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POLEMICA 10 Gennaio Gen 2014 1811 10 gennaio 2014

Sisma a L'Aquila: Science censura gli scienziati del dissenso

La rivista americana non pubblica la replica alla lettera di Boschi sulla sentenza Grandi rischi. Avvallando così una ricostruzione delle motivazioni dei giudici fuorviante.

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La copertina di Science dedicata all'ominide di Dmanisi (Georgia), vissuto 1,8 milioni di anni fa.

Randy Sheckman, premio Nobel per la medicina nel 2013, dalle pagine del quotidiano britannico Guardian ha recentemente criticato con durezza la «tirannia» imposta da autorevoli riviste internazionali come Science e Nature. L'accusa? Danno spazio alla ricerca «alla moda», spendibile sul mercato della notizia, a discapito di quella di qualità, creando gravi distorsioni nel processo di produzione scientifica.
DETTANO L'AGENDA DELLA SCIENZA. La notizia è passata sotto silenzio e lo spunto critico non è stato raccolto, sia in Italia sia all’estero.
Fatto comprensibile: Nature e Science, la prima britannica, la seconda statunitense, dettano l’agenda politica della scienza nel mondo e godono di una autorevolezza indiscussa, guadagnata sul campo in decenni di indagini puntuali e approfondite.
Eppure il rischio che questo rispetto diventi reverenza sacrale, e l’autorevolezza scada ad autorità, è sempre presente.
Un caso esemplare è stato il trattamento della cosiddetta sentenza Grandi Rischi (gli scienziati della Commissione condannati a sei anni in primo grado). Quella aquilana è una vicenda che né ScienceNature hanno capito (o voluto capire?) e i danni sono stati enormi: sulla scia di Nature giornali del calibro del New York Times, del Washington Post o del Guardian, hanno globalizzato il mantra del «processo alla scienza» - salvo poche e tardive retromarce (New Scientist, The Economist, qualche debole correzione di tiro di Nature e Science).
E invece la narrazione di questo presunto «processo alla scienza», carte alla mano, è fraudolenta.
UNA TESI IMPOSTA DALL'INGV. Un esempio recente ci porta nel cuore di questo dibattito distorto alla radice, che prosegue sul binario sbagliato: quello imposto dai vertici dell'Istituto nazionale geofisica e vulcanologia (Ingv) e avallato proprio dalle grandi riviste del «processo al processo». Perché, oggi come ieri, l'ex membro della Commissione grandi rischi Enzo Boschi, l’imputato più attivo sul piano mediatico, continua a parlare in termini distorsivi della sentenza che lo condanna.
L’uscita più significativa è stata una sua lettera che Science ha pubblicato a fine settembre 2013, in cui Boschi ha riattivato il refrain del condanna «per non aver previsto il terremoto».
Un falso, tuttavia il tentativo legittimo di difendersi da quella che ritiene una sentenza «illogica».
Discutibile è invece la sistematica distorsione dei fatti. E ancora più discutibile il fatto che una lettera di replica - sottoscritta da un gruppo di scienziati di diversi settori disciplinari, italiani e stranieri - che argomenta, punto per punto, dove e come Boschi mistifichi le carte del processo, sia stata rigettata dalla rivista.

La replica a Boschi rifiutata da Science

L'Aquila, un'immagine delle zone terremotate.

La domanda di Sheckman sulla “tirannia” delle riviste si declina dunque così: la corporazione non si tocca? Perché, nel caso aquilano, il dissenso scientifico, ogni volta che ha messo in discussione la “linea” di difesa di Nature e Science, è stato ostracizzato a ogni passo.
Infatti, quando il sismologo californiano Lalliana Mualchin ha firmato la replica in qualità di segretario generale dell’International Sismology and Safety Organization (Isso), lo ha fatto a nome di 90 scienziati nel mondo affiancati anche da nomi italiani, sia del settore sismologico come Teresa Crespellani sia da altri campi disciplinari (leggi la lettera in italiano e inglese).
SOTTOSCRITTA SCIENZIATI IMPORTANTI. Nomi di “peso” come Angelo Stefanini, direttore del Centro di salute internazionale dell’università di Bologna; Gianni Tognoni, direttore dell’Istituto Mario Negri Sud; Marcelo Buiatti, genetista di fama internazionale e membro del comitato scientifico di Isde; Salvatore De Martino, fisico.
Non solo: ha sottoscritto l'iniziativa Pietro Adami di Giuristi democratici, assieme ad altri esperti di diritto; e firmano gli scienziati sociali, come Adriano Zamperini, maggior esperto italiano in psicologia della responsabilità, o David Alexander, esperto inglese in percezione del rischio e direttore di una rivista peer review in disastrologia.
LA RIVISTA: «MISSIVA TROPPO LUNGA». Il punto focale della replica era semplice: il rapporto malato tra scienza e potere politico che la sentenza – nonostante gli strumenti inadeguati del diritto - mette a tema. Ma quando la lettera è stata sottoposta a Science i tempi prospettati per la validazione sono stati insolitamente lunghi e sono dovute passare cinque settimane prima che la rivista faccesse sapere, senza dare spiegazioni, che non avrebbe proceduto alla pubblicazione. «Troppo lunga», ha spiegato su richiesta dei firmatari, che hanno proceduto così a una nuova stesura, stavolta della stessa lunghezza di quella di Boschi.
E Science ha chiuso in maniera categorica: «Non intendiamo più entrare in argomento».
E all’osservazione che, così facendo, andavano a violare quel principio di balance di cui l’organo di stampa dell’Aaas – la maggior associazione scientifica al mondo – si vanta di essere garante, Science ha risposto con il silenzio. Facendo nascere – oltre l’indignazione e una certa incredulità nei firmatari - più di un sospetto sul suo dichiarato ruolo di “guardiano del potere”.

