Berlino
20 Dicembre Dic 2016 1644 20 dicembre 2016

Attacco in Germania, viaggio tra i profughi di Berlino

Viaggio tra i richiedenti asilo di Charlottenburg, il distretto dell'attentato, e dell'ex aeroporto di Tempelhof, teatro del blitz. La vita negli hangar, l'emarginazione, il rischio radicalizzazione: il reportage di L43.

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da Berlino

Le piste e gli hangar dell'aeroporto di Tempelhof, attraversato dalle spie occidentali nella Guerra fredda, sono uno dei luoghi abbandonati più mitici della Berlino ancora in trasformazione. Stava diventando il più grande parco della capitale, sono arrivati i profughi e ora Tempelhof è la più grande cittadella di richiedenti asilo della Germania.

OLTRE 3 MILA PROFUGHI A TEMPELHOF. Ai tempi del Reich fu definito il terzo edificio più grande al mondo. Un luogo ideale, devono aver pensato subito le autorità tedesche all'arrivo dell'ondata di quasi 1 milione di stranieri dai Balcani, nell'estate 2015: da un anno più di 3 mila di loro dormono e vivono in questi lunghi hangar trasformati in padiglioni. Altre migliaia sono transitate da lì, come il ragazzo pachistano sospettato dell'orribile attentato con il tir sulle bancarelle del mercatino di Natale della Chiesa del Ricordo e poi rilasciato.

L'ex scalo di Tempelhof.

Nella notte uno degli hangar è stato rastrellato per indagini dalle teste di cuoio di un commando speciale. All'inizio i padiglioni messi a disposizione nella monumentale struttura erano due, ma ne sono stati presto aperti e allestiti altri. Si entra negli alloggi da due ingressi, uno per ogni grande braccio della costruzione: anche i richiedenti asilo passano solo dopo aver superato i tornelli per i controlli. Tra il personale della security c'è Mahan, un rifugiato accolto in Germania anni fa, «uno degli afgani buoni», racconta. Lettera43.it ha visitato Tempelhof appena qualche giorno prima del blitz, per continuare i reportage sui migranti dal grande campo profughi di Berlino: un luogo aperto, nonostante le misure di sicurezza.

LA VITA NEGLI HANGAR. C'è spazio a Tempelhof, spazio per gli sfollati e per tanti altri. I tedeschi a fotografare l'enorme ingresso dello scalo abbandonato, di epoca nazista e poi base Usa, e a passeggiare lungo i campi della pista. I richiedenti asilo ad andare e venire dalle aree recintate degli hangar con i loro container. Tante le famiglie con bambini, i gruppi di giovani stranieri di ritorno dagli acquisti, le giovani coppie a darsi la mano, le belle ragazze truccate dirette verso la metropolitana, per la passeggiata nei mercatini di Natale o un giro in qualche luccicante shopping center della capitale. Perché la vita del richiedente asilo è anche un po' da turisti: «Prendiamo le giornate come vengono», spiegava sorridente una coppia di siriani. Al mattino c'è il corso di tedesco; a seconda del curriculum, poi, qualcuno ha ottenuto un lavoretto. Ma la loro resta un'esistenza in attesa.

Profughe a Tempelhof.

GETTY

I miei bambini fanno teatro, io lezione di lingua e la formazione per il lavoro

Hadiya, siriana

Hadiya, 42 anni, siriana, rientra di fretta con i suoi «due bambini piccoli che il pomeriggio giocano con gli animatori», al mattino come molte donne, «ha lezioni di lingua e formazione per il lavoro». Alloggiati dentro ci sono anche centinaia di iracheni, afgani, pachistani, qualche iraniano, all'ingresso incontriamo una donna «curda scappata dalla Turchia».

CENTINAIA DI VOLONTARI. Un ragazzo spagnolo trapiantato a Berlino, come tanti giovani italiani e altri europei, corre verso l'associazione che «organizza spettacoli teatrali e attività per i piccoli»: ha trovato impiego da qualche settimana. A Tempelhof, come negli altri centri profughi tedeschi, lavorano tante organizzazioni umanitarie e imprese sociali. Centinaia di volontari si registrano per donare parte del loro tempo ai richiedenti asilo, c'è un caffe per l'ascolto e gli incontri, d'estate nei campi della pista si fanno feste e sport.

