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14 Maggio Mag 2018 0800 14 maggio 2018

Un conflitto di interessi ci seppellirà

Dopo decenni di distrazioni della sinistra, ora il Pd annuncia una legge ad hoc. Per arrivare là dove i grillini non potranno che rinnegarsi. Ormai però siamo alla farsa. Visto che il vulnus, nato col Cav, rischia l'immortalità. La storia.

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l reggente del Pd Maurizio Martina è un uomo con la vocazione del Cireneo: nel marasma conseguente alla bastonata elettorale annuncia «una legge sul conflitto d'interessi di Berlusconi». Dopo 40 anni tondi di distrazione complice del suo partito, sigla dopo sigla. Martina vuole dimostrare che il Pd arriverà là dove i grillini non potranno che rinnegarsi, con gran disdoro di Travaglio, il falco, il fondamentalista, l'ideologo che oggi viene fatto fuori, insieme al viaggiatore Di Battista, dalla fazione possibilista di Casaleggio e di Di Maio nel nome della più brutale Realpolitik. Ma anche il reggente sa, deve sapere che la situazione, superando Flaiano, non è grave e non è neppure seria; è farsesca, grottesca, come risulta da questa storia per sommi capi del conflitto d'interessi che nessuno ha mai risolto né mai risolverà.

IN PRINCIPIO FU UNA SENTENZA. Tutto comincia da una sentenza, quella della Corte costituzionale 28/7/1976 n. 202 che riserva allo Stato l’emittenza nazionale sulla scia di un precedente (10/7/74 n. 226) che regola la libertà d’intrapresa televisiva in ambito locale via cavo, estendendola all’etere; viene inoltre riconosciuto ai privati il diritto soggettivo a trasmettere, nell’ambito della regola generale che richiede l'autorizzazione statale a utilizzare impianti di telediffusione. Ma il punto più importante è nel merito: l’etere è «una risorsa collettiva» e merita una regolamentazione generale, merita che le Camere producano una legge quadro, precisando il limite della raccolta pubblicitaria per l’emittenza locale e privata e definendo esattamente l'estensione dell'«ambito locale». Nelle praterie di questa vacatio legis, Berlusconi ha tutto il modo, il tempo di infilarsi lanciando Telemilano Canale 58, una delle oltre 400 emittenti private che affollano l’etere già da qualche tempo con programmi pionieristici.

Berlusconi sa, conosce i precordi pionieristici di Alceo Moretti, anconetano effervescente, antesignano dell'emittenza privata, scomparso novantunenne nel 2012. la sua Telemilano, però, gioca su altre prospettive: possiede già una attrezzatura tecnica di buon livello. L'obiettivo minimo, allietare via cavo le serate dei neoinquilini di Milano 2, sembra sprecato. Così, all’inizio del 1979 crea Reteitalia, in settembre Publitalia; poi rileva metà dell’Elettronica Industriale, fondata dal padre di Adriano Galliani. Con Telemilano fanno quattro società, i quattro pilastri sui quali edificare l'impero televisivo.

IL SEGRETO DI VENDERE VENDITE. Berlusconi crea un parco programmi e c’infila dentro, a pagamento, la pubblicità. Nella sua filosofia il mezzo (pubblicitario) è il messaggio e viceversa: «Io non vendo spazi, vendo vendite». E il mezzo sta cambiando, Carosello, il principale vettore pubblicitario per la Rai degli ultimi 20 anni, è stato fatto defungere (proprio dal Pci) all'inizio del 1977, si cercano nuovi format reclamizzanti. Berlusconi l'americano è quello con le idee più chiare e il gioco gli riesce tanto che Canale 58, ora Canale 5, riesce facilmente a diventare locomotiva di un treno in corsa. Canale 5, in altre parole, vende programmi corredati di pubblicità, agli altri restano briciole di trasmissioni, di spot. La chiave di tutto è la raccolta pubblicitaria, è l’homo-Publitalia (che poi diventerà l’homo-Forzitalia). L’ossatura del nascente network la cura proprio Adriano Galliani il quale spiana la penisola, su e giù dalle Alpi al Lilibeo, raccogliendo frequenze oppure microemittenti. Alla fine del 1980, a Canale 5 fanno capo 25 emittenti regionali e sono calcolati in 12 milioni gli italiani che ricevono il segnale, quanto a dire oltre 30 milioni di telespettatori.

