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9 Marzo Mar 2018 1720 09 marzo 2018

Voto di protesta e sfida al M5s: perché Salvini vuole nuove elezioni

Il leader della Lega boccia il reddito di inclusione grillino, nuova forma dell'odiato assistenzialismo. Senza la zavorra Tajani o scenari di larghe intese, punta a fare il pieno tornando subito alle urne.

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La campagna elettorale per la Lega non è finita. C'è una frase pronunciata da Matteo Salvini nella conferenza stampa al termine della riunione milanese con i neo-eletti che svela più di altre come il ritorno alle urne sia, al momento, l'opzione preferita per il leader leghista. Quando un giornalista mette sul tavolo la questione del reddito di inclusione, Salvini risponde netto che «noi non appoggeremo mai un governo che dà i soldi a chi non lavora».

DUE POPULISMI TROPPO DIVERSI. Se serviva una conferma del fatto che qualsiasi road map che porti a un accordo tra i due grandi serbatoi del populismo italiano sia destinata a fallire, Salvini l'ha fornita parlando di una «logica di assistenza» dietro la proposta del reddito di inclusione, cavallo di battaglia dei cinque stelle, facendo così balenare lo spettro dell'assistenzialismo, bestia nera della sua base elettorale.

LAVORATORI CONTRO FANNULLONI. L'Italia di chi lavora ed è subissato dalle tasse contro l'Italia dei fannulloni che vogliono vivere alle spalle dello Stato. Spazzato via il centrosinistra, l'unico Matteo rimasto in campo ha già pronto lo slogan per quella che lui immagina, in caso di nuove elezioni, come una sfida a due: un centrodestra a trazione salviniana contro il Movimento 5 stelle.

Spazzata via l'ipotesi di un'asse verso i grillini, rimarrebbe così solo l'appoggio esterno del Pd a un governo di centrodestra, ma anche in questo caso Salvini ha concesso pochissimo: non vuole accordi organici con altri partiti, dice di non aver nessuna fretta o ambizione personale di andare a Palazzo Chigi - a Di Maio saranno fischiate le orecchie -, resta fermo sul fatto che qualsiasi accordo presuppone che gli altri si adeguino al programma della Lega e del centrodestra, e non si capisce dove sarebbe la ratio o la convenienza di una proposta del genere per il Pd.

TAJANI HA FATTO PERDERE PUNTI A DESTRA. Le parole di Salvini del 9 marzo 2018 non sono suonate strane o inedite ai parlamentari a lui più vicini. Da giorni i leghisti compulsano i risultati delle elezioni elettorali con una idea fissa in testa: nella corsa alla leadership del voto protestatario, che è considerato il vero core business su cui puntare in questo momento, il centrodestra potrebbe aver perso almeno un paio di punti percentuali a favore dei cinque stelle a causa dell'incertezza sulla premiership e, in particolare, a causa dell'indicazione di Antonio Tajani come possibile inquilino di Palazzo Chigi fatta da Berlusconi a poche ore dalla chiusura delle urne. Non è un caso che parlando della nuova manovra, l'8 marzo Salvini abbia citato come nemici degli interessi degli italiani «i burocrati che stanno a Bruxelles».

Silvio Berlusconi e Antonio Tajani.

Degno di nota, in questo senso, anche il fatto che l'unico incontro di cui si è avuta notizia prima dell'assemblea delle Stelline sia stato a Portofino proprio con Giovanni Toti, ossia l'uomo che dentro Forza Italia più ha incarnato il modello di un centrodestra compatto che non lasciasse spazio a scenari “inciucisti”, pagando per altro la sua “eresia” rispetto alla linea berlusconiana in una penalizzazione evidente al momento della stesura delle liste elettorali liguri.

«COME SE AVESSIMO FATTO LE PRIMARIE». Tornando all'ipotesi dei voti protestatari persi a causa dello spauracchio Tajani, o inciucista che sia, nella Lega sono convinti che sarebbero facilmente recuperabili qualora il centrodestra si presentasse unito sotto le insegne di Salvini premier e possono essere decisivi in diversi collegi uninominali, soprattutto al Sud, ma non solo. «Per certi versi, con queste elezioni è un po' come se avessimo già fatto le primarie del centrodestra», ragiona un parlamentare vicino al segretario della Lega.

Quello che paga è continuare a battere il tasto del partito anti-sistema, senza concessioni alle sirene della governabilità e della responsabilità

Sistemato l'asse interno alla coalizione, ora si tratterebbe “solo” di aggiustare un poco il tiro e battere in volata un M5s la cui ansia di cogliere adesso (o mai più?) l'occasione per andare al governo potrebbe alienargli parte del consenso protestatario. Con una legge elettorale con premio di maggioranza, ovviamente, tutto sarebbe più facile. Ma Salvini, comunque, non si vuole impiccare a governi tecnici per ottenerla e l'ha detto molto chiaramente. Quello che paga, adesso, è continuare a battere il tasto del partito anti-sistema, senza concessione alcuna alle sirene della governabilità e della responsabilità.

LA VERA SFIDA INIZIA SOLO ADESSO. Fantapolitica? Ovviamente le variabili sono molte e di qui al 23 marzo, data di apertura delle Camere, tutto può succedere. Tuttavia, forse non è stata troppo di pragmatica l'invito ai parlamentari, scontato per la retorica salviniana, di continuare a confrontarsi e dialogare con i cittadini. Per i leghisti la campagna elettorale non è ancora finita. Anzi, quella vera e decisiva inizia solo adesso.

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