Trump Vittoria

L'America di Trump

Arizona
21 Gennaio Gen 2017 1800 21 gennaio 2017

Usa, l'effetto Trump visto dal confine messicano

I crimini d'odio aumentano. Gli studenti disertano la scuola per paura di retate. L'incertezza dilaga. Lettera43 tra gli immigrati dell'Arizona. «Siamo tornati agli Anni 50. Donald? È il vero volto del Paese».

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da Phoenix

Le comunità di messicani e centroamericani che risiedono negli Sati Uniti vivono in un clima di estenuante incertezza da quando Donald Trump ha vinto le elezioni con una campagna xenofoba, caratterizzata da promesse ostili dei confronti degli immigrati. E non è solo tra gli irregolari che c’è preoccupazione, in molte zone c'è una recrudescenza di atti di discriminazione e in alcuni casi di violenza, perpetrati in particolare da bianchi suprematisti, anche se l’intolleranza sembra riprendere piede soprattutto negli Stati del Sud, dove l’immigrazione è più forte.

SITUAZIONE TRANQUILLA AL NORD. L’incredulità non si smorza neanche davanti all’evidenza. «Nessuno si aspettava una vittoria di Trump. Adesso la speranza per noi è finita», dice a Lettera43.it José Luis, un messicano che da 17 anni vive in Wisconsin. Ha moglie e due figli, tutti irregolari. Lavora di notte in una ditta di pulizie. I suoi figli vanno alle superiori. «Qui nel Nord del Paese la situazione per il momento è tranquilla, la gente sa che noi immigrati, anche irregolari, veniamo qua per lavorare».

IL PARADOSSO DI ARIZONA E TEXAS. Ben altra aria tira nel Sud. Arizona e Texas sono fra gli Stati più conservatori, ma allo stesso tempo con il maggior numero di immigrati, soprattutto messicani. Si stima che fra 10 anni saranno la maggioranza, superando la popolazione anglosassone. «Si respira un clima di odio», dice Víctor Hugo Preciado, un messicano che vive da 17 anni a Phoenix, Arizona. Senza documenti. «Sono aumentati i crimini d'odio, persone picchiate da suprematisti bianchi o dalla polizia», racconta. Ma dice di non avere paura. «Quando mi ferma la polizia so come reagire. Non ho timore, anche perché appartengo a un’associazione che difende i diritti degli immigrati».

Quel razzismo che credevamo passato è tornato. Sono tornati gli Anni 50

David Muñoz, professore

«Ti fermi in macchina e la gente ti guarda male», spiega David Muñoz, professore dell’Arizona State University. Nato a Città del Messico, vive da 35 anni a Phoenix. «Quel razzismo che credevamo passato è tornato. Sono tornati gli Anni 50». E lui, a differenza di Víctor, ammette di avere paura. Molti colleghi gli hanno raccontato di studenti bianchi che aggrediscono latinos. Li minacciano. La gente più istruita sembra essere anche la più preoccupata, con o senza documenti. Intravede il pericolo che Trump rappresenta per la comunità.

AUMENTA LA VIOLENZA RAZZIALE. Il problema, dice Muñoz, è che negli Stati del Sud è sempre esistita una cerchia di anglosassoni fortemente razzisti e anti-immigrati, ma adesso con Trump ha trovato terreno fertile. Fatto che potrebbe tradursi per tutte le comunità di migranti — e non solo — in uno o più passi indietro in materia di conquiste sociali e di diritti umani. «Stanno aumentando gli episodi violenti, le aggressioni fisiche e le manifestazioni del Klu Klux Klan. E questo ha a che vedere con Trump», dice Héctor Domínguez, messicano, professore universitario residente ad Austin, Texas.

POLIZIOTTI E POLITICI NEL KKK. «Questo clima xenofobo che si sta diffondendo è propizio per le aggressioni, gli arresti ingiustificati. Con la scusa che Trump ha detto che deporterà prima i delinquenti, ogni irregolarità sarà sufficiente per incolpare una persona senza documenti», spiega. Insomma, rischierà anche chi guida senza patente, che gli irregolari non possono ottenere, o chi beve un bicchiere di troppo in un bar. «Molti membri del Klu Klux Klan in Texas sono poliziotti, magistrati, politici. Sta prendendo piede il loro progetto, che è principalmente razziale, e provoca abusi ai danni dei latinos, degli afroamericani, con maggior frequenza».

Donald Trump.

ANSA

Riguardo alle promesse di Trump, non mancano gli scettici. Spiega Domínguez: «Sicuramente non potrà deportare più di 11 milioni di illegali. Crollerebbe l’economia. Neanche i 3 milioni che ha detto dopo, abbassando la cifra, quando ha vinto le elezioni. Però sì, può deportare moltissimi immigrati, questo creerà paura, violenza, una crisi profonda, sia qui sia in Messico».

TRA SUPEROMISMO E PRAMMATISMO VOLGARE. Jorge Capetillo-Ponce, della Massachusetts University, non concorda con chi vede un Trump destinato ad ammorbidirsi una volta alla Casa Bianca. «Quello che prevedo io nel futuro immediato è uno scontro tra i governi del Messico e degli Stati Uniti e una profonda crisi nel nostro Paese». L’era del trumpismo è alle porte, secondo Ángel Jaramillo, professore dell’Università Nazionale Autonoma del Messico e giornalista del New York Sun, un’ideologia basata su protezionismo economico, suprematismo razziale, protestantesimo. E sui libri di Levi Strauss e la Bibbia: «Il suo pensiero è un misto di manuale di superomismo e prammatismo volgare».

GLI STUDENTI DISERTANO LA SCUOLA. Julian Jefferies, professore della California State University, ha svolto ricerche sulla paura di essere deportati tra gli immigrati senza documenti: «Il loro timore è aumentato con Trump. Molti studenti non vanno a scuola per la paura di possibili retate». E i primi che rischiano di essere colpiti dalle politiche del tycoon sono proprio gli studenti del programma Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals), che è stato messo a punto da Barack Obama per permettere di studiare ai figli di immigrati irregolari (che siano arrivati in America da bambini) e che il nuovo presidente potrebbe presto revocare.

Tutti si preoccupano per la costruzione del muro. Ci sono pezzi costruiti da molto tempo e i controlli sono sempre più stringenti. Il muro esiste già

Hugo Salcedo, professore e drammaturgo

L’altra promessa a firma Trump che ha suscitato veementi reazioni è la costruzione di un muro che separi gli Stati Uniti dal Messico, per evitare l'ingresso illegale di migranti. «La città di frontiera è divisa da un confine. Ci sono famiglie in cui il nonno e lo zio vivono negli Stati Uniti e la madre e il nipote in Messico», spiega Domínguez. «Tutti i giorni migliaia di lavoratori la attraversano per andare a lavorare». Ma c'è anche un aspetto commerciale da non sottovalutare: «Qualsiasi attività in Texas o Arizona ha interessi in Messico. Chiudere la frontiera provocherebbe una grande crisi sociale ed economica da entrambe le parti», dice il professore.

LA TOMBA DELL'AMERICAN DREAM. «Questa situazione dimostra che l’American dream è finito da un pezzo. Trump è la vera faccia degli Stati Uniti», conclude Hugo Salcedo, professore universitario e drammaturgo messicano, residente a Tijuana. «Tutti si preoccupano per la costruzione del muro. Ci sono pezzi costruiti da molto tempo e i controlli sono sempre più stringenti. Il muro esiste già».

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