RAI, PREDOMINIO A RISCHIO. Niente di tutto questo sembra scuotere la Rai, nella cui Sipra i funzionari della raccolta pubblicitaria dormono sonni tranquilli quanto lottizzati. Ma è quello che vuole il futuro Cavaliere, che a breve offre alla Figc un rilancio clamoroso per i diritti delle partite dei maggiori campionati nazionali: 16 miliardi per la stagione 1981-82, laddove la Rai ne pagava 2,6 (in questo periodo comincia anche a ventilare l'acquisto di una squadra di calcio milanese). Se la strategia, insidiare il predominio della tivù di Stato, è ormai chiara, meno lo è la disponibilità finanziaria, quel flusso di denaro liquido «oltre ogni merito creditizio» di cui parla Tina Anselmi quale presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2.

Silvio Berlusconi e Mike Bongiorno.

Crescendo, Fininvest non può non espandersi a dispetto delle rivali. Nel 1982 i circuiti maggiori sono tre: oltre a Canale 5, ci sono Italia 1, con 18 emittenti locali, di cui 4 di Rusconi e 14 affiliate; e Retequattro (23 emittenti, 4 di Mondadori, le altre affiliate). Network che rispettano, almeno formalmente, l'orientamento della Consulta, che invece Berlusconi interpreta a modo suo: Canale 5 copre l'intero territorio nazionale tramite un reticolo di emittenti tutte controllate e dal segnale più nitido rispetto ai competitori, vincolati a connessioni derivate con le collegate le quali trasmettono come possono. E non può sorprendere che Canale 5 finisca per segnalarsi come la più seguita delle emittenti non pubbliche, già a ridosso di Rai 2. Tra il 1982 e il 1984 Berlusconi annette a Fininvest Italia 1 (costata quasi 80 miliardi di lire), cedutagli da Rusconi (il quale denuncerà il «flusso illimitato di denaro per Fininvest, con la quale noi non potevamo competere»), e Rete 4 (135 miliardi) da quella Mondadori che si accinge a conquistare.

LO ZAMPINO DI CRAXI. Nel frattempo la vacatio legis continua, i vuoti normativi nessuno li riempie, quando tre pretori nel 1984 impongono a Finivest la stretta diffusione locale, interpretando in modo rigido la sentenza della Consulta, Sua Emittenza, come già lo chiamano, forte dell'amicizia col premier Bettino Craxi che stoppa i decreti pretorili, reagisce con una rabbiosa campagna mediatica evocativa dell’art. 21 della Costituzione: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”». Identico cafarnao tornerà ad agitarsi 9 anni dopo, quando, per contrastare la direttiva Cee che limita la sponsorizzazione dei programmi tivù, di cui le emittenti berlusconiane avevano profittato a livelli ossessivi, Maurizio Costanzo si scatena con il nostalgico slogan «vietato vietare» - ed è per l'anticomunista Berlusconi che lo riesuma! - con tanto di invito a sommergere il ministero delle Poste di telegrammi di protesta.

LA LEGGE MAMMÌ. A chi lamenta il mancato rispetto della sentenza costituzionale, Berlusconi oppone che i suoi ponti radio non sono «strutturali» come quelli della Rai, ma «funzionali». Cavillo di Troia, ma bastevole, anche perché lo stesso art. 192 del Codice Postale non è meno pasticciato e confuso. Si arriva dunque alla «transitorietà permanente» nel giugno 1985, dopo che, nel novembre precedente, il Pci facendo mancare il numero legale ha svuotato in parlamento la decadenza dei decreti Craxi che sanavano la situazione di Fininvest. Il più buonista è il giovane Walter Veltroni, dirigente comunista con delega alla comunicazione. Dopo anni di vacanza, più che vacatio, lo stato dell'arte verrà cristallizzato nella legge Mammì che, dopo un percorso maledetto che porterà inchieste e arresti, prevede quanto segue: nessuno può avere più di 3 reti nazionali; nessun quotidiano per chi ha 3 reti (Silvio passa il Giornale al fratello Paolo), fino all’8% della tiratura per chi ne ha 2, fino al 16% per chi ne ha una, fino al 20% per chi non possiede televisioni; permesse 3 interruzioni pubblicitarie per ogni film con possibilità di una quarta in caso di opere particolarmente prolungate; diretta anche alle tivù private, il che implica la possibilità di testate telegiornalistiche per ogni rete.

Le antenne Mediaset a Cologno Monzese.

