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COMPETITOR 3 Febbraio Feb 2015 1250 03 febbraio 2015

Uber, arriva Google a fare concorrenza sul car sharing

Big G crea macchine senza autisti, guidate da software. E pesta i piedi al servizio di taxi privati. Tra conflitti di interesse e furto di mappe e informazioni cruciali.

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Uber è stata fondata nel 2009.

Macchine che si guidano da sole, laboratori di robotica avanguardistica, applicazioni per spostarsi senza muovere un passo e centinaia di milioni di dollari: mescolare tutto per ottenere l’ultima battaglia sotto il sole della Silicon Valley.
Da una parte Uber, dall’altra Google, e pazienza se dei sogni di equità e redistribuzione della sharing economy - la cosiddetta economia della condivisione - resti in campo molto poco: è il business, bellezza.
DIRETTA COMPETIZIONE. La notizia che ha fatto trasalire Travis Kalanick, 38enne fondatore di Uber, è che Google ha deciso di lanciare un proprio servizio di ride sharing in diretta competizione con quello fornito dal giovane colosso della mobilità.
MACCHINE SENZA AUTISTA. Secondo Bloomberg, fonte dell’indiscrezione, Big G avrebbe in mente un servizio sovrapponibile a quello della app come funzionamento, ma erogato in un prossimo futuro utilizzando macchine senza autista: le self-driving car su cui l’azienda di Mountain View lavora da tempo, e pare pronta a mettere in strada fra due-cinque anni.
GUIDA UN SOFTWARE. Una volta cliccato sul telefonino chiedendo un passaggio, dunque, non arriverebbe più a prendervi un signore che cerca di monetizzare la sua auto e il suo tempo libero scorazzando gente in giro per la città - come fanno oggi gli autisti di Uber e competitor -, ma un veicolo comandato da un software, o da centinaia di migliaia di software, capace di spostarsi sulle base delle richieste lungo decine di tragitti, magari fermandosi a raccogliere persone diverse lungo il percorso. Un Uber iper potenziato, a voler banalizzare.

Ma Google è uno dei finanziatori di Uber

Le insegne di Mountain View.

Dov’è lo scandalo?
Non c’è alcuno scandalo, a seguir i dettami della libera concorrenza senza se e senza ma.
E tuttavia Google è (stata) uno dei principali finanziatori della società di mobilità on demand, contribuendo significativamente a renderla un giovane gigante con una valutazione di mercato pari a 40 miliardi di dollari.
Soltanto nel giugno 2013, Google Ventures, il venture capital che fa capo al motore di ricerca, ha fatto piovere nelle casse di Uber 258 milioni di dollari, una quota significativa dei 2,7 miliardi di finanziamenti totali raggranellati dall’azienda dalla fondazione nel 2009.
CACCIATO UN MANAGER. E Davide Drummond, il chief legal officer di Google, si è insediato da allora nel consiglio di amministrazione di Uber, dal quale, come suggerisce Bloomberg, sembra essere stato invitato ad andarsene (specie dopo che qualcuno ha passato ai membri del board immagini della app di Google già in funzione tra i dipendenti dell’azienda).
E LE MAPPE SONO CONTESE. Per non dire poi che il sistema di Uber si basa sulle mappe fornite da Google: il rischio è non solo perdere accesso agli strumenti di Big G, ma anche aver regalato all’aspirante competitor tutti i dati sugli spostamenti in città degli utenti, un patrimonio di informazioni cruciale nello studiare il proprio servizio.
Che si tratti di una dura battaglia, d’altra parte, lo si capisce anche da altri fattori.
Basterebbe dire che nella stessa giornata in cui venivano spifferate le intenzioni di Google, Uber annunciava di aver aperto un laboratorio a Pittsburgh, in Pennsylvania, assumendo ricercatori dell’Istituto di robotica dell’università Carnegie Mellon - punta di diamante degli studi del settore - per sviluppare il proprio prototipo di auto senza autista.
FENOMENO IN ASCESA. Il business è troppo ricco per rischiare di restarne fuori: secondo i luminari, come Susan Shaheen, direttrice del centro di Ricerca e innovazione per la mobilità di Berkeley, il fenomeno del car sharing è solo all’inizio e si dispiegherà pienamente soltanto quando le macchine non saranno più strumenti legati a un proprietario o a un autista, bensì a disposizione della comunità.

Città più sgombre e a misura della collettività

Un taxi a Parigi: in Francia è polemica per il servizio di Uber, vietato da gennaio 2015.

Si tratta di una visione nobile, che riporta il car sharing e il car pooling - due fenomeni diversi, che in sostanza indicano la condivisione di un veicolo - nel perimetro ‘edificante’ delle migliori intenzioni della sharing economy: meno auto in circolazione, benefici per l’ambiente, città più sgrombre e a misura della collettività.
E tuttavia, come dimostrano i movimenti di mercato, tra le teoria e la pratica ci sono di mezzo il business e la legalità.
CONCORRENZA SLEALE? Uber docet: in barba a qualsiasi spirito collaborativo, la società è stata accusata di fare concorrenza sleale ai propri competitor, di sfruttare i propri autisti (che non sono lavoratori dipendenti, ma semplicemente persone che si “trasformano” in tassisti utilizzando la propria macchina) e persino di spiare i giornalisti che ne parlavano male.
SERI PROBLEMI LEGALI. Un’arroganza mal digerita dai concorrenti, tassisti in primis, ma anche dalle autorità: in Europa Uber sta affrontando seri problemi legali, dopo essere già stata dichiarata illegale da Germania e dal Comune di Parigi.
Arginare l’innovazione è impossibile. Regolamentarla, invece, è necessario. E, a giudicare dalle ultime notizie in arrivo dalla Silicon Valley, è tempo di portarsi avanti prima ritrovarsi con macchine senza autista che scorrazzano in città nel panico generale: una scena degna dei migliori scherzi di Orson Welles.

Twitter @geascanca

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