L43 Siria 160929211757

Guerra in Siria

Ypg
16 Aprile Apr 2017 1800 16 aprile 2017

Raqqa, a tu per tu con i volontari occidentali che combattono l'Isis

Arrivano dall'Europa e dall'America per unirsi alle milizie curde dell'Ypg. Liberare la città siriana dal Califfo. E vedere nascere lo Stato indipendente della Rojava. Le storie di Carolyn (Norvegia) e Roger (Usa) a L43.

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da Qalamoun (Nord Libano)

Fino a marzo, era convalescente e ospite della sorella rifugiata nel villaggio libanese di Qalamoun, vicino al confine siriano. Ora Amal è guarita e si dice pronta a tornare sul fronte di Raqqa. Quando la incontriamo, non è sola. Ad accompagnarla c'è una giovane ragazza bionda dai modi e dai vestiti occidentali. «Vi presento Carolyn, una compagna d’armi», dice Amal. «È norvegese e combatte nel Battaglione internazionale per la libertà dell’Ypg».

IN CENTINAIA CONTRO L'ISIS. Nel corso di questa complessa guerra che ha stravolto il Medio Oriente, si è parlato molto dei foreign fighter, gli occidentali che vanno a combattere nelle file dell'Isis, e del pericolo che possono rappresentare una volta tornati nei Paesi di origine. Molto meno nota è la storia di quanti hanno deciso di prendere le armi contro il Califfato. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, sono diverse centinaia gli occidentali che si sono uniti all'Unità di Protezione Popolare curda (Ypg), nel Nord della Siria, e almeno 25 di loro sono morti in battaglia. «Sono affascinati dall’idea di combattere il male o di partecipare a una rivoluzione», spiega un ricercatore dell'Ong, «gli stranieri hanno molti motivi per aderire all’Ypg».

DALLA LAUREA ALLA GUERRA. Carolyn ha 26 anni e una laurea in Scienze politiche, è arrivata nel Nord della Siria nel 2016 per una ricerca sui diritti delle donne in guerra. Doveva restare nelle zone liberate dall'Isis due settimane, ma quasi subito ha deciso di rimanere: «Sono rimasta affascinata dal sistema di gestione messo in piedi dalle autorità curde nelle zone sotto il loro controllo. Mi è sembrata la risposta positiva a tutte quelle cose che non funzionano nel resto del mondo. Allora mi sono detta che non aveva senso studiare la politica in Norvegia quando avevo la possibilità di vivere e partecipare a una vera rivoluzione». Così ha seguito un corso di lingua curda, ha studiato la nuova organizzazione della società e ha imparato a combattere nell’Ypj, la forza armata femminile delle milizie.

La bandiera dell'Ypg nel villaggio di Tal Abyad, governatorato di Raqqa.

Con orgoglio Carolyn mostra sull’avambraccio sinistro una ferita che sta cicatrizzando: «È stato lo stesso colpo di mortaio che ha colpito Amal e, purtroppo, ucciso Bahari (la sorella d’armi di Amal, ndr). Ho saputo poi che i nostri compagni hanno distrutto la postazione da dove i bastardi avevano sparato quel colpo». Carolyn non nasconde di sentire nostalgia della sua famiglia, ma non ha intenzione di tornare indietro: «Voglio esserci quando libereremo Raqqa». Dice di sperare che la presenza sua e degli stranieri a fianco dei combattenti curdi costringa i governi occidentali a fornire «maggiore sostegno alla Rojava (lo Stato indipendente che i curdi sperano di far nascere nel Nord della Siria, ndr) e alla lotta dell’Ypg e dell’Ypg».

VOLONTARI DELLA LIBERTÀ. Come Amal e Carolyn, a Raqqa combatte anche il giovane statunitense Roger (nome di battaglia: Jakdar Kawa), uno dei più famosi miliziani occidentali attivi nella provincia. «Inviai una email all’Ypg e neanche un mese dopo ero su un aereo per iniziare il mio viaggio», racconta lui a Lettera43.it. «Noi stranieri non siamo costretti a venire qui, siamo volontari della libertà. Ho lasciato il mio Paese perché credo di poter aiutare nei servizi medici al fronte (Jakdar Kawa è infermiere, ndr), perché voglio combattere le canaglie dell'Isis e partecipare alla nascita di uno Stato a democrazia diretta come quello dei curdi».

«MA QUALE PULIZIA ETNICA?». Sia Jakdar Kawa sia Carolyn rifiutano di sentir parlare di "operazioni di pulizia etnica" dell’Ypg, che dai villaggi liberati - secondo notizie non confermate - espellerebbe tutta la popolazione araba: «Si tratta solo di propaganda. Sono i giornalisti controllati dai potenti che finanziano l'Isis a fare circolare queste falsità». Amal invece, nonostante sia curda solo da parte materna, si limita a dire: «Per molti questa è solo una guerra contro l'Isis, per noi è anche la guerra per la nascita della Rojava. E la guerra ha il suo prezzo e le sue vittime, anche innocenti».

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