Verso l'ingresso Ovest.

Adesso gli sforzi per dare una parvenza di normalità a tutte queste migliaia di vite sospese saranno squassati da interrogatori e perquisizioni. Un furgoncino della polizia tedesca (che nelle ex hall di Tempelhof ha uno dei suoi quartier generali a Berlino) ci aveva chiesto informazioni su «come raggiungere l'hangar 5».

SECURITY, NON ESERCITO. In un altro centro profughi visitato, l'ex grande caserma nazista di Schmidt-Knobeldorf a Spandau, Lettera43.it è riuscita a entrare senza controlli, insieme con dei richiedenti asilo, fino all'ufficio della direzione, ottenendo tranquillamente alcune informazioni. Servirebbe un permesso, certo, e nessuna foto. Ma nessun cancello invalicabile, né pattuglie di militari o poliziotti a sbarrare l'accesso come in Ungheria, ma guardie giurate e operatori: dopo l'attentato, questi luoghi avranno probabilmente una gestione meno civile.

Container negli hangar.

GETTY

Doveva essere un racconto sul modello tedesco dell'accoglienza: vecchi ospedali e tante strutture pubbliche messe a disposizione, per l'emergenza e il primo inserimento degli stranieri, con la massima organizzazione e disponibilità possibili. Ma ora cambia tutto: ci sono delle falle, com'era forse inevitabile, e Angela Merkel si è confessata «sgomenta». La destra radicale e xenofoba di Alternative für Deutschland (AfD) che miete consensi in vista delle Legislative del 2017 incalza la cancelliera, chiedendole la schedatura continua dei migranti e presidi serrati nei luoghi sensibili perché la «Germania non è più al sicuro».

IN ARRIVO MOMENTI DURI. Dopo la strage di Natale saranno tempi più difficili anche per i richiedenti asilo, e già sono duri: Zabihullah, 24enne afgano conosciuto all'uscita della residenza per migranti in un ex centro sanitario tra i viali di Charlottenburg-Wilmersdorf – il distretto della Chiesa del Ricordo e del mercatino colpito –, ha avvisato gli amici su Facebook di «essere al sicuro»: poteva rimanere anche lui una vittima dell'attacco, dalla vicina fermata di Westend, lungo la Kantstraße si arriva al posto dell'attentato. Con l'amico persiano Ali Reza va spesso ai mercatini dei Natale dopo il corso di lingua e altre commissioni, perché ci sono anche le piste sul ghiaccio e i luna park con delle giostre spettacolari che non si vedono in Afghanistan e neanche in Iran.

Richiedenti asilo a Tempelhof.

GETTY

Alcuni divertimenti sono proibiti dai fondamentalisti islamici: una novità. Zabihullah preferisce il «mercatino più bello di tutti, quello di Alexanderplatz», dove siamo andati insieme con Ali: hanno insistito per offrirci in ogni modo il pranzo e una bevuta alle bancarelle. In un anno la Germania ha dato loro tutto quel che serve per le necessità: 300 euro al mese per il vitto, in attesa del sì o del no della loro domanda dopo un'intervista con le autorità, lo sconto per la rete dei trasporti pubblici, l'assistenza sanitaria gratuita incluse le cure dentali, l'opportunità di imparare una lingua e, per chi ha esperienza, di lavorare qualche ora.

64 MILA RICHIEDENTI ASILO IN CITTÀ. Dopo la prima accoglienza in luoghi come Tempelhof o la caserma di Schmidt Knobelsdorf Kaserne, diversi richiedenti asilo sono passati dalle camerate con le mense a residenze più raccolti, con una cucina propria dove vivere in modo più autonomo. Alcune famiglie di profughi sono state inserite in appartamenti, hotel e blocchi di case popolari in zone più centrali, come la sovietica Karl Marx Allee e visitatissimi luoghi cult di Berlino come il quartiere multietnico e fricchettone di Kreuzberg o l'ormai elegante (ex punk) Alexanderplatz. La Berlino svuotata alla caduta del Muro è (era?) una città aperta anche per i quasi 64 mila richiedenti asilo registrati nella metropoli dal 2015, secondo i dati dell'Ufficio statale per le migrazioni e i profughi.

