Migranti:169 su barcone,soccorsi in mare

Emergenza migranti

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5 Febbraio Feb 2017 1800 05 febbraio 2017

Torino, il palazzo autogestito dai migranti

Maliani, gambiani, senegalesi, marocchini, bengalesi, ivoriani e ghanesi: 71 profughi hanno occupato e ristrutturato un edificio dei padri Salettiani. Progetto unico in Italia. Il reportage.

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È ora di cena e da ognuna delle cucine disposte sui tre piani del palazzo proviene un profumo diverso. Mustafa ha messo sul fuoco il tajine, come da tradizione marocchina. Pollo, olive, cipolla, carote, prugne e mandorle soffriggono lentamente nel coccio colorato mentre lui schiaccia i semi di cumino nel mortaio, sprigionando un odore esotico che attraversa la stanza e s'infila nella camera dove Ousmane e Brahim stanno guardando la tivù.

SOTTO IL PESO DELL'INGIUSTIZIA. Quando passa l'immagine del nuovo presidente americano Donald Trump si mettono a discutere di quale futuro aspetta il mondo con lui al timone. Sul cellulare appare l'immagine della bella Melania, il giudizio è unanime: «A ognuno la first lady che merita!». Il loro è un pensiero globale, sanno che quello che succede in America o in Cina influisce sulla vita di tutti. Le scelte dell'Occidente le hanno vissute sulla propria pelle e conoscono il peso dell'ingiustizia e il valore della solidarietà.

CONCESSO L'USUFRUTTO PER 10 ANNI. I pregiudizi, le diffidenze, la marginalità sembrano essere state bandite da questo edificio torinese occupato nel 2014, situato a pochi passi da piazza Massaua, che porta il nome di quella che fu la capitale dell'Eritrea durante lo sciagurato imperialismo italiano. L'immobile appartiene ai padri missionari Salettiani che dopo un po' di resistenze hanno concesso l'usufrutto per 10 anni ai 71 migranti che attualmente ci vivono.

Il papa lanciava moniti agli ecclesiastici perché si aprissero tutte le strutture per accogliere i migranti. Noi ce la siamo aperta da soli

GLI ABITANTI DE LE SALETTE

Questi ragazzi, quasi tutti giovanissimi, hanno una protezione internazionale, ma un anno o due passati nelle strutture di accoglienza non gli hanno fornito nessuno strumento e nessun percorso per affrontare la vita in Italia. Una volta usciti dai progetti e dopo aver affrontato mesi se non anni di sfruttamento con lavori in nero e condizioni di salute precarie trovando riparo in rifugi di fortuna, si sono presi quel posto dimenticato da dio e dagli uomini.

NEL 2016 SBARCATI 180 MILA PROFUGHI. «C'è stata anche una componente di fortuna», raccontano, «quando abbiamo occupato il papa lanciava moniti agli ecclesiastici perché si aprissero tutte le strutture per accogliere i migranti. Noi ce la siamo aperta da soli, ma poi la collaborazione coi preti è stata davvero buona». Nel 2016 i profughi sbarcati sulle coste o giunti in Italia attraverso le frontiere sempre più sigillate degli Stati balcanici sono stati circa 180 mila. Nonostante la giovane età, l'odissea del viaggio (molti rimangono per anni nelle carceri libiche dove soffrono ogni tipo di violenza), e le condizioni dei Paesi di origine, sprofondati in uno stato di guerra perenne e povertà assoluta, solo il 30% ottiene una protezione internazionale.

IN PIEMONTE DISTRIBUITE 10 MILA PERSONE. L'accordo Stato-Regioni prevede la distribuzione in Piemonte del 7% dei migranti arrivati via mare. Attualmente in terra sabauda ne sono accolti circa 10 mila, 8.800 in Cas (Centri d'accoglienza straordinaria), 1.200 in Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati). Secondo uno studio di Medici senza frontiere in Italia oltre 6 mila migranti vivono in accampamenti informali e 4 mila di questi non sono mai passati in accoglienza. Uno su tre non è iscritto al Sistema sanitario nazionale. Nella sola città di Torino 1.500 rifugiati vivono in palazzi occupati.

