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RADIO LONDRA
6 Aprile Apr 2018 0949 06 aprile 2018

Cosa si nasconde dietro l'interesse del M5s per la Cdp

Costamagna continua a lavorare sul piano Tim cercando la riconferma. Ma la strada è in salita. Di Maio, che ha dato l'ok all'operazione, potrebbe usare le nomine come merce di scambio. Magari per convincere Salvini a mollare il Cav.

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Da qualche giorno, qui tra le nuvole del Paradiso, ho la fila di gente che dopo aver visto la foto del vostro nuovo presidente della Camera – tale Roberto Fico, praticamente un’esclamazione al potere – assiso in uno scalcinato autobus della Capitale, mi chiede se è vera la scena del film L’ora più buia di Joe Wright in cui Gary Oldman, che devo ammettere mi interpreta magistralmente, prende una metropolitana di Londra. Una scena che taluni hanno criticato per eccesso di improbabilità. Altri, invece, hanno definito l’episodio della tube storicamente non attestato, ma verosimile. A tutti ho risposto che non intendevo fare chiarezza postuma sulla disputa, se non su una cosa: non posso tollerare di essere paragonato a questo populista. Io quando parlavo ai miei concittadini non era per lisciare loro il pelo o mendicare voti, ma per avere il loro consenso su decisioni, nel caso specifico la guerra ai tedeschi, che avevo già preso. Winston era Churchill, non Chamberlain.

BRUTTA ARIA PER BOLLORÉ. Toltomi questo sasso dalle scarpe, datemi il tempo di aprire un Pol Roger, il cuvée che dal 1984 porta il mio nome in qualità di suo più illustre estimatore, e poi vi dico quel che so su Cdp e Tim. Tira brutta aria per quel presuntuoso di Vincent Bolloré. Ma a chi è causa del suo mal, non rimane che piangere se stesso. Il bretone ha creduto, sbagliando, che essere azionista fondamentale di Mediobanca, avere la sponda di Generali e Unicredit grazie a due connazionali non meno sciovinisti di lui (Philippe Donnet e Jean Pierre Mustier), avere comprato Telecom e attaccato Silvio Berlusconi a casa sua, lo avesse consacrato padrone del Belpaese.

Vincent Bolloré.

Ma soprattutto ha lasciato che i suoi uomini, dall’aristocratico Arnaud Roy de Puyfontaine al gaudente Amos Genish, si muovessero nel complicato scenario del sistema di potere italiano con consiglieri inutili – come Piergiorgio Peluso, direttore finanziario di Tim, figlio dell’ex ministro Annamaria Cancellieri – o addirittura controproducenti, come il presidente di Invitalia, Claudio Tesauro, avvocato partner dello studio Bonelli-Erede, che nel mondo politico si muove con risultati inversamente proporzionali alla sua prosopopea. A proposito di Bonelli-Erede, qui tra i lawyer beati in Paradiso circola una storiella gustosa che vi giro così come l’ho sentita: lo studio più affaristico d’Italia non contento di avere come cliente il gruppo Telecom, ha tentato di prendere la rappresentanza legale anche del fondo Elliott, oggi in guerra con Vivendi proprio per il controllo di Tim. Ma l’ordine degli avvocati, in un sussulto di dignità professionale, ha fermato l’incesto.

IL RAPPORTO CON RENZI. Ma torniamo a Bolloré. Il suo tormentato e ondivago rapporto con Matteo Renzi è paradigmatico di come il raider francese non abbia capito nulla dell’Italia: quando il fiorentino era potente, non ha saputo usare Franco Bernabè, che anche i sassi sanno abbia un rapporto stretto con Renzi per il tramite del suo amico e socio Marco Carrai; adesso che l’ex premier è in disgrazia, recupera Bernabè, senza capire che il suo nel frattempo è diventato il bacio della morte. Ora se ne vedono le conseguenze con l’ingresso in scena della Cassa Depositi e Prestiti.

