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SOCIAL NETWORK 4 Dicembre Dic 2014 1215 04 dicembre 2014

Facebook, 5 consigli per proteggersi dall'intelligence su internet

Non scrivere 'bomba'. E cancellare amici pericolosi. Come tutelarsi dagli 007 online.

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Per contrastare il terrorismo, gli 007 hanno chiesto ai social network di collaborare con le autorità.

Usare gli algoritmi di Facebook per spiare ciò che postano gli utenti sul social network e stanare possibili terroristi.
È quanto stabilito da un report ufficiale della commissione per la Sicurezza inglese dopo il fallimento dei controlli sui fanatici che hanno ucciso il soldato inglese Fusilier Lee Rigby. Se avessero potuto utilizzare gli algoritmi che controllano post e connessioni degli utenti tramite le amicizie di Facebook, normalmente usati per proporre pubblicità ‘mirate’ ai gusti individuali, le forze governative del Mi5 sarebbero forse riusciti a fermare i due assassini ben prima dell’attacco.
LOTTA AL TERRORISMO VIA WEB. Facebook, invece, ha fino a ora rifiutato di passare al governo inglese algoritmi che potrebbero rivelarsi chiave nella lotta al terrorismo, in particolare quello che individua contenuto osceno ed estremista e aiuta i gestori del social network a censurare comportamenti non consentiti.
Eppure Facebook, ma pure gli altri colossi del web, potrebbero ben presto essere obbligati a collaborare con le autorità: il primo ministro britannico David Cameron ha, infatti, promesso una nuova legge che obblighi i social media a estendere il proprio controllo sugli utenti.
CONTROLLI SUL SOCIAL NETWORK. Chi si trova su suolo inglese potrebbe venire non solo spiato a scopo commerciale, quindi, ma anche in nome della sicurezza nazionale.
Di fronte a un’estensione tale del controllo, la domanda sorge spontanea: quali sono i comportamenti social a rischio? Ovvero: come fare a non sembrare un possibile terrorista da indagare?
Il quotidiano The Guardian ha stilato un elenco di comportamenti da evitare se non si vuole rischiare di finire sotto la lente di ingrandimento dei servizi segreti. Eccone alcuni.

1. Attenzione alle parole: scrivere la 'cosa sbagliata' è rischioso

Dopo l’orgia social dei primi anni di Facebook, e soprattutto dopo Edward Snowden, siamo tutti un po’ più consapevoli di dovere stare attenti a quello che scriviamo online.
Gli algoritmi, però, lavorano per associazione di parole chiave: un messaggio contenente uno o due termini ‘allarme’ per le forze di sicurezza potrebbe non rappresentare un pericolo, ma utilizzare «martirio», «bomba», «esplosione» in tre post consecutivi su Facebook potrebbe metterci in pericolo?
COMUNICAZIONE SENZA FILTRI. Il problema, considerando la varietà di linguaggio della specie umana e soprattutto il modo in cui si comunica via social media, ovvero distrattamente e a volte senza filtri a causa dell’immediatezza, starebbe nel dove porre la linea di confine.
Fortunatamente gli algoritmi non si risolvono soltanto nell’associazione di parole chiave, che comunque nel caso delle forze di intelligence sono spesso specifici nomi di terroristi e sospetti, di cui il grande pubblico non è a conoscenza nella maggioranza dei casi.

2. Occhio ai link: i siti 'pericolosi' sono monitorati dalla polizia

L’analisi dei database di siti internet noti agli agenti di polizia per essere associati a contenuti estremisti o a pornografia minorile, è prassi comune. Condividere un link proveniente da uno di questi siti può quindi accendere il campanello di allarme sopra il profilo social, soprattutto se fatto più di una volta.
Dietro l'utente potrebbe nascondersi un terrorista o un pedofilo. Ma anche un ricercatore, un giornalista, l’impiegato di un’agenzia di sicurezza. Il problema resta sempre il confine che, in certi casi, si rivela labile.

3. Relazioni pericolose: controlli fino agli amici di 'terzo grado'

Tutti sanno che avere gli amici sbagliati può mettere nei guai. Il discorso è valido anche online.
Dopo le rivelazioni della talpa del Datagate, le forze di sicurezza nazionale americane e inglesi hanno il diritto di controllare fino a tre 'gradi' di amicizia digitale di ogni individuo sospetto: si tratta, nella logica di Facebook, dei propri amici, degli amici di amici, e degli amici di amici di amici.
Complicato? Sì, soprattutto per gli agenti segreti: 400 amici su Facebook, significano in media quasi 70 mila amici di amici, e 10,9 milioni di amici di amici di amici. Quante probabilità ci sono che tra tutti questi utenti ci siano possibili terroristi?

4. I casi di omonimia: scegliere un nome online che non desti sospetti

Se si è abbastanza sfortunati da avere lo stesso nome di un sospetto terrorista, allora la vita può farsi molto più complicata: è successo, post attentato a New York dell’11 settembre 2001, alla professoressa universitaria Sahinah Ibrahim, fermata in aeroporto più volte perché, per errore, era finita nella lista dei sospetti. Quindi occhio al nickname usato sui social network.

5. C'è sempre il rischio di finire nella black list pur senza pubblicare contenuti

Considerando tutti i punti precedenti e valutando il margine di errore umano nell’analisi di algoritmi, che già di per sé raccoglierebbe una quantità se non altro ingente di materiale sospetto, è teoricamente possibile finire sotto l’occhio degli agenti segreti anche senza fare un bel niente. Non serve, quindi, pubblicare link sospetti o avere amici di amici di amici con la fedina penale non proprio pulita.
Il problema agli occhi del grande pubblico resta sempre quello della violazione della propria privacy: un prezzo da pagare per la salvaguardia della sicurezza nazionale? Sì, sperando di non finire nella lista nera dell’intelligence.

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