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12 Marzo Mar 2018 2240 12 marzo 2018

Pd, come cambiano gli equilibri nel partito dopo la direzione

Il vertice dem è stato un'occasione per testare il peso delle diverse correnti. Silenziosi i renziani. Orlandiani soddisfatti per la gestione collegiale proposta da Martina. Resta il nodo dei capigruppo. Il retroscena.

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Un'unità «oltre Renzi». A una settimana dalle dimissioni del segretario, gli avversari interni hanno messo a verbale quello che hanno definito un «successo non scontato»: prendere atto della sconfitta con dimissioni «vere» del segretario e ottenere l'impegno di Maurizio Martina a una gestione collegiale della fase che si apre. In quali forme, non è definito. Anche perché i renziani continuano a opporsi alla formalizzazione della collegialità in un "caminetto", che sarebbe la nemesi per l'ex segretario.

PRESENTI MA SILENTI I FEDELISSIMI DI RENZI. Una pattuglia di fedelissimi che si prepara anche a tenere duro nei gruppi parlamentari, per la guida dei quali restringono la 'rosa' a quattro nomi: Ettore Rosato o Lorenzo Guerini alla Camera, Andrea Marcucci o Teresa Bellanova al Senato. Renzi, assente in direzione, ha inviato un messaggio agli avversari interni con un'intervista e una newsletter: mi dimetto - è stato il senso - ma ci sono. I dirigenti a lui più vicini, da Andrea Marcucci, a Luca Lotti, da Francesco Bonifazi a Maria Elena Boschi, erano in prima fila in direzione. Silenti, se si eccettua un intervento di Dario Nardella. Hanno evitato di alzare i toni prendendo atto con soddisfazione della linea del "No" al governo con i Cinque stelle.

RESPINTA LA TRAPPOLA DI ORLANDO. Ma hanno comunque mostrato la loro presenza. Facendosi vedere pronti a far valere il peso dei numeri nei passaggi che verranno, a partire dall'elezione dei capigruppo. Sono riusciti ad ottenere che sia respinta la richiesta di Andrea Orlando di dimissioni di tutta la segreteria. Ma quella, hanno spiegato dalla minoranza, è stata una mossa studiata per ottenere da Maurizio Martina una gestione davvero collegiale: «Abbiamo strappato Martina a Renzi, nella vecchia maggioranza è rimasto solo Orfini», hanno esultato aggiungendo che nei prossimi giorni sarà definito un organismo, da riunire nei passaggi che verranno, a partire dalle consultazioni, in cui possano sedere i rappresentanti di tutte le aree.

CONVERGENZA SU UNA NUOVA GESTIONE DEL PD. Su un esito del genere sarebbe d'accordo tutto il partito, «tranne i turbo-renziani», che del no ai caminetti hanno fatto la loro cifra. Di questo si è discusso a margine della direzione e su questo si tratterà nei prossimi giorni. Di sicuro, hanno sottolineato fonti di maggioranza, in direzione ha retto l'asse di fatto creatosi subito dopo la conferenza stampa post-voto del segretario, attorno a una nota per «dimissioni vere» del segretario, diramata da Luigi Zanda. Paolo Gentiloni, Dario Franceschini e lo stesso Andrea Orlando sono convinti che sia necessaria in questa fase una gestione unitaria e «nuova» del partito.

ANCORA LONTANO IL CONGRESSO. In direzione si sono fatti vedere Nicola Zingaretti, Carlo Calenda, Marco Minniti: il loro sostegno a Martina è stato un sì alla nuova fase. I toni di mediazione di Graziano Delrio lo "candidano" agli occhi dei compagni, ad essere eletto segretario nell'assemblea che verrà: a sinistra c'è chi spera che un incarico del genere possa andare al presidente del Lazio, ma sanno che lui ora è impegnato in Regione, potrebbe lavorare a una candidatura alle primarie che verranno. Nel 2019 o nel 2021? È il nodo da sciogliere: i renziani spingono la data più in là. Ora però gli avversari del segretario puntano a sminare il potenziale di attacco «maoista» di Renzi (definizione di Andrea Orlando): il rischio è che l'ex segretario da senatore semplice, con l'aiuto delle truppe parlamentari, bersagli chi sta provando a costruire la gestione unitaria e si metta di traverso anche a un'ipotesi, ad oggi solo futuribile, di un potenziale governo di unità nazionale.

LA MINORANZA ASPETTA L'ORGANO COLLEGIALE. Perciò per la minoranza è essenziale essere nell'organismo promesso da Martina che lo affiancherà in questa fase. Così come è fondamentale eleggere capigruppo di garanzia: loro, insieme a Martina e Orfini andranno al Quirinale. Verso soluzioni unitarie si cercherà di portare Renzi. Qualcuno spera che l'opera di 'sminamento', con il distacco di 'truppe' (si nota in direzione uno smarcamento di Vincenzo De Luca) possa portare a rimettere in discussione anche il no dei renziani a trattative sulle presidenze delle Camere. Ma la truppa degli 'ultra-renziani', che non hanno celato una certa freddezza verso Martina, ha fatto sapere sapere che non molleranno le loro posizioni.

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