Sono giorni che Claudio Costamagna traffica per portare la Cassa nel capitale di Tim, nonostante abbia il 50% di Open Fiber. Al presidente di Cdp non frega niente delle sorti di Telecom, e non ha neppure un particolare rapporto con Paul Singer – dai tempi di Goldman Sachs conosce meglio Gordon Singer, figlio del patron dell’hedge fund americano, responsabile dell’ufficio di Londra della Elliott Management – ma sa che gestire un’operazione anti-Bolloré – che farebbe persino piacere a Emmanuel Macron, che considera il socio di riferimento di Vivendi un nemico – in questa fase di chiusura del suo mandato gli potrebbe assicurare il rinnovo. Obiettivo che sembrava (ma solo sembrava) non perseguire nei mesi scorsi e che invece con il passare delle settimane ha curato con sempre maggiore tenacia e sempre più scopertamente.

L'INTERESSE DI DI MAIO. Per questo ha gestito direttamente con Paolo Gentiloni la tessitura del consenso intorno al blitz di Cdp in Tim, finalizzato a ostacolare Vivendi e favorire Elliott. Tra gli okay quello ovvio di Berlusconi – figuriamoci se si fa sfuggire l’occasione di rispondere pane per focaccia al nemico Bolloré – e quello meno scontato di Matteo Salvini, cui non dispiace dare una lezione ai francesi; ma anche quello per nulla scontato di Luigi Di Maio, che finora non si era mai espresso sulle grandi partite del potere economico-finanziario, se non per dire banalità populiste, e sembrava voler accondiscendere la voglia di far piazza pulita in Cdp. ​Come si era capito nel giorno della conferenza stampa a Milano di Costamagna e dell’amministratore delegato (sicuramente uscente) Fabio Gallia per presentare i risultati del bilancio 2017 della Cassa, quando nelle stesse ore il professore dell’Università Sant’Anna di Pisa, Andrea Roventini, scelto da Di Maio come candidato ministro dell’Economia, sparava palle incatenate contro i vertici di Cdp.

Andrea Roventini e Luigi Di Maio.

Dunque, quale è la vera posizione del candidato premier dei Cinquestelle? Il suo via libera a Cdp in Tim equivale a una firma per la riconferma di Costamagna? Cosa si sono detti Davide Casaleggio, che il New York Times ha definito il «Mago di Oz», ovvero l’uomo misterioso che gestisce il M5s nell’ombra, e l’inossidabile Giuseppe Guzzetti, cui come presidente dell’Acri spetta il diritto di indicare il nome del presidente di Cdp, quando si sono incontrati, in gran segreto, nella sede della Fondazione Cariplo a Milano?

L'OK ALL'OPERAZIONE SU TIM. Ho fatto qualche indagine e sono arrivato a questa conclusione: Di Maio ha dato l’okay all’operazione su Tim, mentre si è riservato di dire la sua sui vertici di Cdp. Su consiglio di Casaleggio e del fidato Vincenzo Spadafora, ha capito che quelle due decisive poltrone di via Goito sono una preziosa merce di scambio nelle trattative in corso per la formazione di un governo (possibilmente con lui premier). Per esempio da offrire a Salvini per indurlo a rompere gli indugi e mollare Berlusconi. Tanto che il vero regista delle nomine per conto della Lega, il vicesegretario Giancarlo Giorgetti, ha già il dossier aperto sul tavolo. Ma per far questo, il capo politico dei pentastellati deve tenere a bada le voglie (sfrenate) di alcuni personaggi che si fregiano, spesso millantando, dell’etichetta di fedelissimi, in procinto, a loro dire, di essere chiamati ad alti incarichi. In particolare, su Cdp, quello che si muove senza freni, e in modo piuttosto scomposto, è l’avvocato genovese Luca Lanzalone, scelto da Virginia Raggi come presidente di Acea.

COSTAMAGNA IN BILICO. Dunque, per Costamagna – fortemente irritato per l’andamento della conferenza stampa di Milano, tanto da aver perso le staffe e dover poi porgere le scuse alla mite giornalista del Corriere della Sera, Alessandra Puato – la strada della riconferma è ancora in salita. Non sarà l’anonimo Lanzalone, o qualcuno del genere, a sostituirlo, ma il rischio che Di Maio e Salvini confezionino un successore è ancora forte. E certo non l’aiutano le dimissioni dal cda della Cassa, arrivate improvvisamente, di Piero Fassino, Massimo Garavaglia e Stefano Micossi. Ufficialmente per «incompatibilità derivante dall’assunzione di nuovi incarichi», ma in realtà è difficile non pensare che a poche settimane dalla fine del mandato la scelta dei tre abbia motivazioni anche polemiche sulla gestione verticistica e un po’ troppo da banca d’affari della Cdp targata Costamagna.

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