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INTERNET 1 Febbraio Feb 2015 1000 01 febbraio 2015

Facebook, valanga di quiz: è la nuova arma delle aziende

Li chiamano test di personalità. Invadono i social. Parlano di morte, spezie, fiori. Attendibilità? Zero. Ma i brand li usano per studiare gli utenti. È il marketing 2.0.

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Stanno per cominciare i test di Facebook at Work.

Se non ce lo proponesse ogni giorno Facebook non ci chiederemmo mai chi eravamo nella nostra vita precedente.
Tanto meno di che morte moriremo, quale parola di quattro lettere ci descrive meglio o la spezia aromatica in cui ci rispecchiamo, che parte del giorno ci rappresenta di più, quale fiore o divinità incarniamo.
Ce ne sono un'infinità: li chiamano quiz o test di personalità, nascono su piattaforme dedicate con l'unico obiettivo di intrattenere i navigatori che vogliono divertirsi un po'. Ma è davvero così? O si tratta di puro marketing?
UN'ARMA PER LE AZIENDE. La domanda è: quiz e test possono rivelarsi utili alle aziende per indirizzare, per esempio, i futuri investimenti e sostituire costose e impegnative ricerche di mercato fatte di complicate raccolte di informazioni e noiose interviste telefoniche?
La maggior parte delle imprese attinge oggi dalla Rete per questi fini pur senza invadere la privacy né arrivare ai cosiddetti dati sensibili degli utenti.
La via più semplice è quella offerta dagli e-commerce come Amazon che conservano nel loro archivio dati dei loro acquirenti grazie ai quali aziende interessate ad aprire nuove filiali o a lanciarsi in nuovi brand possono farsi un'idea se ciò possa rivelarsi vincente più al Sud rispetto al Nord o se siano più richiesti articoli in pelle o ecologici.
I MAGGIORI BRAND LI USANO. Ma anche i quiz possono aiutare, altrimenti perché mai Facebook avrebbe una pagina dedicata dove poterne creare uno e dove c'è scritto a chiare lettere che fanno così anche the best brands in the world come Ikea, M&Ms e McDonald's?

Fidelizzare tramite la competizione fra utenti: la gamification

Facebook ha raggiunto la quota di un milione di inserzionisti attivi.

Ma come nasce un portale di test e quiz e come vengono coinvolte le aziende?
Simone Tonni è il cofounder, assieme a Fabrizio Ciampini, di Brainwar.it, un social quiz «ispirato a un sito sviluppato da programmatori indiani che ora non c'è più», racconta a Lettera43.it, «che proponeva solo test per provare la propria preparazione nei linguaggi dell'informatica ed era collegato a LinkedIn, così che le conoscenze dichiarate dagli utenti erano verificabili da tutti».
UNA SFIDA TRA GLI UTENTI. Il nuovo sito è generico e «offre quiz e test per verificare la propria esperienza in tutti i campi, dal cinema alla lingua inglese, mantenendo un carattere di gioco e passatempo. Poi abbiamo aggiunto la parte social, più simile a Twitter piuttosto che a Facebook che riteniamo culturalmente meno interessante, dove gli utenti possono sfidarsi tra loro».
Le aziende, fin qui grandi assenti, entrano in gioco con i contest, una nuova forma di marketing.
«Sono concorsi su base mensile», spiega Tonni, «che danno alle aziende la possibilità di fare sponsorizzazione ed è l'unica forma di pubblicità che accettiamo sul nostro sito. Quella che non vuole spendere troppo crea un quiz su temi e argomenti che le interessano e attinenti ai suoi prodotti e lo pubblica sulla nostra piattaforma».
GRATIFICAZIONE DECISIVA. Così non solo si fanno conoscere, ma acquisiscono anche un'idea del trend e delle preferenze di chi è interessato al loro brand.
E se c'è un premio in palio è anche meglio perché «quello della gratificazione», dice Tonni, «che per i nostri quiz consiste in acquisizione di punti, passaggi di livello e conquista di medaglie, è una nuova metodologia ancora poco diffusa in Italia per fidelizzare gli utenti al sito, che sono portati a tornare per andare sempre più avanti e si chiama gamification». E non è una parolaccia.

