Cei, superare divisioni per bene comune
15 Maggio Mag 2018 1445 15 maggio 2018

La Cei sui migranti fa eco a Salvini: «Aiutarli nei Paesi d'origine»

La crisi fa entrare in competizione italiani e stranieri, scrivono i vescovi, servono delle limitazioni e più sostegno nei luoghi d'origine. I numeri sugli sbarchi e quelli sui fondi per la cooperazione, però, dicono che l'Italia ha già adottato questa politica. 

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Bisogna aiutare i migranti, si, ma a casa loro. A dirlo non è Matteo Salvini ma la Cei, la conferenza episcopale italiana ovvero l'assemblea dei vescovi, l'ente che, tra le altre cose, gestisce i fondi dell'otto per mille destinati dai cittadini italiani alla Chiesa (986 milioni di euro nel 2017, 1.018 nel 2016) – e il quotidiano Avvenire, a cui ogni anno va la somma più consistente dei contributi diretti con cui lo Stato sostiene l'editoria (5 milioni nel 2016).

CEI: LA CRISI RENDE DIFFICILE L'ACCOGLIENZA. «Siamo consapevoli che nemmeno noi cristiani, di fronte al fenomeno globale delle migrazioni, con le sue opportunità e i suoi problemi, possiamo limitarci a risposte prefabbricate, ma dobbiamo affrontarlo con realismo e intelligenza, con creatività e audacia, e al tempo stesso, con prudenza, evitando soluzioni semplicistiche», scrivono i vescovi nella Lettera sulle migrazioni inviata il 15 maggio alle comunità cristiane. «Riconosciamo che esistono dei limiti nell'accoglienza. Al di là di quelli dettati dall'egoismo, dall'individualismo di chi si rinchiude nel proprio benessere, da una economia e da una politica che non riconosce la persona nella sua integralità, esistono limiti imposti da una reale possibilità di offrire condizioni abitative, di lavoro e di vita dignitose. Siamo, inoltre, consapevoli che il periodo di crisi che sta ancora attraversando il nostro Paese rende più difficile l'accoglienza, perché l'altro è visto come un concorrente e non come un'opportunità per un rinnovamento sociale e spirituale e una risorsa per la stessa crescita del Paese».

CALO DRASTICO DEGLI SBARCHI. Difficoltà di cui è ben consapevole anche il ministro dell'Interno Marco Minniti che ha portato avanti una politica di contenimento degli sbarchi e dell'immigrazione molto più stringente rispetto ai suoi precedessori, attirandosi per questo le critiche delle organizzazioni umanitarie. I risultati sono nei numeri forniti dal Viminale: a maggio il crollo degli sbarchi di migranti rispetto allo stesso periodo del 2017 è stato del 94%. Da gennaio a oggi sono sbarcate 9.948 persone contro le 45.112 del 2017 (-78%). La flessione più consistente rigurada degli arrivi dalla Libia: sono 6.843 contro i 43.488 del 2017 (-84%). Nel 2017, nel complesso, gli arrivi sono diminuti del 34% rispetto al 2016.

«Il primo diritto è quello di non dover essere costretti a lasciare la propria terra. Per questo appare ancora più urgente impegnarsi anche nei Paesi di origine dei migranti, per porre rimedio ad alcuni dei fattori che ne motivano la partenza e per ridurre la forte disuguaglianza economica e sociale oggi esistente», dice ancora la Cei nella missiva.

RADDOPPIATI I FONDI PER COOPERAZIONE. Anche sul fronte degli aiuti economici ai Paesi in via di sviluppo, tuttavia, l'Italia non è rimasta a guardare. A gennaio il presidente del consiglio uscente Paolo Gentiloni ha fatto il punto della situazione: «Aiutiamoli a casa loro, espressione spesso detta per nascondere atteggiamento di chiusura, non è l'impostazione di un grande paese come l'italia», spiegò a un incontro sul tema organizzato dalla Farnesina. «Dobbiamo aiutarli per contribuire allo sviluppo di Africa e territori emergenti. Abbiamo raddoppiato i fondi della cooperazione italiana da 0,14 % del Pil allo 0,27 con l'obiettivo di raggiungere lo 0,30%. Il raddoppio dei fondi corrisponde al raddoppio delle speranze e delle opportunità. Questo è ciò di cui Italia ha bisogno e che non vogliamo farci scippare dal ritorno di nazionalismi. L'Europa che invecchia ha bisogno di flussi migratori organizzati e controllati».

CEI: EVITARE DISCRIMINAZIONI. La lettera della Cei si concentra poi anche su come vengono affrontati i processi di integrazione in Italia. Il fenomeno delle migrazioni chiede «di avviare processi educativi che vadano al di là dell'emergenza, verso l'edificazione di comunità accoglienti capaci di essere "segno" e "lievito" di una società plurale costruita sulla fraternità e sul rispetto dei diritti inalienabili di ogni persona», si legge nel testo. «Si tratta di cogliere le migrazioni come "un segno dei tempi", come hanno ricordato gli ultimi pontefici: un luogo frequentato da Dio, che chiede al credente di "osare" la solidarietà, la giustizia e la pace». Occorre avere uno «sguardo diverso di fronte a coloro che bussano alle nostre porte, che inizia da un linguaggio che non giudica e discrimina prima ancora di incontrare. I termini stessi che spesso ancora utilizziamo per parlare di immigrati (clandestini, extracomunitari...) portano in sé una matrice denigratoria Se noi siamo parte di una comunità, essi ne sono esclusi».

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