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MONDO DIGITALE 12 Novembre Nov 2014 0610 12 novembre 2014

Lavoro, il futuro dell'industria 4.0 arriva con i robot

Addio a tute blu e colletti bianchi. È la rivoluzione delle fabbriche intelligenti. Con umanoidi e computer. Germania all'avanguardia, Italia frenata dai sindacati.

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Fabbriche senza uomini, computer al posto di cervelli.
Il termine deindustrializzazione è improprio per la società 4.0 del Terzo millennio che inizia a prendere forma nella grande crisi economica.
Non è vero che non ci saranno più industrie, perché le nuove generazioni sono affamate di nuove tecnologie: molta materia che una qualche altra materia dovrà pur produrre.
Ma non ci saranno più le tute blu a svolgere mansioni faticose. E anche parecchi colletti bianchi saranno inutili.
L'Italia dei licenziamenti collettivi e delle ristrutturazioni tenta di rimandare il più possibile un futuro che è già certezza negli Stati Uniti. Ma anche, per esempio, in Germania.
ENTRO IL 2030 FABBRICHE 4.0. Il cambiamento è però inarrestabile e l'unica anestesia, se i governi sapranno e potranno prepararla, sarà investire nella formazione professionale e stanziare ammortizzatori sociali.
Nella locomotiva d'Europa, la prima azione anticrisi della cancelliera Angela Merkel fu, nel 2008, aumentare i finanziamenti per le scuole e le università. Avere una buona istruzione e imparare a fare i lavori del futuro, dominati dall'informatica, è diventato indispensabile per sopravvivere.
Non caso in Germania, il Paese più lungimirante della Vecchia Europa, governo, mondo accademico e grandi aziende lavorano insieme al progetto Industry 4.0 per avere entro il 2030 fabbriche completamente automatizzate.
IN ITALIA I SINDACATI FRENANO. In alcuni stabilimenti, come alla Siemens di Amberg, la robotizzazione è già totale. Tutti i componenti sono assemblati senza il tocco dell'uomo. E anche il grande comparto dell'auto va verso reparti robotizzati.
Ma anche in Italia, il know-how per compiere la rivoluzione è ben padroneggiato dagli scienziati di centri di ricerca d'eccellenza, che, anziché per l'industria nazionale o per il governo, spesso lavorano in progetti europei o su commissione degli Usa.
Avere il disco verde, in Italia, è impossibile per il freno dei sindacati ai licenziamenti e per la mancanza di normative che regolano e attribuiscono le responsabilità del nuovo sistema e delle nuove mansioni.

Tedeschi in marcia verso le smart factory

È un cane che si morde la coda. Se lo Stato avesse investito di più in formazione, anziché tagliare fondi alla ricerca - perché di «cultura non si mangia», disse l'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti - il Paese avrebbe affrontato con traumi minori le trasformazioni economiche e sociali in corso.
E se negli anni del benessere, anziché rubare o corrompere, politici e manager si fossero comportati in modo più virtuoso, il Paese avrebbe più risorse a disposizione per gli ammortizzatori sociali e per gli investimenti nell'innovazione.
Il risultato è che l'Italia si è drammaticamente incartata. Mentre la Germania, partendo da basi più solide, ha gestito senza grandi contraccolpi la crisi, affrontando gradualmente il cambiamento epocale.
È LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE. Industry 4.0 è lo strumento scelto dall'establishment tedesco per traghettare il Paese verso la «quarta rivoluzione industriale», sulla falsariga della Smart Manufacturing Leadership Coalition (Smlc) americana: una piattaforma no profit tra le compagnie delle nuove tecnologie, le università, il governo e altri centri di ricerca che, durante l'Amministrazione Obama, ha gettato le basi per le fabbriche intelligenti del Millennio 4.0.
La prima rivoluzione industriale fu l'avvento delle macchine meccaniche con l'energia dal vapore. La seconda fu la produzione di massa, grazie all'energia elettrica. La terza, quella dell'elettronica e delle tecnologie informatiche, è stata propedeutica all'avvento della quarta: l'industria delle smart factory, fabbriche intelligenti.
STANZIATI DAI TEDESCHI 430 MILIONI. I più ottimisti avrebbero voluto tagliare il traguardo della piena digitalizzazione entro il 2020, ma neanche in Germania tutto è filato liscio.
Sicurezza sul lavoro, responsabilità e tutela delle banche dati nell'era dell'intelligenza artificiale sono temi ancora dibattuti: Wolfgang Dorst, della Lega delle società che operano nelle telecomunicazioni, ha lamentato che «finché non ci sono standard, gli imprenditori non possono investire».
Ma in occasione dell'Information Technology Gipfel, ad Amburgo, a ottobre il ministro dell'Economia tedesco Sigmar Gabriel ha annunciato 430 milioni di euro di finanziamenti per riconvertire le aziende e i servizi ai must di Industry 4.0.
E sul territorio, colossi della chimica come la Basf riescono già a gestire l'intera filiera dei prodotti - dall'ordine online all'imbottigliamento automatico della sostanza richiesta - attraverso messaggi informatici da macchina a macchina.

