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LEGAL&LAW 9 Luglio Lug 2015 0933 09 luglio 2015

Avvocati, e ora pubblicità: o pagheranno i giovani

Il divieto di usare Linkedin è assurdo. Il settore si deve aggiornare.

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Il logo di LinkedIn.

La possibilità per gli avvocati di farsi pubblicità utilizzando i tradizionali canali di comunicazione è da sempre al centro di un forte dibattito. Non solo in Italia, ma anche all’estero.
I sostenitori del “no” hanno costantemente argomentato che - stante il ruolo istituzionale ricoperto dall’avvocato - tale attività fosse contraria al decoro ed all’onorabilità professionale.
Quando si pensa alla pubblicità degli avvocati, nell’immaginario collettivo, viene di solito alla mente l’esperienza di liberalizzazione nordamericana.
Ma anche negli Stati Uniti la presenza di avvocati in spot e cartelloni pubblicitari come testimonial di se stessi è stato frutto di battaglie giudiziarie.
VIETATO FINO AL 1977. Infatti, nel 1908 l’American Bar Association (il nostro Consiglio nazionale forense - Cnf) decise di introdurre i Canons of Ethics vietando ogni forma di pubblicità per gli avvocati (a parte alcune eccezioni, come l’utilizzo di biglietti da visita e l’inclusione nelle locali pagine gialle).
Così è stato fino al 1977, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti si pronunciò contro l’Ordine degli avvocati dell’Arizona in favore dei giovani avvocati John Bates e Van O’Steen, sospesi per aver pubblicizzato il loro nome e i loro servizi al pubblico su un quotidiano locale.
ECCESSI AMERICANI. Due le motivazioni della sentenza: il divieto per gli avvocati di fare pubblicità era contrario allo Sherman Act (in quanto gli avvocati debbono considerarsi come imprenditori) e al Primo emendamento sul Freedom of Speech.
Da allora gli Stati Uniti hanno maturato una forte esperienza rispetto alla quale non sono mancati eccessi (può capitare, infatti, di imbattersi in cartelloni pubblicitari di studi legali in cui sono raffigurati uomini aitanti e donne avvenenti accompagnati dallo slogan: “La vita è breve! Divorziati!”).
ITALIA ANCORA FERMA. In Italia, se ancora non si vedono certe estremizzazioni - che non auspichiamo in quanto inciderebbero negativamente sul decoro professionale - il dibattito è però ancora fermo alla possibilità per gli avvocati di potersi promuovere, anche tramite i moderni mezzi della tecnologia.
Questo nonostante siano state introdotte la riforma Bersani e la nuova legge forense (L. 247/2012) che hanno sancito la legittimità della pubblicità professionale.
È recentissima la sentenza del Tar del Lazio chiamato a decidere sul provvedimento n. 25154 del 24/10/2014 dell’Autorità garante della concorrenza e del Mercato (Agcm).
NO A RESTRIZIONI. I giudici amministrativi - con pronuncia n. 08778/2015 del 17/06/2015 - hanno dato ragione ad Agcm, almeno sul tema delle attività promo-pubblicitarie degli avvocati, confermando che la posizione restrittiva verso la pubblicità online assunta dal Cnf risulta in contrasto con i principi comunitari del libero mercato.
Agcm, tra le altre cose, aveva censurato il parere n. 48/2012 del Cnf con cui era stato vietato l’utilizzo di piattaforme online per pubblicizzare l’attività dell’avvocato - il quale aveva anche promesso l’applicazione di uno sconto percentuale agli utenti di tale piattaforma - in quanto idonea a integrare gli estremi della fattispecie, deontologicamente vietata, di accaparramento di clientela.
SITI TERZI VIETATI. Poco prima della pubblicazione di detta sentenza amministrativa, Agcm, con provvedimento n. 25487 del 27/05/2015, ha contestato al Cnf la mancata ottemperanza di quest’ultimo al provvedimento all’esame del Tar.
Agcm ha rilevato, infatti, che il Cnf avrebbe posto in essere ulteriori condotte in contrasto con le proprie prescrizioni, avendo introdotto l’art. 35, comma 9, del nuovo Codice deontologico forense che vieta agli avvocati di utilizzare siti di terzi per promuovere la propria attività - anche attraverso lo sfruttamento di link che rimandino al proprio sito.
L’unica possibilità concessa agli avvocati - sempre secondo il Codice deontologico - sarebbe l’utilizzo di un proprio dominio a patto, tuttavia, che la forma e il contenuto del sito stesso siano oggetto di una preventiva comunicazione al Consiglio di appartenenza.
IL SETTORE NON CRESCE. Il Cnf dovrà adesso ben valutare le proprie eventuali difese, soprattutto alla luce della pronuncia del Tar che sul tema della pubblicità esprime una posizione netta in favore di Agcm e di quelle parti dell’avvocatura che hanno fortemente criticato la norma deontologica.
Infatti, tale critica non ha certo a oggetto il principio della dignità e del decoro nella pubblicità professionale che tutti - anche i più progressisti - condividono, bensì il tentativo di far compiere un passo indietro a un settore che, invece, dovrebbe farne molti in avanti per recuperare il forte divario competitivo, non solo rispetto al settore delle imprese, ma anche avuto riguardo ai colleghi stranieri.
CAMBIAMENTI EVIDENTI. La professione è completamente cambiata negli ultimi anni, così come lo è il contesto socio-culturale ed economico in cui gli avvocati sono chiamati a operare.
Non voler riconoscere questo elemento di natura oggettiva è, quindi, un grave errore.
È certamente anacronistica e incomprensibile la ratio sottesa alla preventiva comunicazione all’Ordine di appartenenza o al divieto di utilizzo di piattaforme di terzi (su tutte Linkedin).
PAGANO SOPRATTUTTO I GIOVANI. Questi strumenti - come tutte le attività promozionali online - rappresentano un mezzo potentissimo per le nuove generazioni al fine di guadagnare visibilità e farsi meglio conoscere in un contesto di crisi generalizzata dove sono sempre i più giovani a pagarne le conseguenze.
Forse che possa essere proprio questo il problema? Si auspica, quindi, un’apertura verso il futuro e le moderne tecnologie della comunicazione, ovviamente senza dimenticare i canoni di decoro, professionalità e veridicità di cui, anche negli Stati Uniti, viene fatta seria e puntuale applicazione.

Iacopo Destri-C-Lex

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