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REBUS 20 Aprile Apr 2015 1122 20 aprile 2015

Scorie nucleari, l'Italia sceglie dove stiparle: ma è fobia

Vanno smaltiti 90 mila metri cubi di rifiuti radioattivi. Ma nessuno li vuole. Elenco delle zone idonee a fine aprile. Il governo pensa a incentivi economici. 

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Il 95% dei rifiuti nucleari in Italia è ospitato nel deposito di Saluggia.

A fine aprile 2015 è fissata la deadline: i cittadini sono pronti a sapere se i luoghi dove vivono sono destinati ad accogliere tutte le scorie nucleari presenti, passate e future.
Il ministero dell’Ambiente e quello dello Sviluppo economico devono dare il via libera a Sogin, la società di gestione degli impianti nucleari, per la pubblicazione dell’elenco delle zone idonee a ospitare il Deposito nazionale e il parco tecnologico.
Le scorie nucleari sono gli scarti della ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.
SONO IL 40% DEL TOTALE. Sebbene questa tipologia sia attualmente il 40% del totale, rappresenta allo stesso tempo la parte destinata ad aumentare in futuro.
Il rimanente 60% è il residuo della vecchia produzione elettrica avvenuta quando le quattro centrali italiane di Caorso (Piacenza), Garigliano (Caserta), Latina e Trino (Vercelli) erano in funzione.
Finora il 98% dei rifiuti tossici erano stati spediti in due centrali europee: quella di Sellafiel, sulla costa del Cumbria (Regno Unito) di fronte all’Irlanda, e quella di Le Hague, in Francia.
GENERANO NUOVA ENERGIA. Queste sono in grado di riprocessare gli scarti generando nuova energia e riducendo il volume fino al 5% delle nuove scorie cosiddette ‘vetrificate’ che ora dovranno rientrare in Italia.
Il tutto è partito con il decreto legislativo del 15 febbraio 2010, il n. 31, che tiene conto di precedenti atti, compresa la Direttiva europea del 2009 che impone a ogni Stato membro di smaltire, conservandolo al proprio interno, gli inquinanti radioattivi.
DA STIPARE 90 MILA METRI CUBI. E così si è messo in moto tutto il meccanismo per arrivare a capire quali fossero le zone con le caratteristiche adatte a stipare 90 mila metri cubi di scorie nucleari di cui 75 mila a bassa e media attività radioattiva e 15 mila ad alta attività.

Fu individuato Scanzano Jonico (Matera), ma i cittadini si ribellarono

In Italia le ultime centrali nucleari sono state spente circa 25 anni fa.

Un sito idoneo era stato individuato alcuni anni fa: Scanzano Jonico, in provincia di Matera.
Ma la ribellione dei cittadini fece fare un passo indietro e ricominciare la ricerca.
L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), ha redatto una guida tecnica con i “Criteri per la localizzazione” dell'impianto.
In questo documento sono messe nero su bianco anche le caratteristiche geologiche tali per cui una zona non potrà mai diventare predestinata a immagazzinare i rifiuti radioattivi.
ESCLUSI I LUOGHI SISMICI. Sono esclusi, per esempio, i territori sismici, quelli vulcanici attivi, quelli alluvionali oppure a distanza inferiore di 5 chilometri dalla costa, sulle pendici con una pendenza media superiore al 10% e altro ancora.
Sulla base di queste indicazioni, Sogin ha redatto la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, tecnicamente definita con l’acronimo di Cnapi.
DA SMANTELLARE 4 CENTRALI. La pubblicazione dell’elenco darà il via al coinvolgimento attivo delle amministrazioni pubbliche delle aree designate che potranno proporsi per la costruzione del deposito nazionale e parco tecnologico.
La posta in gioco è alta, perché prevede anche il totale smantellamento (decommissioning) delle quattro centrali e degli impianti nucleari.
COSTO COMPLESSIVO: 6,5 MILIARDI. Il costo complessivo di tutte le attività, come dichiarato da Sogin, è pari a 6,5 miliardi di euro.
Dal 2001 alla fine del 2013 sono già stati spesi 2,6 miliardi di euro e i rimanenti 3,9 miliardi sono i costi pianificati per la conclusione del piano di smantellamento, prevista per il 2035.
C’è poi tutto un indotto diretto, indiretto e occupazionale non ancora calcolato a beneficio delle economie territoriali.

