Ikea
4 Aprile Apr 2018 2004 04 aprile 2018

Caso Ikea, se la vita individuale è stritolata dagli orari

Il tribunale conferma il licenziamento di una dipendente madre di un figlio disabile. Il prof. Ferrante (Università Cattolica): «Abbiamo sempre detto "prima il lavoro" e ci siamo trovati senza tutele».

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Il caso dell'ex dipendente dell'Ikea Marica Ricutti - madre separata con due figli, uno dei quali invalido -, il cui licenziamento è stato definito dal giudice del lavoro «non discriminatorio» e legittimo, continua a suscitare polemiche e indignazione. La Cgil è sul piede di guerra e sta preparando un ricorso contro il provvedimento, considerato un esempio di «discriminazione di genere».

«GLI ORARI LI STABILISCE IL DATORE». Al di là della sentenza e della causa in corso, la vicenda ha riportato alla luce l'arretratezza italiana per quel che riguarda la conciliazione famiglia-lavoro. A spiegare il quadro a Lettera43.it è Vincenzo Ferrante, docente di diritto del lavoro all'Università Cattolica di Milano: «In Italia la vita privata e famigliare è rimasta stritolata dagli orari di lavoro. Non esistono norme che tutelino nel full time le condizioni individuali, ma solo regolamenti particolari. Gli orari li determina il datore».

«VIETATO SOLO IL LAVORO NOTTURNO». Nel caso specifico «c'è una norma che vieta il lavoro notturno per i genitori di minori o di disabili, ma il caso specifico non rientrava in questa situazione visto che la dipendente si rifiutava di iniziare il turno alle 7 di mattina».

Il sindacato, tuttavia, già pensa all'appello perché il ricorso sarà esaminato, questa volta nel merito, dallo stesso giudice che in via cautelare aveva stabilito che la decisione più drastica per la lavoratrice da parte dell'azienda era motivata dai comportamenti della Ricutti «di gravità tali da ledere il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore e consentire l'adozione del provvedimento disciplinare espulsivo».

«DEV'ESSERCI ASSISTENZA PUBBLICA». Spiega il professore Ferrante: «Se siamo al di fuori del lavoro notturno si ipotizza che ci sia qualche servizio di assistenza pubblica che possa sostituirsi alla madre e si occupi del minorenne, se il Comune o i servizi sociali non sono in grado di assicurare l'assistenza non comunque è l'azienda o il datore di lavoro che ci può rimettere».

SI È «AUTODETERMINATA» I TURNI? Secondo la sentenza, l'Ikea sarebbe venuta incontro in termini di turni alle esigenze della donna, la quale invece si sarebbe «autodeterminata» gli orari «senza preavvertire il responsabile, pur consapevole del nuovo orario, in due giornate: nella prima, pur in mancanza di una esigenza familiare specifica; nella seconda, pur consapevole dei disagi già in precedenza arrecati e delle contestazioni verbali dei responsabili». Accuse respinte dall'avvocato Maurizio Borali, che assiste la donna: «Il suo obiettivo era solo quello di ottenere un minimo di condizioni che le permettessero di potersi occupare della famiglia».

In Italia abbiamo sempre detto “prima il lavoro” e ci siamo trovati senza nessuna tutela sugli orari

Vincenzo Ferrante, docente di diritto del lavoro

Continua Ferrante: «In Italia abbiamo messo tra parentesi le esigenze di conciliazione tra la vita e gli orari di lavoro. Abbiamo sempre detto “prima il lavoro” e ci siamo trovati senza nessuna tutela sugli orari. La legislazione europea in materia è stata oggetto di molte critiche perché le si imputava un eccessivo disinteresse verso la tutela della vita famigliare e individuale».

«L'EUROPA LASCIA GIOCO AGLI STATI». Un vuoto normativo che se da una parte ha messo in condizioni difficili i lavoratori, dall'altra è andata a beneficio delle aziende. «Le nostre imprese competono con quelle straniere proprio per questi vantaggi di disorganizzazione», conclude il docente, «l'Europa lascia molto gioco ai singoli Stati in materia perché ha al suo interno Paesi come quelli dell'Est Europa che per competere hanno sempre puntato su orari lunghi e flessibili. La disattenzione europea in materia è frutto della pressione di questi Paesi che se dovessero applicare orari rigorosi sarebbero sbattuti fuori dalla competizione. E questo discorso vale in parte anche per l'Italia».

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