La struttura vista dall'esterno.

Mustafa lascia il tajine alla sua fiamma - «Deve cuocere molto lentamente, questo è il segreto» - e ci guida per le scale dove si mescolano profumi di spezie e s'incontrano persone che provengono da Paesi lontanissimi tra loro. Ogni piano ospita una quindicina di persone in stanze singole o doppie con 4 bagni e una cucina comuni. Sui muri un cartello con i turni di pulizia.

TANTE NAZIONALITÀ TUTTE ASSIEME. Al primo incontriamo Lamine che affetta una cipolla, al secondo Idrissa parla della partita di calcio che vuole organizzare, Mohammed al terzo ascolta musica con le testa reclinata, assorto in mille pensieri. Maliani, gambiani, senegalesi, marocchini, bengalesi, ivoriani e ghanesi, diverse sfumature di nero e sorrisi bianchi, grandi e lucenti come la luna che fa capolino da dietro le impalcature. I lavori vanno avanti.

Un edificio occupato da rifugiati che viene ristrutturato da loro stessi mentre continuano ad abitarci: primo caso in Italia

Mustafa è orgoglioso di quello fatto in tre anni alle Salette, e forse, come gli altri, non si rende ancora conto di essere parte di un progetto che ha pochi eguali in Italia. Per una cosa è addirittura il primo: un edificio occupato da rifugiati che viene ristrutturato da loro stessi mentre continuano ad abitarci. Un piano dopo l'altro, spostandosi e condividendo gli spazi liberi per poi tornare alle stanze di quella che giorno dopo giorno diventava una casa comune, con una dignità del vivere che difficilmente è concessa ai migranti.

UN'ASSEMBLEA PER PIANO. «Ci organizziamo piano per piano facendo assemblea. All'inizio non è stato facile, ma ormai siamo rodati», dice Mustafa mentre torna a girare il pollo che ormai è quasi pronto. L'acqua per il tè che accompagnerà la cena è già bollente e l'odore della menta ha l'effetto di un balsamo per l'anima. I ragazzi hanno da subito stabilito che dovevano farcela da soli, ponendo l'autogestione a fondamento della loro comunità.

ALTRO CHE ASSISTENZIALISMO. Una distanza siderale dal sistema esclusivamente assistenzialistico di Stato, sperimentato, tra gli altri, da 5 gambiani. Il periodo di accoglienza in uno Sprar di Torino per loro è durato anche meno del previsto. «Mancavano ancora parecchi mesi alla fine del tempo stabilito, non avevamo né imparato l'italiano né fatto corsi professionali. Per noi la cooperativa spendeva 28 euro al giorno mentre per quelli che sarebbero subentrati avrebbe avuto 35 euro». Chi dirigeva lo Sprar voleva intascare i soldi dei gambiani anche dopo averli lasciati per strada. «Abbiamo iniziato una protesta, ma poi avevamo paura di possibili ritorsioni e ce ne siamo andati. Per fortuna c'è stata l'occupazione delle Salette», ricorda James.

Uno degli ospiti mentre cucina prodotti tipici del suo Paese.

Anche chi ha trascorso tutto il periodo previsto in accoglienza non ne ha un bel ricordo: «Non potevamo cucinare, fare la spesa, pulire, insomma eravamo trattati come bambini, ma noi, dopo tutto quello che abbiamo passato, anche se giovani, siamo già adulti», dice Aliou. Tutte le scelte sono state discusse e approvate nell'assemblea comune, anche quella di mettere i pannelli solari, donati dalla Iren (società di gestione dell'energia elettrica), sul tetto.

«ABBIAMO TROVATO PACE». Rispetto a molti edifici costruiti o recuperati a Torino, questo ha un'ottima classe energetica grazie alle idee avanzate dai ragazzi. «Questo palazzo sarebbe rimasto vuoto, invece lo abbiamo portato a nuova vita e con esso anche noi abbiamo trovato un po' di pace e un nuovo vero inizio dopo tante ingiustizie», dice Ali, rifugiato bengalese che per lunghi mesi ha dormito insieme con una decina di connazionali nei garage del Moi, le ex palazzine olimpiche occupate nel 2013 che ospitano oltre mille richiedenti asilo e rifugiati.

L'inserimento lavorativo in Piemonte delle persone che ottengono una protezione internazionale è intorno al 3%

L'associazione "Insieme per l'accogliere", composta da Pastorale migranti, Curia tramite la Caritas e i padri Salettiani, ha fatto da interfaccia legale per l'accesso ai bandi che hanno permesso di finanziare la ristrutturazione. La cooperativa Orso aiuta per le varie pratiche amministrative, corsi di lingua e professionali. A tutto il resto ci pensano da soli, compreso inventarsi un impiego. L'inserimento lavorativo in Piemonte delle persone che ottengono una protezione internazionale è intorno al 3%, sia che provengano dai Cas sia dagli Sprar. Gli altri, usciti dall'accoglienza, vanno spesso a ingrossare le fila dei nuovi schiavi, soprattutto nei campi della provincia di Cuneo.

ATTIVATE 13 BORSE DA 1.000 EURO. Per evitare una sorte simile gli abitanti delle Salette hanno per prima cosa proposto ai padri Salettiani di partecipare ai lavori di ammodernamento. Sono state così attivate 13 borse lavoro da 1.000 euro «Le operazioni non pagate le facevamo tutti insieme, gli altri lavori chi aveva la borsa», spiega Atta. La ristrutturazione è partita il 20 ottobre 2015 e si conclude nella primavera del 2017. «Abbiamo praticamente finito, manca la scala antincendio: quando anche quella sarà installata potremo prendere la residenza».

LAVORI FAI DA TE NEL PALAZZO. Le porte di legno sono state modificate dagli abitanti: «Dopo il corso con un falegname ci siamo messi a sistemare quelle che avevano una striscia di vetro, che non è a norma», dice Mustafa mostrandoci il laboratorio di falegnameria nello scantinato e gli strumenti del mestiere che il suo maestro gli ha regalato alla fine del corso. «Nella sala accanto partirà a breve una maglieria, poi forse una foresteria a prezzi popolari».

Il punto è rendere economicamente autosufficiente la struttura con introiti da varie attività

Nicolò, animatore del progetto

Le idee e lo spirito d'iniziativa non mancano e dopo aver programmato le attività all'interno dell'edifico si guarda fuori: «Stiamo partecipando a un bando comunale per la gestione delle terre qui davanti», spiega Bash, «potremmo coltivare e magari vendere gli ortaggi». L'obiettivo fondamentale è di mantenersi col proprio lavoro: «Il punto è rendere economicamente autosufficiente la struttura con introiti da varie attività», chiarisce Nicolò, uno degli animatori del progetto.

UN POSTO DI PASSAGGIO. «Questo è un posto che ci siamo immaginati di passaggio, ma l'allontanamento non è forzato, non c'è un termine. I ragazzi cercano un lavoro e poi, quando hanno la possibilità economica, le capacità linguistiche e sociali per provare a vivere fuori dalla comunità intraprendono il loro cammino indipendente, avendo un anno e mezzo di tempo per vedere come va. Una ventina di persone hanno avuto contratti a tempo determinato, due a tempo indeterminato e stanno già pagandosi un affitto», conclude Nicolò.

PRESTO LA GESTIONE LEGALE. Il percorso verso l'autonomia delle Salette si completerà tra poco tempo, quando gli abitanti formeranno una associazione che assumerà la gestione legale di questa splendida Babele. Più che una casa le Salette sembrano un albero i cui frutti splendono come l'oro del mondo. Loro, il sale dell'Europa che verrà (e che è già reale nonostante i muri), hanno trovato la forza e l'unione per superare il freddo e la paura di essere sgomberati all'inizio, quando dalle porte semi divelte entravano correnti gelate. Hanno posto le loro diversità e i loro sogni sul piatto della bilancia, trovando un felice equilibrio. Che si mantiene tale con la partecipazione quotidiana di tutti.

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