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DIPLOMATICAMENTE
16 Aprile Apr 2018 1535 16 aprile 2018

Crisi siriana, cosa succede ora: due incognite sul futuro

Sulle tensioni Usa-Russia pesano le ragioni di “sicurezza” invocate da Erdogan contro i curdi. E la crescente pressione politico-militare esercitata dall'Iran su Israele. Il punto sulla situazione.

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La crisi siriana è tornata protagonista della scena internazionale in questo aprile 2018 in cui è successo di tutto e secondo molti... niente di niente. Sono stati 15 giorni in cui il presidente americano Donald Trump è apparso come il protagonista, nel bene e nel male, e il suo omologo russo Vladimir Putin come il suo principale e decisivo antagonista.

TRE PRIORITÀ PER L'AMERICA. Sono cominciati con l’annuncio fatto da Trump del ritiro ormai prossimo se non addirittura imminente delle truppe americane dalla Siria; un annuncio che sembrava destinato a mandare in soffitta le tre grandi priorità della strategia americana in Siria sottolineate solo qualche settimana prima da Rex Tillerson, l’allora segretario di Stato sostituito a metà marzo da Mike Pompeo - e cioè terminare la guerra all’Isis, contrastare l’espansionismo dell’Iran e far valere il controllo del 30% del territorio siriano in sede di negoziato di Ginevra sul futuro di quel Paese martoriato da otto anni di conflitto.

ERDOGAN TROPPO DISINVOLTO. Più o meno contemporaneamente Putin, il presidente turco Erdogan e il premier iraniano Rohani celebravano ad Ankara una sorta di vertice della vittoria in Siria, preludio, nelle dichiarate determinazioni, di un processo di pacificazione e stabilizzazione del Paese da realizzarsi sotto le loro tre mani benedicenti. Una celebrazione che escludeva gli Stati Uniti mentre poneva in primo piano un leader, Erdogan, capace di essere membro della Nato, tuttora candidato a membro dell’Unione europea, e nello stesso tempo partner di un terzetto di alleati del regime di Damasco, suo dichiarato nemico, di una Russia che certo non figura tra gli amici dell’Occidente e di un Iran che gli Usa non annoverano tra gli amici di sempre. Insomma, un leader che chiamare “disinvolto” è dire poco.

Nel 2013 Obama non punì la strage chimica di Assad, preferendo un accordo per l’eliminazione degli arsenali siriani suggerito da Putin

In questo contesto si è materializzata l’accusa rivolta a Bashar al Assad di aver provocato un’altra strage con l’impiego dell’arma chimica, l’ennesima dopo quella del 2013 - che Barack Obama non punì, preferendo un accordo per l’eliminazione degli arsenali chimici siriani suggerito da Putin - e delle altre che si sono susseguite nel tempo, compresa quella del 2017 nella provincia di Idlib, cui Trump rispose con un attacco aereo che si saldò con un bilancio di 15 morti (sei soldati e nove civili, tra cui quattro bambini) e provocò la rabbiosa reazione di Mosca e Teheran rimasta peraltro senza seguiti sul terreno.

QUEL CASTIGO ENTRO 24/48 ORE. Questa volta la pioggia chimica sarebbe stata scatenata a Duma, ultima roccaforte dei miliziani di Jaysh al Islam a Est di Damasco, contro intere famiglie ammassate in scantinati di edifici semi distrutti causando almeno 100 morti e un migliaio di feriti; e soprattutto una scia di immagini terrificanti che hanno fatto il giro del mondo, suscitando una comprensibile ondata di sdegno e di orrore. A partire dal presidente Trump, che dopo aver usato parole di profonda empatia per le vittime e di altrettanto profondo disgusto per Bashar al Assad, additato senza ombra di esitazione come il responsabile - ha usato l’epiteto di «maiale» -, ha annunciato che gli Usa lo avrebbe castigato nell’arco delle 24/48 ore.

