I 400 colpi

16 Marzo Mar 2018 0939 16 marzo 2018

Fatte le elezioni, come sempre ci si occupa di telefoni

Nel settore capitali e politica si sono sempre mossi in simbiosi. Ora che il fondo Usa Elliott ha lanciato l'assalto a Tim, il futuro governo dovrà sciogliere un groviglio non di poco conto.

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Fa molto notizia in questi giorni l’assalto che il fondo americano Elliott ha lanciato contro Tim, il colosso italiano dei telefoni controllato con troppe tribolazioni dai francesi di Vivendi, che con il loro 24% non possono però dormire sonni tranquilli visto che il gruppo vanta un azionariato diffuso con pacchetti posseduti da investitori istituzionali e fondi.

SU TIM IL GOLDEN POWER DEL GOVERNO. Che la partita sull’ex monopolista sia partita alla vigilia del voto, e sia destinata a protrarsi all’indomani anche in vista della prossima assemblea del 24 aprile, non desta meraviglia. Ancorché privata, Tim è una di quelle società dove la politica la fa da padrone, tanto che al governo è consentito esercitare un “golden power” che ne può condizionare le decisioni (e a cui per altro il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, accampando la «grave minaccia di pregiudizio degli interessi pubblici» è già ricorso). Essendo la rete un asset sensibile per gli interessi nazionali, non c’è privato che ne possa disporre a piacimento.

TELEFONIA E SIMBIOSI TRA POLITICA E CAPITALI. Da ricordare, per chi avesse memoria corta, che all’indomani delle elezioni che nel 1998 portarono Massimo D’Alema alla presidenza del Consiglio, l’allora Telecom appena privatizzata fu oggetto di un clamoroso ribaltone che ne segnò il passaggio dal nocciolino duro di soci capitanati dagli Agnelli ai padani guidati da Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti. Con 100 mila miliardi di vecchie lire, fu quella la più costosa opa della finanza italiana. Stessa scena nel 2001, quando il cambio di inquilino a Palazzo Chigi, dove si insediò Silvio Berlusconi, segnò il trasferimento della proprietà del gruppo da Colaninno alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera. Preistoria, ma abbastanza significativa per capire che sui telefoni politica e capitali, come il paguro bernardo, si muovono in simbiosi.

LA STRATEGIA DI RENZI. Ora, siccome i nuovi protagonisti della scena, ovvero 5 stelle e Lega, pur senza prendere posizione diretta, hanno fatto sapere che il mantenimento del controllo pubblico sull’infrastruttura è un imperativo categorico, è più che probabile che si vada verso quella direzione. Già, ma come? Il governo Renzi, che vedeva Bolloré il patron di Vivendi come fumo negli occhi (tanto da averlo perentoriamente stoppato nell’affondo che aveva lanciato per prendersi Mediaset), aveva obbligato Enel, che di mestiere si occupa di energia, a scendere in campo come operatore alternativo a Tim nella banda larga.

UN GROVIGLIO DIFFICILE DA SCIOGLIERE. Adesso che Renzi è uscito di scena, resta da risolvere un groviglio di non poco conto. Enel, che attraverso la sua Open Fiber ci ha già messo molti soldi, vorrebbe andare avanti da sola. Vivendi, vista la malaparata, aveva già fatto ammiccamenti sulla sua ritrovata disponibilità a scorporare la rete in una società di cui per altro ambiva a mantenere il controllo, quindi una finta pubblicizzazione. Se nell’assemblea di aprile a Elliott riuscirà il ribaltone, come si comporteranno i nuovi padroni? Su questo il pensiero del futuro governo, con buona pace dei tanti soldi che ci metteranno gli americani, sarà dirimente.

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