L'attendibilità scientifica? Va a farsi benedire

Facebook sta lavorando a un nuovo sito per entrare nel mondo del lavoro.

Ma i test di personalità che pullulano su Facebook sono minimamente attendibili? Sono studiati e compilati da psicologi o da personale preparato e affidabile?
«All'inizio avevamo una collaborazione con degli psicologi per mantenere un focus che non fosse solo di intrattenimento, ma avesse un valore scientifico», spiega a Lettera43.it Emiliano Messeni, responsabile advertising e cofounder con Marco Iacobellis di Quizzi.it, «ma poi abbiamo notato un maggior riscontro verso i test più leggeri, brevi e veloci, come quello che chiede 'che personaggio di Harry Potter sei?' e ci siamo dedicati a quelli».
PIACE ANCHE CREARLI. A quanto pare dunque agli internauti appassionati di quiz e test non piace soltanto sostenerli, ma anche crearli, con tanti saluti dunque all'attendibilità scientifica e psicologica.
Del resto «in Italia siamo stati i primi nel 2003 a mettere quiz e test su internet, ancor prima di Facebook», dice Messeni, «proprio con l'intento di raccoglierli dagli utenti. E ora sono soprattutto loro a postarli, noi ci limitiamo a controllarli e a classificarli per argomento».
OLTRE 70 MILA RISPOSTE. Se anche Facebook ha fatto un po' di danni, il portale tiene bene con i suoi 150-200 quiz al giorno disponibili e le sue 70 mila risposte a domande, merito anche qui di una community con sfide tra utenti e punteggi in nome della gamification. Ed eccoci di nuovo a parlare di aziende.
«Anche i test come le ricerche su Google e la tipologia di navigazione dell'utente negli anni seguono dei trend, i cosiddetti topic caldi che sono lo specchio di ciò che più interessa all'utente in un certo momento», dice Messeni.
MARKETING SÌ, MA SEGNALATO. Ma Quizzy.it fa marketing? «Qualche tempo fa con il Dipartimento della Gioventù avevamo creato un test su “che tipo di viaggiatore sei” che alla fine indicava per quale campo scuola patrocinato dal ministero si era più indicati. È anche capitato che ci hanno fornito test già compilati o ci hanno chiesto una consulenza per prepararne uno che spingesse all'acquisto di un prodotto o di un servizio in base alle risposte. Ma abbiamo sempre segnalato la cosa agli utenti e non vendiamo mai i dati che raccogliamo alle aziende».

Il pericolo: un po' di spam e qualche quiz a tema

Il numero uno di Facebook, Mark Zuckerberg.

Sarà così per tutti? Possiamo davvero stare tranquilli che le nostre preferenze espresse in pochi minuti di tempo libero compilando un test o facendo la fila alla posta rispondendo a un quiz non finiscano dritte dritte sulla scrivania di un direttore di marketing?
E se così fosse, che rischio correremmo? Non saremmo certo in pericolo di vita, al massimo ci vedremmo arrivare un po' di spam nella nostra casella di posta elettronica o ci apparirà qualche altro quiz a tema da compilare su Facebook.
SI CHIAMA REMARKETING. Del resto siamo abituati a navigare in cerca di un prodotto e poi vederci apparire quello stesso banner o altre offerte di prodotti simili sul nostro schermo in nome di quel fenomeno chiamato retargeting o remarketing cui concorrono browser, cookie, banner e codici vari.
Ma la cosa più importante è non essere convinti di capire noi stessi o di scoprire cose favolose sulla nostra personalità e sulla nostra vita facendo un test su internet, a meno che non ci riveli che crediamo alle favole, allora sì che avrebbe ragione.
IN FONDO È UN GIOCO. Ma se ci diverte e ci rallegra la giornata pensare di essere stata una strega nella nostra vita passata o di avere dentro di noi lo spirito di un gatto, che male c'è? In fondo è solo un gioco.

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