ANSA

In altre parole, la Mammì cristallizza lo status quo a tal punto da venire platealmente sconfessata ripetutamente da ulteriori sentenze della solita Corte Costituzionale, la quale torna a ribadire che l’emittenza privata può avere solo carattere locale. Certo una posizione anacronistica, sulla quale Berlusconi ha buon gioco nel far valere il fatto compiuto, senza dubbio più aderente a una realtà completamente mutata: la stessa Rai, incalzata su più fronti dall'offensiva privata, ha dovuto adeguarsi, mutando strategie, scuotendosi dall'inerzia, adottando bene o male una sua filosofia aziendale meno incrostata.

UN TRUST CHE CI VEDE BENISSIMO. Comunque gli ermellini, i togati non li ascolta nessuno se è vero che nel maggio 1997 il Senato approva la legge del ministro alle Poste Antonio Maccanico con la quale impone a Mediaset di trasferire su satellite Rete 4, ma solo quando esisterà «un congruo numero» di impianti per captare l’emittente spostata, secondo la Authority appena costituita: un organismo a lottizzazione partitica e dunque controllato anche dal controllando Berlusconi. Ne uscirà l'ennesima stroncatura teorica dalla Corte Costituzionale. Dieci mesi dopo, con voto unanime della Camera a maggioranza di centrosinistra, passa una proposta di blind trust che non sposta una pianta in Fininvest. Commenta il politologo Giovanni Sartori: «È talmente poco cieco, questo trust, che Berlusconi non ha nessun bisogno di ritrovare la vista».

LA VERSIONE DI D'ALEMA. Sempre sotto regime ulivista viene soffocata la proposta Passigli (blind trust quando applicabile o alienazione del bene “conflittuale”), col contributo decisivo di D'Alema che osserva: «Berlusconi il conflitto d'interessi lo deve risolvere da sé». Anni dopo, Luciano Violante ammetterà: «Avevamo garantito a Berlusconi che non avremmo toccato le sue televisioni». Nuovo colpo di scena, o di teatro, nel 1999: il presidente del Consiglio, il postcomunista D’Alema, indice una gara per l’assegnazione delle concessioni delle reti nazionali la cui commissione è presieduta da un avvocato di Mediaset. In luglio arriva la gara d’appalto, per partecipare alla quale sono stati stabiliti requisiti strategicamente restrittivi. La sinistra prova a rifarsi una verginità nel 2001 con la proposta Dentamaro, inopinatamente fuori tempo.

PROPRIETARI E GESTORI. Nel 2002 la legge Frattini risolverebbe il conflitto d’interessi istituzionalizzandolo, ma non viene neppure approvata in via definitiva, non serve. Sono gli anni di maggior potere berlusconiano, e si sente. Il capolavoro arriva alla metà del 2003, quando passa alla sola Camera in contemporanea con la riforma «di riassetto» del sistema televisivo votata al Senato una norma surreale: i membri del governo possono essere «meri proprietari» d’imprese, inclusi i mass media, ma non è dato loro di gestirle, con tanto di sanzioni, fino alla revoca delle concessioni, per chi usa le cariche pubbliche per uso personale. Garantiscono Antitrust e Authority delle telecomunicazioni. Ovvero: Berlusconi a palazzo Chigi può starci con tutte le sue tivù, Fedele Confalonieri no.

L'EMANCIPAZIONE DI LA7. Il Presidente Ciampi manda anche lui i suoi strazianti messaggi alle Camere sul pluralismo: le Camere neanche commentano, lui non se la prende, il solito Sartori sì e lo rimbrotta. Dice la Consulta: «Dalla previsione di 12 reti nazionali (di cui 9 private) si è passati a 11 reti (8 private)». Berlusconi lo prende per un attestato di merito. Quanto a La7, resterà una rete-cuscinetto per anni, con reciproci vantaggi di natura politico-industriale fra Berlusconi e Tronchetti Provera, prima di riuscire, sotto il controllo di Urbano Cairo, a strappare un suo ruolo, puntando su una informazione dinamica - e in tempi recenti generosa ospite di politici e giornalisti contigui al Movimento 5 stelle.

Nel 2004, tocca al ministro Gasparri ritagliare per il capo del governo una legge su misura per il suo triplice network: vi si configura un pluralismo digitale di lì a 10 anni, lasciando a Mediaset possibilità di crescere senza limite mentre lo sbarco su satellite di Rete 4, senza concessione dal 1999, ribadito nel 2002 dall’ennesima pronuncia della Consulta, viene fatto slittare al 2006. Si escogita un meccanismo del SIC - Sistema Integrato delle Comunicazioni – che permette di raccogliere fino al 20 percento di un mercato pubblicitario tendenzialmente infinito, valevole anche per le reti digitali, cui per essere tali è richiesta la copertura di appena la metà della popolazione nazionale (contro il più sensato 80% del territorio, stabilito dalla l. 249/97). Con il che, l’identico limite del quinto di reti possedute da un solo soggetto finisce per riferirsi a una totalità pressoché sconfinata.

