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16 Marzo Mar 2018 1211 16 marzo 2018

Dialogo Lega-M5s, Zanni su ipotesi di governo e convergenze

Un accordo sulle presidenze delle Camere, magari sulle nomine delle partecipate. Ma nessun esecutivo di lunga durata. Zanni, europarlamentare ex pentastellato passato all'Enf, punta su un'intesa con i dem e LeU.

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Un governo Lega-M5s? «Francamente l'ipotesi di un'alleanza su un programma condiviso su cui si possa fondare l'intera legislatura mi pare quasi impossibile». A parlare è Marco Zanni, europarlamentare bergamasco che dopo il maldestro e fallimentare tentativo dei 5 stelle di entrare nell'Alde lasciò il gruppo Efdd e il partito per entrare da indipendente nell'euroscettico Enf del quale fa parte anche la Lega con cui Zanni collabora.

«PIÙ PROBABILE UN ASSE M5S-PD». Una prospettiva privilegiata la sua, se non altro perché l'europarlamentare conosce da vicino i due vincitori delle ultime Politiche. Proprio per questo, dice Zanni a L43, «se dovessi scommettere un caffè, punterei su un governo M5s, Pd più o meno de-renzizzato e LeU». E Matteo Renzi? Non sarebbe un ostacolo insormontabile, perché «anche se al Senato si è costruito un suo fortino di fedelissimi, la lealtà politica nei confronti di un leader ormai bruciato non è così inossidabile».

Marco Zanni.

DOMANDA. Perché esclude un esecutivo Lega-M5s?
RISPOSTA. L'ipotesi che le due forze arrivino a un governo che resista per l'intera legislatura mi pare impossibile. E lo è per almeno due motivi: la differenza di leadership tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio e la distanza tra i due partiti su programmi e visione.

D. Partiamo dal primo.
R. Salvini ha sicuramente più esperienza, non ha paura di prendere il telefono e chiamare i leader avversari, mentre i Cinque stelle hanno ancora una certa diffidenza verso le altre forze politiche. Non solo. Il segretario della Lega è consapevole che accettare il ruolo di junior partner in un governo a trazione M5s può risultare distruttivo.

D. A Salvini poi potrebbe convenire di più portare a termine l'Opa lanciata sul centrodestra.
R. Vero. Senza contare che chiunque ora vada al governo non avrebbe davanti a sé un compito facile.

D. Molti osservatori hanno però sottolineato che almeno sui programmi Lega e M5s non sembrano così distanti.
R. Lo sono eccome. E non solo su singoli punti del programma ma anche a livello di visione a partire dal futuro dell'Ue, del ruolo dell'Italia in Europa. Senza considerare immigrazione e sicurezza su cui le posizioni sono diverse.

D. Il M5s su euro ed Europa ha cambiato i toni da tempo, ma anche Salvini recentemente è apparso più istituzionale dicendo che non è possibile uscire dalla moneta unica, per esempio.
R. Nella Lega si è moderata la comunicazione ma l'idea è sempre la stessa: riportare l'Europa a una fase pre-Maastricht.

D. In che senso?
R. Se il governo dichiarasse di non voler più rispettare il vincolo del 3% e il pareggio di bilancio e rivendicasse la sovranità su alcuni temi, allora i partner europei potrebbero essere costretti a discutere intorno a un tavolo e rivedere un sistema che non funziona più. L'Italia è uno dei pilastri dell'Europa del resto.

D. E se non lo facessero?
R. Allora scatterebbe il piano B: una forzatura unilaterale da parte dell'Italia.

Luigi Di Maio.

ANSA

D. Torniamo ai vincitori delle elezioni. Il canale di dialogo ormai è stato aperto, lo ha ammesso anche Di Maio.
R. Canali a livelli intermedi sono aperti da mesi, e non solo tra Lega e M5s. Questa situazione di stallo post elettorale del resto era immaginabile.

