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8 Marzo Mar 2017 1100 08 marzo 2017

Storia di Amal, combattente nelle milizie femminili anti-Isis

Ha 23 anni e da tre fa parte dell'Ypg. Che cerca di cacciare i jihadisti da Raqqa. È stata ferita in guerra. Rinnegata dalla famiglia. Ma continua la sua lotta «contro il Califfato e contro questa società che nega i diritti alle donne».

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da Qalamoun (Nord Libano)

Il profumo del caffè al cardamomo riempie la piccola stanza. Amal lo serve con gesti garbati, leggermente appesantiti dall’incedere claudicante. Poco più di un mese fa la scheggia di una bomba dell’Isis l’ha ferita a una coscia mentre combatteva in un villaggio vicino a Raqqa, capitale del Califfato in Siria. «La ferita non era grave, ma si è infettata», dice a Lettera43.it. «Le condizioni al fronte non mi permettevano di curarla e allora ho raggiunto mia sorella in Libano». Di madre curda e padre siriano, a 23 anni la ragazza ha imbracciato le armi contro i jihadisti e scelto Amal (speranza in arabo, ndr) come nome di battaglia. Da quasi tre anni combatte nelle fila dell’Ypg, l’unità femminile delle milizie curde: «Le canaglie dell'Isis ci temono. Quando in battaglia sentono le nostre voci di donna hanno paura di essere uccisi da una di noi».

L'OFFENSIVA PER LIBERARE RAQQA. Amal ha partecipato a molte battaglie, negli ultimi mesi la sua unità è impegnata nell’offensiva lanciata dalle “Forze Siriane Democratiche”, un’alleanza arabo-curda sostenuta dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, per liberare Raqqa. «Stavamo avanzando alla periferia di Mazraat Khaled (a 30 chilometri da Raqqa, ndr), quando gli uomini dell'Isis hanno iniziato a bombardarci con i mortai. Un colpo è arrivato vicinissimo al mio gruppo e io sono stata colpita».

IL «MARTIRIO» DI BAHARI. A Bahari, la sorella d’armi, è andata peggio: «Una scheggia l'ha presa al ventre. Urlava e ho cercato prima di fermare il sangue e rimettere dentro le viscere che uscivano dalla ferita. Poi disperata ho provato a trascinarla via, ma per la mia ferita alla coscia sono svenuta». Quando Amal si è ripresa nel centro medico ha saputo «che lei era morta e che io rischiavo di perdere la gamba per gli sforzi che avevo fatto». Amal mostra la foto di una ragazza giovane, occhi scuri e capelli raccolti, infagottata in una giacca mimetica con il distintivo giallo dell’Ypg sul petto: «Questa era Bahari. Un eroe del nostro popolo, un martire della libertà».

La nostra partecipazione alle brigate femminili è una vendetta per tutte le donne rapite e stuprate dall'Isis

Amal

Sono più di 1.000 le donne che combattono nelle milizie curde in Iraq e in Siria. «La nostra partecipazione alle brigate femminili è una vendetta per tutte le donne rapite e stuprate dai bastardi dell'Isis. Come le donne Yazide di Sinjar (in Iraq) vendute al mercato come schiave sessuali». Amal racconta che ancora oggi, quando lei e le sue compagne arrivano al fronte, devono fare i conti con l’ironia e lo scetticismo degli uomini. «Ci prendono in giro, dicono che siamo troppo sensibili e che non siamo capaci di usare una pistola o di uccidere un nemico con il coltello. Poi ci vedono combattere, usare un mortaio o sminare una strada e cambiano idea. All’inizio non capiscono che noi stiamo combattendo per salvare le nostre madri e le nostre sorelle dalle canaglie».

RINNEGATA DALLA FAMIGLIA. L’impegno militare di Amal e delle sue compagne spesso non è accettato dalle comunità di origine. Combattono l’organizzazione jihadista più pericolosa del mondo, ma le donne arabe in armi in Siria devono anche affrontare il peso della tradizione e l’ira delle famiglie. «Quando ho scelto di aderire all’Ypg», racconta Amal, «ho sfidato il mio clan, mio ​​padre e mia madre. I miei genitori mi dissero: "O torni indietro o sarai rinnegata". Da allora della mia famiglia solo mia sorella ha mantenuto i rapporti con me». Il padre di Amal appartiene alla tribù al-Sharabieh, uno dei gruppi tribali arabo-sunniti più conservatori del Nord-Est della Siria.

«NOI, OPPRESSE DA ISIS E SOCIETÀ». La sua famiglia la vede come una ribelle, che ha rifiutato di seguire le tradizioni e le regole, come quella di indossare il velo. «Non si può sparare indossando un niqab. Con la mia lotta voglio contribuire a liberare le donne dall’oppressione dell'Isis, ma anche della nostra società, dove le donne non hanno voce in capitolo», conclude Amal. «Invece, dovremmo avere tutti gli stessi diritti. Voglio tornare in prima linea per vendicare Bahari, ma combatterò per conquistare la nostra dignità di donne libere e indipendenti».

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