Risarcimento economico per chi accoglierà il deposito

Scorie radioattive.

Le Istituzioni fanno conto su questo punto e si aspettano che nel seminario nazionale in calendario per giugno le amministrazioni pubbliche delle aree individuate si affrettino a candidarsi per ospitare il deposito nazionale, anche perché entro tre anni la procedura già avviata deve essere portata a compimento “chiavi in mano” e intoppi permettendo.
SCONTO IN BOLLETTA? Non a caso, secondo indiscrezioni attendibili, la zona che accoglierà il deposito potrebbe ottenere anche un risarcimento economico, anche se è ancora da valutare se destinato direttamente ai residenti sotto forma di compensazione su qualche bolletta o se concesso all’amministrazione pubblica territoriale.
Ma che cosa succederebbe se nessuna delle aree indicate si rendesse disponibile? Sogin cerca di prevedere qualsiasi situazione e pare che stia studiando anche un piano alternativo.
La resistenza maggiore da vincere è sicuramente legata alla sfiducia da parte dei cittadini nel vedere il luogo dove risiedono diventare lo stoccaggio dei rifiuti contaminati.
PROGETTO SICURO, SULLA CARTA. Sulla carta il progetto è inattaccabile e sicuro.
Fabio Chiaravalli, direttore del deposito nazionale e parco tecnologico, ha illustrato con una relazione scritta e pubblicata il 12 dicembre 2014 tutti i dettagli dei contenitori destinati a sigillare il materiale radioattivo tenendo conto del volume attuale e di quello prodotto nei prossimi 40 anni.
I 90 mila metri cubi di scorie saranno ripartiti e cementati in contenitori metallici, somiglianti a dei grandi bidoni.
Stipati e cementati nuovamente in moduli di calcestruzzo speciale (3 metri x 2 x 1,7) progettati per resistere 350 anni.
I moduli verranno inseriti in celle di cemento armato (27 metri x 15,5 x 10) progettate anch’esse per resistere 350 anni.
CONTROLLI SISTEMATICI. Le celle così riempite verranno sigillate e ricoperte con più strati di materiale per prevenire le infiltrazioni d’acqua.
Il deposito verrà a sua volta coperto definitivamente e controllato costantemente per verificare il livello di tenuta delle celle nel tempo e l’isolamento completo dei rifiuti dalla biosfera, mentre un sistema di linee di drenaggio al di sotto di ciascuna cella servirà a scongiurare qualsiasi eventuale infiltrazione di acqua.

All'estero più fiducia e meno resistenze

Fusti di rifiuti nucleari radioattivi immagazzinati in vasche d'acqua a Sellafield, Inghilterra.

In attesa della disponibilità di un deposito geologico, i rifiuti ad alta attività, cioè il combustibile irraggiato e i vetri derivanti dal riprocessamento, verranno trasportati e stoccati temporaneamente in contenitori speciali detti ‘cask’.
Perché, dunque, si teme che gli italiani si oppongano all'idea di abitare vicino al deposito nazionale e al parco tecnologico?
DA NOI PROGETTI FALLITI. Forse perché gli esempi di progetti che non corrispondono alle opere compiute, dall’Expo al Mose passando per autostrade e viadotti crollati, sono sempre più numerosi e frequenti.
All’estero, infatti, non sembrano esserci resistenze né da parte della cittadinanza, né da parte dell'amministrazione territoriale.
Il deposito nazionale e il parco tecnologico sono stati vissuti come una grande opportunità per ospitare un centro di ricerca e di monitoraggio del territorio.
Eppure anche nell'efficiente Svezia un problema se lo sono posto.
E LE GENERAZIONI FUTURE? Lì il deposito nazionale è stato ricavato scavando una serie di gallerie sotterrane nel granito a 500 metri di profondità dove stoccare i rifiuti sigillati in cilindri di rame e acciaio provenienti da 10 reattori in funzione.
Secondo un’inchiesta già pubblicata i cilindri garantiscono una resistenza minima di oltre 100 mila anni.
E il deposito svedese grazie al granito delle rocce garantirebbe una resistenza in percentuale di milioni di anni.
Però anche in quel caso a dormire sonni tranquilli sono solo le generazioni presenti che avranno il compito di tramandare le mappe dei luoghi contaminati a tutte le generazioni a seguire.
E del futuro che ne sarà?

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