Ilva Fabrizio Arcangelo 141028151649
AMBIENTE 22 Luglio Lug 2015 0959 22 luglio 2015

Clini: «Ilva, che errore la statalizzazione»

L'ex ministro dell'Ambiente scrive a Lettera43.it: «Così l'azienda è stata deresponsabilizzata».

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Gentile direttore,

il sempre più triste epilogo dell’Ilva è sotto gli occhi di tutti e rivela, a pochissimi anni di distanza, quanto certe scelte si siano rivelate sbagliate e certi indirizzi fossero invece giusti e lungimiranti.
Mi sia consentito, dopo tante imprecisioni e inesattezze, furore ideologico e strabismi di ogni genere, ripercorrere questa vicenda, che la dice lunga sull’Italia.
Il 26 ottobre 2012 avevo rilasciato l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) con un piano di interventi da attuare entro tre anni, ancorato rigidamente alle più aggiornate regole europee.
Il 15 novembre 2012 l'Ilva aveva accettato il piano e i relativi impegni finanziari, stimati in circa 3 miliardi di euro, senza l’erogazione di un solo centesimo di fondi pubblici: un fatto senza precedenti nella storia delle relazioni tra Ilva e Amministrazione, e certamente non un regalo per l’impresa.
IL SEQUESTRO DELL'AREA A FREDDO. Appena una settimana dopo, però, era stata sequestrata dal gip di Taranto l’area a freddo dello stabilimento e dei prodotti finiti. Il sequestro ha bloccato 1 miliardo di euro di prodotti già piazzati sul mercato, che l’azienda aveva ufficialmente destinato ai primi investimenti per il risanamento ambientale (vedi richiesta di dissequestro da parte del presidente Ferrante).
Per far ripartire il risanamento, siamo stati costretti a emanare una legge, approvata quasi all’unanimità dal parlamento (231/2012) che ha recepito l’Aia e consentito la ripresa produttiva ai fini del risanamento ambientale.
Ciò nonostante il gip di Taranto ha mantenuto il blocco dei prodotti dello stabilimento e disapplicato di fatto la legge, sostenendo che fosse incostituzionale. Il 9 aprile 2013 la Corte Costituzionale ha stabilito che le legge rispettava la carta costituzionale.
I RITARDI NEL RISANAMENTO. Nei sei mesi tra il novembre 2012 e l’aprile 2013 il programma di risanamento ha subito forti ritardi, l’impresa non ha potuto destinare risorse adeguate al risanamento ed ha progressivamente perso mercato e clienti.
Nonostante questa situazione ero riuscito a far confermare dall'Ilva l’impegno sottoscritto il 15 novembre.
L’azienda, come consente la legge, da parte sua – per effetto della situazione creata dal sequestro dei prodotti finiti e dalla ridotta disponibilità di risorse per gli investimenti - aveva proposto una diversa scansione degli interventi di risanamento ambientale pur rimanendo nell’ambito dei tre anni previsti per il loro completamento. La richiesta dell'Ilva doveva essere approvata dalle autorità di controllo entro tempi certi stabiliti dalla legge.
IL PARADOSSO DEL COMMA 22. Ma le autorità di controllo, forse condizionate dalle iniziative del gip, non avevano dato risposte e nello stesso tempo avevano avviato le contestazioni all’Ilva per il mancato rispetto dei tempi che l'Ilva stessa aveva richiesto di rimodulare.
In altri termini, mentre il governo era impegnato a garantire che non si fermassero gli impegni ambientali dell’Ilva, le autorità di controllo da una parte disattendevano il rispetto dei tempi per rispondere all’impresa sull’aggiornamento del programma e insieme contestavano all’impresa il fatto che non rispettasse quello stesso programma. Un caso da manuale del “paradosso del comma 22”.
Tra il febbraio e l’aprile 2013 sono dovuto intervenire personalmente più volte sulle autorità di controllo affinché rispettassero la legge: dovevano rispondere all’azienda e dovevano consentire quella flessibilità prevista dalla legge all’azienda.
UNA OCCASIONE PERSA. Ma il tira e molla era finalizzato a sottrarre l’Ilva alla proprietà e far intervenire direttamente il pubblico, con l’illusione che una nuova “statalizzazione” avrebbe salvato la capacità produttiva. E da questa situazione è scattato il commissariamento.
Un errore, perché l'Ilva è stata deresponsabilizzata rispetto ai suoi impegni, e lo Stato ha dovuto assumersi oneri finanziari che l’accordo sottoscritto dall’impresa il 15 novembre 2012 non prevedeva.
Se fosse stata seguita la strada “normale” tracciata il 15 novembre 2012 oggi l'Ilva sarebbe il più grande cantiere d’Europa per la trasformazione sostenibile di un impianto siderurgico.
Una grande occasione persa per legare la crescita dell’industria italiana alla protezione dell’ambiente e un pessimo segnale per gli investitori interessati all’Italia.

Corrado Clini

Già ministro dell’Ambiente

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