I cervelli italiani plasmano i robot del futuro

Il ciclo del lavoro dell'industria 4.0 è snello, più flessibile e potenzialmente anche più produttivo delle alienanti catene di montaggio che, nel 1800, hanno reso l'uomo una macchina.
Le macchine del Terzo millennio, trasformate dall'uomo in umanoidi, eseguono e sono anche in grado di programmare istruzioni per prodotti qualitativamente perfetti: inventate e guidate da pochi uomini, ragionano secondo le leggi della cibernetica, elaborando sistemi di big data.
La cartina di tornasole dell'efficienza di questo mondo artificiale sono le meraviglie a basso costo prodotte dalle stampanti in 3D. Poi, in prospettiva, le reti tra macchine intelligenti e tra fabbriche digitalizzate: un mondo meno naturale e spontaneo, immensamente più complesso e interconnesso delle filiere tradizionali.
LA SCIENZA LAVORA SULLA SICUREZZA. «Al momento la scienza ha in mano la conoscenza necessaria per far coordinare i robot e anche far scambiare messaggi tra loro, lavorando tra reti di macchine. È solo questione di tempo», spiega a Lettera43.it Lucia Pallottino, matematica del Centro di bioingegneria e robotica Enrico Piaggio dell'Università di Pisa.
Le formule devono essere trasformate in oggetti che non spaventino né feriscano l'uomo. La questione dell'interazione tra uomo e macchina non è secondaria, in un futuro affollato da macchine.
«Lavoriamo sui materiali, in modo da renderli più morbidi, meno pericolosi possibili in caso d'impatto. E anche sulle forme, meno disturbanti, in modo che gli uomini si abituino», continua Pallottino.
PISA È LA CAPITALE DEI ROBOT. Oltre alla sicurezza e al nodo da sciogliere delle nuove gerarchie, il «passaggio è frenato dai sindacati. Molti robot liberano l'uomo dal peso di lavori pesanti e usuranti, la scoperta riduce lo sfruttamento e apre la strada a lavori migliori. Ma non si può cambiare in blocco tutta la forza lavoro, se i nuovi tipi di lavoro non sono stati ancora definiti», conclude la scienziata.
A Pisa, come in Germania ogni anno a ottobre i robot sfilano all'Internet festival. Oltre al centro di ricerca della Statale, le intelligenze artificiali si creano al Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), alla Normale e all'Istituto Sant'Anna. Il Centro Piaggio realizza umanoidi per l'Unione europea e altri ingegneri informatici della Statale collaborano al progetto Darpa della Difesa americana.
Un'epoca si sta chiudendo. Anche in Italia, le fabbriche (e non solo) delle macchine intelligenti sono vicine. Più di quanto i comuni cittadini, e i lavoratori, ne abbiano la percezione.

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