Usciamo solo tra noi profughi. Neanche i volontari e gli insegnanti che ci aiutano vogliono essere nostri amici nel privato, i tedeschi ci ignorano

Zabihullah e Ali

Il distretto dell'attentato di Charlottenburg-Wilmersdorf, cuore dell'ex Berlino Ovest di diplomatici e militari americani, era un luogo di pace, tra i migliori per i profughi: i residenti delle ville borghesi attorniate da laghi e lunghi viali alberati non hanno battuto ciglio al dislocamento di centinaia di stranieri nell'ex ospedale dell'Akazienallee, «il viale delle Acacie», e anche nella caserma dell'adiacente hinterland di Spandau.

LA SOLITUDINE DEGLI SFOLLATI. In serenità li hanno accettati, ma il vitto e l'alloggio dignitosi nei mesi di attesa e la sorniona tolleranza discreta di tanti berlinesi non colmano la solitudine. «In un anno», hanno raccontato a Lettera43.it i due amici richiedenti asilo che hanno accettato di trascorrere una giornata con noi, «siamo usciti solo tra stranieri dei centri profughi, queste sono le nostre prime ore di svago con un europeo. Neanche i volontari e gli insegnanti che ci aiutano vogliono essere nostri amici nel privato, i tedeschi ci ignorano».

L'ex caserma di Schmidt Knobelsdorf.

COLIN SMITH

Ali Reza, 34 anni, si è buttato nel mare con un gruppo di altri migranti tra la Turchia e la Grecia «attaccato a dei copertoni legati delle gomme» per raggiungere l'Europa. Ha risalito tutti i Balcani, ora confida di essere accettato in Germania come dissidente perché in Iran il «regime dei mullah» ci fa il gesto che gli taglierebbe la gola, da «non rimetterci più piede»: là ha lasciato una figlia piccola e l'ex moglie a Berlino lavoricchia come elettrotecnico, la sua professione da anni.

AFGANI RESPINTI DALLA GERMANIA. Un minijob, ma intanto è qualcosa, Zabihullah invece è più pensieroso: ha lasciato la Kabul dilaniata dalle reti criminali e dagli attacchi dei talebani da studente di agraria, vorrebbe proseguire l'università a Berlino ma teme il rimpatrio come tanti connazionali. La notizia potrebbe arrivare a giorni: «Vogliono solo i siriani, il 50% degli afgani viene rispedito indietro», ha saputo. Il governo Merkel ha firmato un accordo per i rimpatri con l'Afghanistan e anche il Pakistan, ritenuti entrambi «Paesi sicuri».

Zabihullah e Ali.

Tanti ragazzi partono da soli anche minorenni, come lui e Ali, dalla Turchia verso la Grecia o la Bulgaria, poi attraverso l'Ungheria e l'Austria, a volte deviando dall'Italia. Per loro due il viaggio è durato mesi, sono stati «fortunati», per altri anni. I migranti pagano lo scotto di essere traghettati dalle reti di trafficanti, qualcuno si perde: «Sono stati trovati dei terroristi tra di noi», ha ricordato Zabihullah.

RISCHIO EMARGINAZIONE. È facile cadere sulla brutta strada, finire nella marginalità, iniziare a chattare su Internet con qualche reclutatore di terroristi che parla la tua lingua e ti ascolta, o accettare, una volta respinti, la mano tesa di qualche giro di imam estremisti, nati e cresciuti anche in Germania. Mosche bianche pericolose: l'attentato a Berlino non è stato sventato come la bomba rudimentale a chiodi che era pronto a far esplodere, pochi giorni prima, un 12enne al mercatino di una cittadina sul Reno. Poi il tir, una brutta storia per tutti.

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