomo nel 2013 (sentenza Torreggiani) per il sovraffollamento delle carceri e le condizioni disumane di detenzione.

I 18 TAVOLI AL LAVORO. Furono formati 18 tavoli di discussione che riunivano i maggiori esperti in Italia e che, al termine di un lavoro lungo un anno, produssero un documento che avrebbe dovuto ispirare la riforma. Coordinatore scientifico degli Stati generali dell'esecuzione penale fu nominato Glauco Giostra. Le indicazioni contenute nel documento consegnato ad aprile 2016 furono poi tradotte in una legge delega approvata a giugno 2017 le cui linee guida indicavano la necessità di rendere più semplice il ricorso a pene alternative al carcere, una rinnovata attenzione all'architettura degli istituti di pena perché fossero più permeabili al mondo esterno e non completamente separati da questo, l'incremento delle occasioni di lavoro all'interno delle carceri, più attenzione al diritto all'affettività.

Senato e ministro Orlando su due sponde opposte per la riforma del 4 bis

A quel punto, però, il quadro si è complicato, soprattutto per l'avvicinarsi dell'appuntamento elettorale che ha reso sempre più difficile parlare di pene da scontare fuori dalle carceri, nonostante diversi studi dimostrino che politiche del genere abbattono la recidiva e hanno tassi di successo molto alti nel processo di rieducazione. Il primo e più importante decreto attuativo è stato licenziato dal governo il 22 di dicembre e trasmesso alle Commissioni di Camera e Senato per il parere. Il Senato, pur dando parere positivo, ha criticato la riforma dell'articolo 4 bis che, nella forma attuale, vieta il ricorso a forme di pena alternativa per i reati associativi (mafia e terrorismo), più altri reati particolarmente gravi e considerati odiosi dall'opinione pubblica che sono stati aggiunti nel corso degli anni, come lo stupro di gruppo o la pedopornografia.

IL DECRETO RIMANE NEL CASSETTO. La proposta del governo criticata dal Senato era quella di tornare alla formulazione originaria del 1991, escludendo in automatico dalle pene alternative solo i condannati per 41 bis. Il governo poteva a quel punto fare due cose: accogliere i rilievi del Senato e approvare il 22 gennaio un testo condiviso, oppure insistere nella sua formulazione che, dopo un nuovo parere delle commissioni non vincolante da esprimere entro dieci giorni, poteva essere confermata definitivamente. Invece ha scelto una terza via: lasciare il decreto nel cassetto, promettendo di occuparsene in un prossimo Consiglio dei ministri. A questo punto, però, si va dopo le elezioni.

«Alcuni decreti sono stati adottati, altri lo saranno nelle prossime settimane, tenendo conto delle indicazioni del parlamento» ha commentato il premier Paolo Gentiloni. L'orientamento del ministro Andrea Orlando, però, era quello di tirare dritto e confermare la propria versione nonostante il parere del Senato, per evitare di stravolgere le indicazioni degli Stati generali. Il problema è che adesso la questione sarà affrontata solo dopo le elezioni in un clima generale che si prevede molto ostile. «Al posto di costruire nuovi penitenziari, e assumere conseguentemente altro personale carcerario, il governo del Pd preferisce continuare a inventarsi misure alternative per permettere a chi delinque di restare fuori e poter colpire ancora», ha commentato a caldo il deputato della Lega Paolo Grimoldi poche ore dopo il Consiglio dei ministri. A meno di sorprese clamorose, difficilmente nel prossimo parlamento ci sarà una maggioranza in grado di chiudere la strada intrapresa dal ministro Orlando. E questo vale sia per il primo decreto che per gli altri tre approvati il 21 fevvraio dal Consiglio dei ministri.

CRESCONO I DETENUTI: A GENNAIO 2018 SONO 58 MILA. Dopo una flessione nel numero dei detenuti seguita alla sentenza Torreggiani e alla demolizione da parte della Corte costituzionale della legge Fini-Giovanardi sulle droghe, negli ultimi tre anni si è assistito a un aumento costante delle presenze in carcere in Italia. Si è infatti passati dai 53.889 detenuti del gennaio 2015 ai 58.087 di gennaio 2018. Il governo, scrive in una nota l'associazione Antigone, «ha preferito farsi spaventare dall'avvicinarsi dell'appuntamento elettorale piuttosto che pensare alla tutela dei diritti dei detenuti. Ma la speranza non è del tutto persa. Speriamo che anche dopo le elezioni le autorità vogliano portare a compimento una riforma storica. Il tempo tecnico c'è». Quello politico, però, sembra ampiamente scaduto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso