Migranti:169 su barcone,soccorsi in mare

Emergenza migranti

Val susa
25 Febbraio Feb 2017 1500 25 febbraio 2017

Val Susa, la micro-accoglienza dei migranti fa scuola

Venti Comuni subentrano nella gestione dei Cas. Solitamente affidata alle coop. E non sempre esemplare. Ventotto appartamenti a disposizione di 112 profughi. Ma la convivenza non è sempre facile.

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Un territorio dove convivono i due opposti dell'accoglienza. Da una parte quella micro e diffusa, un progetto innovativo che coinvolge 20 Comuni. Dall'altra quella delle prefetture, che riempiono con decine o centinaia di richiedenti asilo un'unica struttura. La Val Susa non è solo lotta contro la Tav, è anche la battaglia intrapresa da alcuni amministratori locali per provvedere alla gestione dei migranti e coordinare al meglio i trasferimenti. Finora i Comuni operavano solo attraverso gli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr): adesso questo consorzio di 20 paesi è pronto a farsi carico della gestione dei Cas, solitamente affidata alle cooperative (con le prefetture). E non sempre un modello esemplare di accoglienza.

In Val Susa convivono micro-accoglienza e gestione istituzionale dei migranti.

Valeria Fioranti

I Cas, nonostante siano definiti centri “straordinari”, sono la norma: vi risiede circa il 90% dei richiedenti asilo. Il progetto capitanato dal paesino di Avigliana prevede 28 appartamenti, uno o due per Comune, su una superficie di 45 chilometri, che accoglieranno un totale di 112 persone. E sta facendo scuola, almeno in Valle. «Quello che abbiamo fatto», spiega Enrico Tavan, assessore di Avigliana e promotore del progetto, «è rendere l'accoglienza sostenibile a livello sociale, distribuendo piccoli numeri su un territorio vasto». Trentacinque euro pro capite al giorno come in ogni centro, sia Sprar sia Cas, ma «c'è una differenza abissale nel modo in cui vengono erogati i fondi. Noi paghiamo in base ai servizi offerti. Nei Cas gestiti esclusivamente dalle cooperative si paga a presenze, senza che nessuno controlli se si offrono le prestazioni».

POCHI CONTROLLI NEI CAS. Il lavoro e le condizioni dei Cas della provincia di Torino, che contano 5.037 persone accolte, dovrebbero essere controllati dalla prefettura, ma la responsabilità di questa funzione sui 332 Centri straordinari ricade su solo quattro dipendenti. In totale, i richiedenti asilo nei Cas piemontesi sono quasi 13 mila. Una parte fondamentale del protocollo riguarda questo aspetto: «Noi garantiamo un doppio controllo», dice Tavan, «uno economico da parte del Comune di Avigliana che è capofila nel progetto e uno di ogni Comune che verifica l'effettiva messa in atto dei servizi nelle strutture situate sul proprio territorio».

Per noi la micro-accoglienza è stato anche un modo per reagire e difenderci dalle decisioni unilaterali della prefettura

Maria Stella Aglianò, assessore di Almese

L'iniziativa dei 20 Comuni è riuscita a smuovere le acque e a far stipulare accordi simili nell'Alta Val Susa (18 Comuni per 64 beneficiari), in Val Pellice (nove Comuni e 70 richiedenti), Ivrea (51 Comuni e 520 richiedenti) e Caluso (20 Comuni e 188 richiedenti). «Gestire i numeri è meglio di vederseli imporre», sintetizza Maria Stella Aglianò, medico e assessore di Almese, «per noi la micro-accoglienza è stato anche un modo per reagire e difenderci dalle decisioni unilaterali della prefettura, come successo nel febbraio 2015 quando 50 persone sono state portate in un edificio di Borgata Giorda, a pochi chilometri da Almese. La prefettura di Torino non ci ha comunicato il trasferimento e lo abbiamo saputo solo una settimana dopo».

IN PREFETTURA L'EMERGENZA È LA NORMA. La situazione di emergenza gestita dalla prefettura, che riceve i profughi sbarcati nel Sud Italia con breve preavviso, spinge spesso ad attivare Cas che ospitano decine se non centinaia di migranti, come succede ad Alpignano, piccolo Comune valsusino, con 250 richiedenti stipati in un ex albergo. Un gigantismo che crea problemi nelle comunità, non sempre pronte a convivere con le diversità, e alle cooperative, che con numeri così alti fanno quel che possono e a volte nemmeno quello. La storia del palazzo in usufrutto ai Padri Giuseppini di Borgata Giorda, a pochi chilometri da Almese, dà un'idea di quel che può accadere.

Il bando è stato vinto dalla Codea, associazione temporanea d'impresa con capofila la cooperativa aostana Leone Rosso. In quell'edificio le cose non vanno come dovrebbero e i volontari, che sempre accompagnano e spesso sostituiscono gratuitamente le cooperative nell'espletamento di molte attività pagate dalla prefettura, si accorgono che i ragazzi, in quel pezzo di valle, non stanno bene. «Dopo un anno di insistenze sono riuscita a scoprire che non li avevano neanche vaccinati, cosa obbligatoria», dice Aglianò. «La cooperativa non aveva tenuto i contatti col centro per l'impiego, le ore di lezione erano poche. Per questo abbiamo presentato un esposto». Il cibo poi era sempre lo stesso e quando l'Asl ha fatto un sopralluogo ha scoperto che le derrate alimentari erano male conservate.

IL CASO DI BORGATA GIORDA. Nel verbale si fa riferimento anche all'insufficienza dei servizi igenici. «L'acqua calda bastava per tre persone e noi eravamo 50», dice Sinna. L'edificio, ex colonia, è sprovvisto di riscaldamento: «La cooperativa ha sopperito con una stufa a legna», dice Aglianò, «ma solo nella zona giorno». «Ci siamo dovuti comprare delle stufette elettriche da mettere in stanza», conferma Thiekoro. I richiedenti asilo ancora nella struttura sono circa 20. Alessandro Richard, responsabile della Leone Rosso, respinge ogni accusa: «Abbiamo fornito dall'inizio tutti i servizi pattuiti, circa un terzo dei ragazzi ha anche partecipato a tirocini formativi. Per quanto riguarda il controllo dell'Asl è arrivato 18 mesi dopo che avevamo attivato la struttura. Ci hanno chiesto di mettere una caldaia perché la stufa a pellet non era sufficiente e l'abbiamo fatto».

IL LIMBO DEI MIGRANTI. Dalla psicologa, che si è presentata una sola volta nel centro di Borgata Giorda, non è andato nessuno perché «era a Torino e poi nella cultura africana non esiste la figura dello psicologo», dice Moussa, «se avessi capito meglio quello che mi aspettava forse ci sarei andato». Lui attende la decisione del giudice sulla richiesta d'accoglienza, rischia di perdere tutto quello su cui ha investito anni della propria vita. Come dimostra la vicenda del 22enne gambiano annegato nella laguna veneziana, l'attesa infinita e i continui dinieghi alla protezione internazionale creano uno stato di frustrazione che non può essere affrontato senza un supporto competente.

L'ostacolo più frequente - e che va oltre le volontà dei Comuni - è il reperimento dell'alloggio

Al di là dell'esperienza di Borgata Giorda, l'ostacolo più frequente - e che va oltre le volontà dei Comuni - è il reperimento dell'alloggio: «È difficile convincere i privati ad affittare per migranti», dice Aglianò. «Molti, anche se sono consapevoli che le spese saranno sicuramente pagate, non ne vogliono sapere». E quando ne viene trovato uno bisogna scontrarsi con la diffidenza di alcuni cittadini.

LA DIFFIDENZA DEGLI INQUILINI. A inizio gennaio Moussa, Sinna, Thiekoro e Dumbia sono stati inseriti nella micro-accoglienza e trasferiti in un appartamento di Rivera, una frazione di Almese. Il 24 gennaio quattro giovani africani dovevano andare ad abitare in un altro alloggio dello stesso edificio, ma alcuni inquilini hanno chiesto un incontro con la sindaca. Le rimostranze vertevano su una presunta insicurezza che si sarebbe provocata con l'inserimento di ragazzi soli, mentre sarebbe stata meglio accetta una famiglia. Le cooperative hanno dovuto trovare un'altra sistemazione.

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