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INTERVISTA 30 Novembre Nov 2014 0900 30 novembre 2014

Net neutrality, Tommaso Valletti: «Troppa ideologia»

Basta con distorsioni e reazioni “di pancia”. Esistono già tanti tipi di internet. L'economista Valletti: «Stop al dogma della Rete neutrale. Serve concorrenza».

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Di Net neutrality, ossia la possibilità che l'accesso alla Rete e ai suoi contenuti sia uguale per tutti, si parla da anni. E da anni si discute sul piano teorico di cose che invece hanno un impatto pratico sulla vita di miliardi di persone.
La questione di fondo in realtà è semplice. La soluzione, invece, è ben più complessa e lontana dall’essere raggiunta.
UTILITY O SERVIZIO ACCESSORIO? Alla base c’è la necessità di definire il modo in cui internet oggi vada considerato: se come un servizio essenziale alla stessa stregua di luce o gas o come uno “accessorio” come può essere invece l’abbonamento alla tivù satellitare.
Ad avere riacceso questo dibattito a novembre è stato il presidente Barack Obama in persona che, dopo le elezioni di Midterm, è tornato sul tema della Net neutrality imponendo alla Federal Communications commission (Fcc), l'agenzia governativa indipendente che regola il sistema delle comunicazioni negli Stati Uniti, di rivedere le sue posizioni.
POLEMICHE SULLE «DUE VELOCITÀ». A maggio del 2014, infatti, la Fcc aveva aperto la strada a un accordo fra internet provider (chi gestisce l'accesso alla Rete) e siti per creare una via privilegiata per l'accesso ai contenuti dando vita a quello che molti hanno poi definito «un internet a due velocità».
La proposta aveva già allora scatenato polemiche e nella fase di pubblica consultazione non a caso la Fcc aveva ricevuto circa 4 milioni di commenti, in buona parte negativi.
«La realtà è che quando tematiche di questo tipo si mescolano all’ideologia o alla politica si rischia di finire nel pantano», dice a Lettera43.it Tommaso Valletti, professore di Economia all’Imperial College di Londra e all’Università di Roma Tor Vegata.
IL MERCATO È IN TRASFORMAZIONE. Valletti è anche Joint academic director del Centre on regulation in Europe (Cerre), think tank con base a Bruxelles che ha appena elaborato uno studio su come adattare l’ecosistema regolamentare europeo alle forti trasformazioni che sta vivendo il mercato delle comunicazioni, soprattutto sul fronte delle interazioni tra le Telco (le società telefoniche) e gli Over the top (i colossi del web).
INVESTIMENTI SULLA RETE A RISCHIO. Lo studio regala qualche spunto interessante per riflettere anche sull’annoso tema della Net neutrality. Secondo gli esperti, infatti, se i benefici vanno esclusivamente agli Over the top e ai consumatori, il rischio è che gli investimenti in infrastrutture da parte degli operatori - investimenti che sono di mutuo beneficio - siano ritardati o neppure intrapresi.
Insomma, avere una Rete superveloce senza contenuti non serve a nulla, ma anche avere tanti contenuti se non hai a disposizione una Rete con buone prestazioni non porta a molto.
Questo per dire che tutti gli elementi sono fondamentali in questo meccanismo. Resta però da capire come gestire le regole. E, soprattutto, se possono essere applicate nello stesso modo.
«Si dice sempre che internet è libero e deve rimanere tale, ma non è questo il tema», sostiene Valletti.

Tommaso Valletti.