RUSSIA E IRAN HANNO FATTO SCUDO. Mosca non ha solo respinto l’accusa; ha accusato i ribelli di aver montato ad arte un attacco in realtà mai verificatosi proprio per provocare una rappresaglia da parte dei “nemici” di Assad, presenti in Siria in violazione del diritto internazionale. L’Iran vi ha fatto eco con parole tanto sprezzanti quanto minacciose.

Il presidente siriano Bashar al Assad e quello russo Vladimir Putin.

Poi i giorni sono passati con un crescendo di rullar di tamburi di guerra dall’Atlantico al Pacifico passando per un’Europa frastornata e ancora una volta incapace di elaborare una linea di condotta degna di questo nome; poi l’annuncio dell’attacco da parte di Trump, quasi preceduto dalla minaccia del francese Emmanuel Macron di intervenire da solo se il presidente americano non vi avesse provveduto.

NESSUN PRETESTO FORNITO A MOSCA. Un attacco costruito col chiaro intento di non offrire a Mosca il temibile pretesto per una ritorsione militare e il correlato rischio di un’effettiva escalation che neppure Putin in realtà voleva. Un attacco senza vittime, frutto di un tempestivo preavviso a Mosca e ai suoi alleati.

Gli Stati Uniti hanno battuto un colpo in Siria per ricordare che ci sono anche loro, sia sul terreno sia al tavolo negoziale delle Nazioni unite

Un colpo battuto per dare un preciso segnale a Bashar al Assad, ma anche per far presente al trio esibitosi nel summit di Ankara (Russia, Turchia e Iran) che gli Stati Uniti c’erano, che la partita siriana non era circoscritta a loro e che anzi ciascuno di loro si doveva preparare a tenerne conto, sia sul terreno (gli Usa controllano circa un 30% del Paese ricco di materie prime) sia e soprattutto al tavolo negoziale delle Nazioni unite a Ginevra sul futuro della Siria, quando se ne materializzeranno le condizioni, sperabilmente presto. Erdogan ha colto al volo il segnale, approvando l’attacco e riavvicinandosi, almeno temporalmente, agli Usa contro Bashar al Assad.

NON CHIAMATELA BUFFONATA. Altro che «buffonata» o «show inutile» e altre espressioni simili, come qualche analista ha frettolosamente stigmatizzato questo attacco, militare sì ma con prevalente finalità politica. Anche Putin ha colto il segnale; tant’è che si è ben guardato dall’andare oltre le scontate reprimende e il linguaggio quasi da Guerra fredda. Del resto, Putin è troppo accorto per non aver realizzato che con questi Stati Uniti di questo Trump deve fare bene i conti se vuole uscire dalla Siria come vincitore militare e grande mediatore politico-diplomatico.

Le immagini dei missili americani sulla Siria.

ANSA

Anche Trump vuole uscire dalla Siria, ma certo non da perdente: né militarmente, contro l’Isis, che non è stato ancora definitivamente sconfitto, né a livello politico-diplomatico, a Ginevra. Ammesso e non concesso che dalla convergenza di questi interessi possa partire un concreto punto di svolta, restano due incognite: la prima, relativamente governabile, riguardante le ragioni di “sicurezza” invocate da Erdogan contro i curdi.

TRUMP PUÒ CHIUDERE IL CERCHIO? La seconda incognita, ben più problematica, riguarda Teheran con la sua crescente pressione politico-militare esercitata su Israele dal territorio siriano e da quello libanese. Intollerabile per Tel Aviv, non gradita neppure a Putin che non vuole pregiudicare i suoi rapporti con Israele. Potrebbe chiudere il cerchio Trump che ha fatto dell’ostilità all’Iran il suo cavallo di battaglia?

MINACCE DI NUOVE SANZIONI. Certo, tanto più ora con John Bolton alla Sicurezza nazionale e con Mike Pompeo al Dipartimento di Stato. Ma qui le incognite, a cominciare dalla portata reale delle minacce di altre sanzioni, sono tutte rivolte a un futuro da decifrare. Magari, auspicabilmente, di concerto con un’Europa meno inconsistente e meno condizionata dalle velleità di grandeur da parte di Parigi.

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