D. Chi sono gli sherpa?
R. Al Senato pentastellati e leghisti sono in buoni rapporti. In generale, sicuramente Giancarlo Giorgetti per la Lega e i fedelissimi di Di Maio come Vincenzo Spadafora, grande tessitore della sua leadership, ma anche Danilo Toninelli e Giulia Grillo, i due capigruppo designati.

D. Il dialogo tra M5s e Lega potrebbe portare a qualche convergenza?
R. È possibile che trovino un accordo sulle presidenze delle Camere in modo che vengano rispettati i risultati delle elezioni.

D. Solo questo?
R. Le convergenze potrebbero allargarsi alle nomine delle partecipate, tra cui la Cdp, il braccio economico del ministero del Tesoro. Una priorità questa più sentita dal Movimento, pronto a fare pesare il suo 32%, che dalla Lega. I due partiti potrebbero lavorare per nominare figure di rottura col sistema precedente. Il dialogo sarebbe meno politico in senso stretto e i riflettori più timidi lascerebbero spazio alla trattativa.

D. Quindi l'ipotesi di un governo di scopo non è totalmente da scartare...
R. No, si potrebbero accordare su due o tre punti fondamentali e poi tornare al voto. Non sembrano avere molta paura delle urne. Anche se sia per i 5 stelle sia per la Lega vale un principio di base...

D. Quale?
R. Hanno ottenuto un grande risultato ma il vento in politica cambia velocemente. Sono consapevoli che questa potrebbe essere l'ultima occasione buona per governare. Quest'ansia è più marcata nel M5s, soprattutto alla luce della regola dei due mandati.

D. Alla quale però Di Maio ha già dato una interpretazione meno letterale. In caso di nuove elezioni potrebbero esserci delle sorprese?
R. Ci potrebbe essere un effetto Macron. Non è escluso che una forza con possibilità economica ed esperienza mediatica punti su un leader e lo porti alla vittoria.

Matteo Salvini.

ANSA

D. Lei comunque crede che si arriverà a un'intesa M5s e centrosinistra.
R. Se dovessi scommettere un caffè, sì. Alla fine con la trasformazione della leadership di Di Maio, il Movimento 5 stelle potrebbe addirittura sostituire il polo di centrosinistra. Lo si vede dai temi che porta avanti e anche da come si è spostato l'elettorato. Si arriverà a un bipolarismo: M5s da una parte e Salvini e il centrodestra dall'altra.

D. Il M5s del resto è ormai diventato un partito a tutti gli effetti.
R. La normalizzazione del Movimento è giusta. Ma pone dei punti di domanda. Non ho mai visto per esempio un partito le cui leve siano in mano esclusivamente a una Srl. Oggi il M5s è la forza meno democratica d'Italia.

D. Quali ripercussioni ha avuto la vittoria del Movimento a Strasburgo?
R. In Europa la normalizzazione si è consumata prima che in Italia, è stata una sorta di esperimento portato avanti un po' più nell'ombra. Lo conferma il fatto che siano una forza apprezzata dal mainstream. Ormai sono diventati parte del sistema. Il gruppo, da sempre commissariato dalla Comunicazione, dopo il 4 marzo ha ricevuto un preciso ordine da Milano.

D. Quale?
R. Stare calmi, apparire moderati e responsabili. A maggior ragione ora gli europarlamentari devono fungere da braccio di Roma all'estero. In più con la possibilità di non essere ricandidati nel 2019, nessuno avrà da ridire.

D. Anche alla luce di questo, quali potrebbero essere gli equilibri nel nuovo Europarlamento?
R. Immagino la formazione di tre grandi gruppi: i partiti tradizionali, con i socialisti fortemente indeboliti, un nuovo polo composto dal M5s, Ciudadanos e En Marche e infine un polo euroscettico che non potrà più contare sugli eletti inglesi ma che potrebbe ingrossarsi grazie ad altre forze: penso, oltre ai partiti dell'Enf, a Diritto e Giustizia in Polonia e ad alcuni movimenti euroscettici che si stanno consolidando nei piccoli Stati membri di Est e Nord Europa.

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