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INTERVISTA 7 Novembre Nov 2014 0800 07 novembre 2014

Faggin e la matematica della consapevolezza

Inventò il microprocessore. Una rivoluzione. Faggin, vicentino e cervello in fuga, cerca la formula della coscienza. «Ma gli algoritmi non possono imprigionarci».

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Era il novembre del 1971, esattamente 43 anni fa, e un italiano stava per fare una di quelle invenzioni che solo dopo qualche tempo si scopre come siano destinate a modificare per sempre le cose. Inesorabilmente.
DALL'ITALIA ALLA SILICON VALLEY. Quell’uomo era Federico Faggin, un tecnico formatosi in Italia con un diploma da perito elettronico a Vicenza e una laurea in fisica a Padova e poi emigrato nella Silicon Valley. A qualcuno il nome potrebbe non sembrare del tutto familiare, eppure è inciso nel silicio.
INVENTÒ IL PRIMO MICROPROCESSORE. Dalle sue mani è nato infatti il primo microprocessore della storia, l’Intel 4004, che è stato solo l’inizio della rivoluzione.
Da allora tutti i discendenti di quel chip sono oggi il “cervello” dei dispositivi intelligenti che ci portiamo dietro o che accompagnano le nostre giornate.
Dei quali, insomma, difficilmente riusciamo ormai a fare a meno. Quel microprocessore i collezionisti di elettronica vintage ancora lo comprano su eBay anche per 1.000 dollari.
PREMIATO PURE DA BARACK OBAMA. Faggin, insomma, è il papà della tecnologia come la conosciamo oggi.
Tanto da aver ricevuto tre anni fa il più importante riconoscimento Usa proprio dalle mani di Barack Obama. È uno dei cervelli in fuga più celebri d’Italia, ma nel suo Paese ogni tanto ritorna per parlare di innovazione e di futuro.
Lo ha fatto il 6 novembre a Brescia in occasione dell’Olivetti day, evento organizzato da Superpartes per ricordare il genio e la lungimiranza imprenditoriale di Adriano Olivetti.
«Ho lavorato all’Olivetti nel 1960 prima ancora di iniziare l’università, è stato il mio primo lavoro: per questo partecipare a quest’evento è un po’ come ritrovare anche il punto di partenza della mia carriera», racconta Faggin a Lettera43.it.
FOLLA DI STUDENTI TUTTA PER LUI. Il fisico ha fatto il tutto esaurito di fronte a quasi mille persone, fra cui molti giovani studenti, che hanno affollato l’aula magna dell’ateneo bresciano per sentirlo parlare. E da lì ha lanciato una sfida: «Lasciamo che i cervelli fuggano dall'Italia e vadano a imparare quello che qui non possono imparare. Solo così potranno tornare e restituire al nostro sistema la spinta innovativa indispensabile».

Federico Faggin.