UNA SINISTRA FELPATA. Infine, mentre entra in vigore per effetto della stessa legge la sanatoria degli sfondamenti dei tetti pubblicitari contestati a Mediaset e Rai dal Garante delle comunicazioni dal 1999 in poi, la legge stabilisce una formidabile barriera all'entrate nel sistema televisivo per chi non è già operatore analogico. Da qui in avanti si parlerà sempre meno di conflitto d'interessi e, in caso, come di una condizione acquisita, risolta in sé. La sinistra si guarda bene dal compiere passi bruschi, le successive proposte, come quella Gentiloni, sono soffici come piumini da cipria, l'ex capo della vigilanza Rai, il democratico Petruccioli, diventa presidente della televisione pubblica Rai previo passaggio a casa del capo di quella privata, dal quale ottiene il placet.

L'ULTIMO ATTACCO A VIALE MAZZINI. La storia recente, siamo al 2015, vede Berlusconi sferrare l'attacco alla Rai con un’offerta pubblica di acquisto e scambio su Rai Way lanciata attraverso la sua omologa, Ei Towers. Una sfida da 1,22 miliardi di euro per creare un polo nazionale unico dell’infrastruttura televisiva da 5 mila antenne, come già accade in Francia, Inghilterra, Spagna, utile anche a «svolgere un ruolo rilevante anche nel settore delle telecomunicazioni», si legge nella nota che annuncia l’operazione, poi abortita per i pareri negativi di Antitrust e Consob, oltre all'obbligo di mantenere Rai Way pubblica. Il che non avrebbe impedito una successiva riproposizione dell'ipotesi a ruoli invertiti, vale a dire l'acquisizione di Ei Towers da parte di Rai Way, giusto un anno fa.

L'ACCORDO CON VIVENDI. Nel marzo del 2016 Mediaset e Vivendi siglano un contratto che vede la compagnia francese entrare in quella italiana con una quota attualmente pari al 29,9%. Accordo stridente fin da subito, più simile a una faida, con accuse reciproche di inosservanza dei patti, ritorsioni, richieste di risarcimenti vertiginosi, manovre da parte di Vivendi per scalare completamente Mediaset. Fino allo scorso 30 aprile, venerdì di Pasqua non santo ma sicuramente di passione tra Mediaset e Sky che danno vita a una fusione non di società ma di contenuti. Un accordo che spezza una guerra decennale con in palio diritti sportivi e non solo, spot pubblicitari, canali ballerini. Tutto superato in base a una allenza che vedrà 9 canali di cinema e serie tivù attualmente disponibili solo su Mediaset Premium visibili anche agli abbonati Sky via satellite senza costi ulteriori, mentre la tivù di Murdoch sfrutta bande detenute dal Biscione per entrare nel digitale terrestre convogliando parte della propria offerta sportiva. A sua volta, Mediaset potrà ridefinire su satellite le proprie reti generaliste, Canale 5, Italia 1 e Rete 4, già soffocate per effetto della guerra tra i due colossi delle telecomunicazioni. Per dirla con l'Ad di Sky Italia, Andrea Zappia, «sarà quasi come avere due offerte pay-tivù al prezzo di una». Prospettiva gradita alla Borsa, che alla riapertura di martedì 4 aprile ha benedetto con un +7,58% il titolo Mediaset, ma non convince, tra gli altri l'amministratore delegato di Tim, Amos Genish, il quale dichiara a La Stampa: «C'è troppa concentrazione».

UN CONFLITTO DIVENTATO CONCERTO. Genish sembra mettere suo malgrado l'epigrafe su una storia clamorosa: quella della irresistibile ascesa televisiva di Berlusconi con annesso conflitto d'interessi. L'accordo a porte girevoli tra Mediaset e Sky, con Berlusconi ancora politicamente decisivo, suggella una colossale operazione strategica di natura industriale, seppure Mediaset oggi risulta gestita formalmente da una holding familiare. Dopo 40 anni il conflitto è diventato concerto, e, pace all'anima del suo critico più grande, il citato Giovanni Sartori, nessuno si sogna più di eccepire alcunché. Times have changed, canta Bob Dylan, non moriremo democristiani ma in conflitto d'interessi di sicuro a prescindere dalle leggi comicamente annunciate oggi dal reggente Martina.

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