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SCIENZA 23 Gennaio Gen 2015 1804 23 gennaio 2015

Cellule staminali, Petrella: «No a inutili speranze»

È stato il primo a usarle per riparare una fistola bronchiale. Il dott. Petrella a L43: «Gran potenziale, ma attenti alle false promesse». E allo Stato chiede più risorse.

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Le cellule staminali sono un mondo ricco di opportunità. Il loro potenziale è oggetto di studio e ricerca, di dibattito etico e morale, e già oggi è attestato da alcuni risultati eccellenti ottenuti in ambito clinico.
Uno di questi è stato registrato a Milano dall'Istituto europeo di oncologia guidato da Umberto Veronesi.
A realizzarlo un'equipe di chirurgia toracica guidata dal dottor Francesco Petrella, capace di guarire una fistola bronchiale in un 40enne colpito da tumore al polmone grazie all'utilizzo di cellule staminali mesenchimali adulte prelevate dallo stesso paziente.
UN CASO UNICO AL MONDO, PER ORA. Una prima mondiale che ha ottenuto il placet del prestigioso New England journal of medicine, e apre nuovi scenari per la medicina. Perché quello di Milano «è un caso finora unico avvenuto in un contesto particolarmente favorevole», ha spiegato il dottor Petrella a Lettera43.it, «ma si sta già lavorando per applicarlo a situazioni più complicate».
L'importante è che non si creino «false speranze e illusioni nei pazienti», perché la ricerca sulle staminali «ha ancora tanta strada da fare». E perché la compia c'è bisogno di superare alcune barriere etiche e di «maggiori risorse da parte dello Stato italiano».

Una coltura di cellule staminali. Nel riquadro, Francesco Petrella. © Getty Images

DOMANDA. In cosa consiste l'intervento che avete condotto?
RISPOSTA.
Al paziente si era formata una fistola dopo l'asportazione di un polmone per un tumore. La sutura che avevamo fatto nel bronco si è aperta, non ha cicatrizzato.
D. Succede spesso?
R.
È una complicanza relativamente frequente. Aprendosi il bronco le vie aeree entrano in comunicazione col cavo pleurico, che si infetta e crea una situazione estremamente pericolosa che può portare a morte nel 70% dei casi.
D. Come avete agito?
R.
Abbiamo cicatrizzato il bronco con un impianto endoscopico di cellule staminali mesenchimali adulte. Ci tengo a ribadire che erano cellule adulte, non embrionali o cordonali, e sono del paziente.
D. Perché questa precisazione?
R.
Perché c'è un grosso dibattito etico sull'utilizzo delle cellule embrionali, e noi abbiamo preferito utilizzare cellule adulte. Ma non solo per questo.
D. Ci dica...
R.
Le cellule staminali adulte sono multipotenti, quelle embrionali sono totipotenti. Questo significa che hanno un potenziale ancora superiore, ma sono anche più pericolose e possono portare alla formazione di cellule tumorali.
D. Diceva che è piuttosto frequente che si verifichi un problema del genere, ma è la prima volta che viene curato così. Di solito come si interviene?
R.
In due modi. O tramite endoscopia con l'utilizzo di colle biologiche che però venivano riconosciute come estranee dall'organismo e rischiavano di saltare anche solo con un colpo di tosse, o con un'operazione chirurgica piuttosto invasiva come la toracostomia, che richiedeva mesi, se non anni, di medicazioni continue.
D. Con la vostra tecnica quanto tempo è passato prima che la ferita cicatrizzasse?
R.
Abbiamo fatto un controllo 60 giorni dopo ed era cicatrizzata. È un caso unico finora, c'è ancora tantissimo da lavorare. Ma non abbiamo inventato niente di sensazionale o di nuovo.
D. E come mai nessuno ci aveva mai pensato prima?
R.
Bella domanda questa. Si sapeva che le cellule staminali mesenchimali adulte hanno una straordinaria proprietà pro cicatriziale, e sono ampiamente utilizzate. Di 480 studi che le riguardano, 12 sono sul polmone, ma nessuno sulle vie aeree. Forse non c'è mai stata l'intuizione.
D. E voi come l'avete avuta?
R.
Abbiamo messo insieme due realtà. Noi facciamo chirurgia toracica, non siamo ricercatori puri. Conosciamo questa complicanza e quando si verifica è molto amaro per un medico. Abbiamo pensato più notti a come risolvere il problema e interessandoci anche di ricerca ci siamo chiesti: ma se le staminali sono in grado di chiudere una fistola in un morbo di Crohn, perché non provarle?
D. E ha funzionato.
R.
Forse anche con un po' di fortuna e in un caso molto favorevole. Abbiamo chiuso una fistola molto piccola, ora bisogna provare con situazioni più complicate. Magari anche fondendo le staminali con mezzi di coltura ancora più adeguati.
D. Il dibattito etico ha spesso frenato la ricerca sulle staminali embrionali in Italia: lei che idea si è fatto?
R.
È un grandissimo campo di ricerca che va applicato e stimolato. La scienza deve essere laica, le cellule embrionali sono una risorsa e chi le studia deve avere la possibilità di lavorarci serenamente.
D. Non c'è modo di superare questo scontro ideologico?
R.
Le Ipsc, pluripotenti indotte, sviluppate nel 2006 dal chirurgo giapponese premio Nobel Shinya Yamanaka, consentono di risalire dalle cellule adulte fin quasi alla totipotenza di quelle embrionali. Parzialmente è un problema superato, non fosse per la cancerogenicità delle stesse.
D. Lo straordinario potenziale delle staminali ha generato speranze, a volte mal riposte, in nuove terapie. Emblematico il caso stamina. Lei cosa ne pensa?
R.
Prima di creare false speranze bisogna seguire le procedure necessarie all'approvazione di una nuova terapia. È importante dire ai pazienti che ci sono potenzialità con le staminali, ma non dobbiamo innamorarci oggi di quest'idea. Siamo ancora molto indietro. Bisogna combattere il turismo della sanità delle staminali ed evitare percorsi di speranza inutili.
D. In Italia come è messa la ricerca nel settore? Le risorse sono adeguate?
R.
No. Ne servirebbero molte, molte di più. La strada intrapresa dagli Stati Uniti e da Barack Obama, che ha ampliato i fondi per la medicina rigenerativa dopo la frenata con l'amministrazione Bush, è quella giusta da seguire.

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