DOMANDA. La figura di un imprenditore visionario come Olivetti ancora oggi potrebbe essere fonte di ispirazione?
RISPOSTA. Sì, ha regalato una prospettiva molto nuova all’Italia e vale la pena di ricordarla e prenderne spunto tutte le volte che vogliamo guardare avanti senza dimenticare quello che siamo riusciti a fare.
D. Ogni tanto bisogna voltarsi anche indietro per capire tutta la strada fatta. Come è successo alla tecnologia.
R.
Più che strada, una naturale evoluzione verso un percorso di innovazione. Certo, è servito un po’ di coraggio e di lungimiranza per provare a immaginare il futuro già ai miei tempi.
D. Immaginare il futuro. Ha fatto proprio questo quando ha preso in mano il primo pezzo di silicio?
R.
Sì, anche se all’inizio ho pensato soprattutto alla soddisfazione di essere riuscito in quello che da tempo era l’obiettivo dell’informatica: far stare l’unità centrale di un computer (Cpu, ndr) su un solo chip.
D. Qual era lo scopo?
R.
Aumentare la velocità delle prestazioni e ridurre i costi. Basti pensare che l’Intel 4004 era grande circa 2 centimetri, ma offiriva una potenza di calcolo superiore a quella dello storico Eniac, il primo calcolatore elettronico al mondo costruito nel 1946 e che occupava lo spazio di una stanza intera!
D. Che quel microprocessore potesse cambiare il mondo dell’informatica era chiaro fin da subito. Quando ha capito invece che avrebbe cambiato la vita di tutti nel quotidiano?
R.
Molto presto, quando abbiamo iniziato a utilizzarlo per sviluppare i primi videogiochi - che sono stati possibili proprio grazie al microprocessore - e che hanno acceso l’immaginazione dei ragazzi.
D. Da quel momento comprendere l’impatto che avrebbe avuto sulle persone è stato chiaro.
R.
Sì, ma la certezza è arrivata con il personal computer che ha trasformato l’informatica da materia per addetti ai lavori a strumento capace di diventare utile per tutti. Poi a cambiare il mondo è stato soprattutto l’abbattimento di potenza e costi: se chiunque riesce potenzialmente ad acquistare una macchina del genere la rivoluzione è già partita.
D. La tecnologia serve a semplificarci la vita, ma a volte tende a soverchiarci e sottrarci parte della nostra libertà.
R.
La tecnologia non ha volontà. Siamo noi che decidiamo come e quando usarla o se abusarne. Siamo noi gli artefici di molti dei nostri problemi.
D. Perché non riusciamo a separare la vita reale da quella fatta di bit?
R.
Perché ci sentiamo stupidamente imprigionati dalla tecnologia quando, a ben guardare, siamo solo vittime di noi stessi. Della nostra incapacità di utilizzare gli strumenti che abbiamo a disposizione a nostro vantaggio.
D. Questo cosa significa?
R.
Che un persona che si sente vittima dell’innovazione deve piuttosto ripensare la propria relazione con la tecnologia, non abolirla.
D. Secondo le teorie del transumanesimo potremmo vivere potenzialmente per sempre proprio grazie alla tecnologia. Ha senso?
R.
Vuole una risposta sintetica? Eccola: no.
D. E quella meno sintetica?
R.
Chi pensa una cosa del genere fa un torto alla natura umana. Non metto in discussione il fatto che l’informatica possa creare evoluzioni quasi inimmaginabili, ma la vita non può essere imprigionata in algoritmi. La vita ha due ingredienti speciali che le macchine non possono avere.
D. Quali?
R.
Il libero arbitrio e la consapevolezza. Una macchina non può compiere scelte nuove, ossia scelte che non sono contenute nelle variabili che ha già immagazzinato. La consapevolezza non è un algoritmo: è libertà d’azione e questa è una proprietà solo umana.
D. Forse è per questo che ha deciso di non portare avanti la sua idea di costruire un computer che parli da solo e che si possa evolvere come un sistema vivente?
R.
La consapevolezza è una proprietà impossibile da instillare anche nei computer più moderni, a cominciare da quelli quantici. Le macchine sono robot e il principio alla base è sempre e solo uno: azione e reazione.
D. Dopo anni a inseguire la tecnologia ha infatti deciso di fondare la Federico and Elvia Faggin Foundation per lo studio della consapevolezza. Cosa vuole dimostrare?
R.
Che la consapevolezza è una proprietà irriducibile dell'energia di cui tutto è fatto: spazio, tempo, materia. Forse anche l’origine dell’universo è scaturita da un atto di consapevolezza.
D. Quale sarà la prossima grande rivoluzione?
R.
Ce ne saranno tante. Nell’informatica probabilmente il computer quantico. In biologia arrivare a capire come una cellula vivente possa avere comportamenti intelligenti senza un sistema nervoso. E nella fisica trovare una teoria che unifichi la meccanica quantistica e la relavità.
D. E per l’uomo?
R. Scoprire la formula matematica della consapevolezza.
D. Come è cambiata la Silicon Valley oggi?
R. È rimasta la stessa, è diventata solo molto piu potente e piu grande. Una differenza però c’è.
D. Quale?
R. Non è più solo la terra del silicio e della tecnologia informatica. Sono arrivati i servizi e le aziende che, grazie alla tecnologia, offrono qualcosa alla gente. Virtuale o reale che sia. Anche il lavoro dell’informatico è cambiato di conseguenza.
D. Però l’America resta sempre il sogno per chi come lei ha dedicato la vita alla tecnologia.
R. Per produrre innovazione, l’ambiente è importante quanto le persone. Non è sufficiente essere bravi, ci vogliono anche gli stimoli giusti, le possibilità economiche, e il coraggio di prendere rischi. In Italia ce lo aveva insegnato anche Olivetti. Solo che molto spesso ce lo scordiamo.

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