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18 Settembre Set 2017 1100 18 settembre 2017

Raqqa, voci da una prigione a cielo aperto

Le vie per i rifornimenti alla città siriana sono bloccate. Così cibo e medicinali scarseggiano. Le testimonianze dei civili, stretti tra i cecchini dell'Isis e i raid della coalizione.

  • Paolo Celi
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«A Raqqa la vita quotidiana è scandita dalle operazioni militari. Gli abitanti non hanno altra scelta che adattarsi alla violenza se vogliono sopravvivere. La morte è dappertutto in città, e sfuggire da essa è solo questione di fortuna», A parlare è Tim Ramadan, alias di un giornalista che vive nella città assediata. «Vivo a Raqqa e lavoro con il gruppo “Sound and Picture Media”. La mia missione era quella di documentare le violenze dell'Isis in città, ma negli ultimi mesi sono rimasto bloccato in casa. La mia vita non è diversa da quella dei miei concittadini».

RIFORNIMENTI BLOCCATI. Alla fine dello scorso giugno gli uomini delle Forze Democratiche Siriane (Sdf) hanno lanciato un'offensiva per espugnare la capitale siriana dello Stato Islamico. Composto da milizie curde, arabe, siriane, armene e turkmene, il gruppo gode del sostegno diretto della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. La battaglia «è quasi finita» e nella città «rimangono circa 400 miliziani» dello Stato islamico, fa sapere il quotidiano panarabo al Hayat. Ma lo scontro militare fino ad ora ha impedito l’apertura di corridoi umanitari stabili per l’evacuazione dei civili. La situazione di assedio, inoltre, ha tagliato le principali vie che permettevano ai rifornimenti di entrare in città. In questo periodo, però, decine di migliaia di civili sono riusciti a fuggire dalla città. Molti hanno dovuto pagare grosse somme di denaro, fino a 1.000 dollari a persona, agli uomini dell'Isis per scappare in relativa sicurezza. Sono, però, almeno 5 mila le famiglie intrappolate in città.

IL CIBO È PER POCHI. Chi è rimasto deve spesso accontentarsi di un pasto al giorno perché i generi alimentari scarseggiano e sono molto costosi. La scelta è limitata: grano tritato, olive, timo e pane stantio costituiscono la dieta degli abitanti. A Raqqa quasi tutti i forni per il pane sono chiusi da più di un mese, la maggioranza distrutti dai bombardamenti della coalizione. Ogni giornata comincia con l’esplosione di un’autobomba dell'Isis oppure con le prime incursioni aeree della coalizione. Le finestre tremano, i bambini piangono. Poi le esplosioni cessano e i boati lasciano spazio al rumore sordo dei droni. Solo in quel momento gli abitanti di Raqqa possono finalmente uscire di casa, ci sono poche probabilità di incursioni durante i voli di ricognizione.

«La morte a Raqqa è oggi qualcosa di banale. Ognuno di noi ha preso l'abitudine di uscire con un foglio di carta in tasca, dove è scritto il suo nome completo e il numero di telefono di una persona da contattare fuori dalla città. Nel caso in cui fosse ucciso, questo contatto esterno sarà rapidamente informato», dice Tim. Dall'inizio dell'offensiva delle Sdf, più di 200 civili sono stati uccisi da attacchi aerei e di artiglieria, senza contare le decine di vittime dei cecchini dell'Isis, o delle mine antiuomo.

CAFFÈ PER CHIUDERE LE FERITE. A causa della mancanza di farmaci la popolazione cerca metodi alternativi per curarsi. Così, si usa la polvere di caffè per cercare di arginare le emorragie e ci si fascia la testa nel disperato tentativo di combattere le emicranie scatenate dai continui bombardamenti. Quando gli attacchi dal cielo o da terra si arrestano la gente corre in strada, ma non solo per soccorrere i feriti. Sotto le macerie sperano di trovare qualcosa di commestibile, un pezzi di candela, qualche medicinale, legno, vestiti o pezzi di stoffa da usare come combustibile. «Abbiamo anche imperato a usare delle erbe per fare la zuppa. Il loro gusto è molto amaro, la prima volta che lo mangi hai la nausea. Ci siamo abituati rapidamente al loro orribile sapore, è comunque un modo per non morire di fame».

«PREFERISCO MORIRE A CASA MIA». Solo i civili sperimentano questo inferno. I combattenti dell'Isis hanno abbastanza scorte di cibo e medicinali per resistere diversi mesi. «Qualche giorno fa ho chiesto a uno dei miei vicini, un ottantenne indebolito dalla malattia, perché non fosse fuggito», conclude Tim. «Mi ha risposto: "Sono qui prima di tutti questi gruppi e ho attraversato tante guerre. Non so quanto tempo mi sia rimasto da vivere, ma preferisco morire a casa mia, nella mia città, o vederla libera per l'ultima volta"».

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