DOMANDA. Cosa intende?
RISPOSTA.
Intendo che nessuno sta mettendo in discussione la libertà di internet. Ma le valutazioni economiche sono altra cosa. C’è una domanda legittima che bisognerebbe porsi.
D. Quale?
R.
È giusto domandarsi perché agli Over the top (Ott) è consentito sperimentare modelli di business diversi magari legati alle inserzioni pubblicitarie o alla raccolta dei dati personali che invece vengono negati agli operatori telefonici.
D. Per esempio?
R. Le Tlc potrebbero chiedere dei contributi agli Ott. Questo farebbe scattare un importante meccanismo di competizione fra tutti gli attori coinvolti e sicuramente permetterebbe di trovare nuove fonti di finanziamento che si tradurrebbe in un’offerta di un contratto migliore agli utenti finali.
D. Questa è la regola della concorrenza, ma di mezzo ci sono gli utenti...
R. Sì, però a volte si dimentica che con un vero mercato concorrenziale anche i prezzi degli abbonamenti potrebbero scendere più che salire. Perché una parte dei costi delle implementazioni dei servizi sarebbe a carico degli Ott.
D. Di per sé il concetto di neutralità assoluta è un po’ un’utopia allora?
R. Se neutralità vuol dire anche essere interconnessi e parlare tutti con tutti è una distorsione e strumentalizzazione del termine. Se io, per esempio, tengo tutta la mia musica su iTunes, quando cambio provider di musica perdo tutto. Lo stesso succede se uso un sistema di messaggistica come Whatsapp: il solo fatto di utilizzarlo non mi permette di parlare con chiunque, ma solo con chi - come me - ha sottoscritto quel servizio.
D. Questo cosa vuol dire?
R. Vuol dire che molto spesso il termine Net neutrality è usato e abusato perché raccoglie anche reazioni “di pancia”. Ma noi dobbiamo capire davvero di che cosa stiamo parlando e di che tipo di neutralità stiamo discutendo.
D. Da dove bisogna partire?
R. Prima di tutto dobbiamo ricordarci sempre che le Tlc e internet hanno storie completamente diverse.
D. C’è una via di mezzo in questa guerra per la Net neutrality?
R. Forse guardare con un occhio economico e meno ideologico alla questione.
D. E questo cosa può comportare?
R. Implica la voglia di sperimentare soluzioni alternative senza compromettere quelle esistenti. Vuol dire continuare ad avere una strada che assicuri una qualità media a costo zero ma, al tempo stesso, verificare che altri standard elevati si possono raggiungere e provare a quantificarne investimenti e ritorni.
D. Proprio su questo tema si scatenano le proteste dei paladini della Rete: temono che un internet a due velocità rischi di favorire i giganti a discapito dei piccoli.
R. Trattare tutti nello stesso modo apparentemente sembra un principio di equità, ma in realtà è un paradigma troppo generico. Bisogna avere la capacità di valutare quali sono le applicazioni o i servizi che possono avere bisogno di velocità garantite e quali no. Questo non significa discriminare, ma ottimizzare l’intero sistema. E questo non vale solo per le applicazioni.
D. Cioè?
R. Ci sono settori in cui si applica la connettività che richiedono maggiori prestazioni rispetto ad altri. Non c’è più una sola Rete. Esistono già tanti tipi di internet. Bisogna solo imparare a guardare in modo pragmatico la questione. L’idealismo non serve.
D. E gli utenti cosa possono fare?
R. L’unica cosa contro cui lottare è il monopolio. E poi bisogna difendere la qualità: quella è imprescindibile. Però gli utenti possono e devono potersi permettere di scegliere e avere informazioni trasparenti sul servizio che viene loro erogato.
D. Questo però sempre nell’ottica che ci siano accessi diversi con potenzialità diverse.
R. Non tutti nel mondo hanno la stessa macchina con le stesse prestazioni. Chi è disposto a pagare di più o vuole andare più veloce decide di comprane una, chi preferisce altre prestazioni ne sceglie un’altra. Perché con la Rete deve essere diverso?
D. Perché nel tempo è diventato il “non-luogo” democratico per antonomasia?
R. Imporre a tutti lo stesso contratto non mi pare sia la soluzione ottimale. Anche perché nell’universo del web gli utenti non sono tutti gli stessi. E non lo sono neppure le loro abitudini e preferenze.
D. In Europa cosa sta succedendo?
R. Anche qui c’è una grande dicotomia fra il pensiero politico e quello tecnico. Su chi proclama la Net neutrality a prescindere e chi vuole provare a trovare la strada della mediazione.
D. Sul fronte delle Tlc però in Italia viviamo ancora nel retaggio di un monopolio che ha condizionato molto il mercato.
R. In Italia paghiamo delle scelte sbagliate del passato legate anche al panorama televiso. Non abbiamo oggi operatori tivù via cavo come invece ci sono per esempio in Germania o nei Paesi Bassi o in Francia.
D. E questo cosa c'entra?
R.
Gli operatori via cavo di solito sono dei concorrenti agguerriti anche sul fronte della rete fissa. Questo avrebbe fatto sì anche che il monopolio dell’ultimo miglio diventasse meno pericoloso.
D. E invece adesso dove stiamo andando?
R. Siamo sempre un po’ in stallo. Bisogna chiederlo all’esecutivo. Renzi parla sempre di digitale, ora però guardiamo ai fatti.
D. Intanto il popolo del web continua a protestare...
R. Forse sarebbe bene che il dibattito tornasse nelle mani degli utenti.

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