Il «processo alla scienza»? Una bugia totale

Enzo Boschi.

Che c’è scritto di tanto scandaloso nella replica da incontrare un tale muro di gomma? Poche cose, semplici e documentabili.
Tre i punti focali: (1) la sostanza del processo è la «rassicurazione disastrosa» - gli studi scientifici hanno un ruolo marginale e del tutto ininfluente in termini penali; (2) la compiacenza degli scienziati al potere politico è la chiave di lettura dell’intera vicenda; (3) le responsabilità dei media nella grande narrazione del «processo alla scienza», specializzati e non, italiani e stranieri.
UN DIBATTITTO DISTORTO ALLA RADICE. E poiché di molti aspetti si è parlato fino alla nausea, in questa sede val la pena soffermarsi su quello in linea con la critica di Sheckman: la “tirannia” delle grandi riviste. Che hanno raccontato una storia distorta, fin dall’inizio.
Un piccolo passo indietro: l’inganno “originario”, quello che dà l’impulso alla bugia globale del “processo a Galileo”, porta la firma dei dirigenti dell’Ingv e la data del 18 giugno 2010; è la famosa «lettera aperta a Napolitano» inviata ai ricercatori di tutto il mondo.
ACCUSE INVENTATE DALLA STAMPA. Si legge nel testo: i colleghi «sono stati processati per non aver previsto il terremoto». Nature rilanciò il grido d’allarme poco dopo (22 Giugno 2010) e il mondo scientifico firmò a occhi chiusi: 4 mila firme raccolte in pochi giorni furono depositate sulla scrivania della Procura aquilana.
Eppure negli avvisi di garanzia, pubblici già due settimane prima (1 Giugno 2010) della “chiamata alle armi”, non c’era una sola parola che faccesse pensare a un’ipotesi così assurda come «prevedere l’imprevedibile». Come mai il grande giornalismo scientifico anglosassone non verifica i documenti originali? E sorge spontanea la domanda: che siano stati male informati?

La rappresentazione di un'Italia «Paese medievale»

Terremoto dell'Aquila, 6 aprile 2009.

La stranezza la intuirono alcuni scienziati stranieri, che fecero il lavoro che avrebbero dovuto fare i giornalisti: non si bevvero la storia e arrivarono in Italia. I più attivi sono stati il californiano Lalliana Mualchin e il russo Vladimir G. Kossobokov. Si fecero consegnare il materiale e trovarono conferme del travisamento dei capi d’imputazione.
Iniziò così un contro-giro di email tra colleghi in cui si spiegava l’errore e cosa effettivamente la sentenza metteva a tema.
LA CONTRO-LETTERA A NAPOLITANO. Ne nacque una contro-lettera aperta a Napolitano, e da quella esperienza gli scienziati del “dissenso” cominceranno ad organizzarsi.
Nessuno gli diede voce, nonostante i curricula e nonostante che loro, su quelle riviste, pubblicassero i loro paper scientifici.
Il dissenso fu messo a tacere, non faceva comodo alla falsa rappresentazione dell’Italia 'Paese medievale', dove le fattucchiere vincono sulla razionalità e un giudice ignorante mette in galera scienziati colpevoli di far solo il proprio lavoro. A fare il giro del mondo è stata così l’arroganza di Nature («sentenza ridicola e perversa») e di Science («motivazioni infondate e naif», come ha scritto Alan Leshner, editore della rivista e amministratore delegato dell’Aaas).
ESEMPIO DI CATTIVA INFORMAZIONE. A oggi la lettera di Enzo Boschi, rimasta sola sul teatrino di un finto dibattito, è stata ripresa da importanti pubblicazioni statunitensi, come Los Angeles Times o Scientific American - e altre più specialistiche. Il mantra del «processo alla scienza» prosegue il suo percorso, predeterminando il solco di lettura in vista dell’Appello, sempre più vicino; innescato dai dirigenti dell’Ingv, avallato e rilanciato dalle grandi riviste, ripreso con superficialità dalla stragrande maggioranza dei media, è l’esempio plastico di come una teoria assurda costruita su forzature e aspetti importanti marginalizzati a favore di quelli secondari, possa sostituirsi a una ricostruzione solida e articolata dei fatti.

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