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AMBIENTE 24 Luglio Lug 2015 1210 24 luglio 2015

Ilva, Bonelli: «Connivenza sui veleni a Taranto»

Il portavoce dei Verdi scrive a L43.it: «Autorizzazioni dettate dai tecnici al ministero. Lo dicono le telefonate».

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Dopo il rinvio a giudizio di 44 persone fisiche e tre società per l'inchiesta sul presunto disastro ambientale provocato dall'Ilva il attuale coportavoce della Federazione dei Verdi, Angelo Bonelli ha scritto a Lettera43.it nella quale spiega le ragioni secondo le quali il procedimento per «accanimento di ambientalisti e magistrati contro il polo siderurgico».

Nella caserma dei vigili del fuoco di Taranto in un caldo torrido con punte di 41 gradi il Gup Wilma Gilli ha letto oggi la sentenza con la quale ha dato il via al processo derivante dall’inchiesta “ambiente svenduto” della Procura della Repubblica. 44 persone sono state rinviate a giudizio, tre società e due sono state condannate con rito abbreviato.
Quello dell’Ilva sarà il processo per disastro ambientale più importante nella storia della Repubblica. Per alcuni ci sarebbe un accanimento di ambientalisti e magistrati contro il polo siderurgico Ilva.
Spiego perché è falsa e sbagliata questa contestazione.
«TARANTO AVVELENATA DALLA CONNIVENZA». Taranto nel corso degli anni si è trasformata in una di città di veleni grazie alla connivenza tra chi doveva controllare, chi doveva far applicare le leggi e un management dell’azienda che ha utilizzato gli impianti noncuranti delle leggi provocando inquinamento e morte come dice la perizia epidemiologica. Nella città si è depositata una quantità di diossina 3 volte maggiore a quella prodotta con l’incidente di Seveso. Qui il pascolo è vietato per una distanza di 20 km a causa della contaminazione, i bambini secondo l’istituto superiore di sanità si ammalano di tumore del +54% rispetto alla media pugliese e muoiono del +21%, il latte materno delle donne tarantine è contaminato dalla diossina, ogni anno secondo la perizia della procura sono morte 30 persone a causa dell’inquinamento.
«POLITICA SOTTOMESSA AI VOLERI DELL'ILVA». Sono dati questi che dovrebbero far riflettere perché a Taranto oltre all’emergenza ambientale e sanitaria c’è un’emergenza morale. Inaccettabile è stato l’atteggiamento e il comportamento di chi ha tentato fino all’ultimo di minimizzare per nascondere il problema. C’era chi come l’ex amministratore Ilva Enrico Bondi affermava senza pudore che la causa della mortalità a Taranto era da ricercarsi nelle sigarette fumate dai tarantini. O l’ex-ministro dell’ambiente Clini che affermava. «Non è detto che i danni ambientali siano riferibili a quelli attuali».
L’ex presidente della regione Puglia Nichi Vendola che non rispose mai nel 2010 alle ripetute richieste degli ambientalisti di fare un’indagine epidemiologica e negli anni successivi rispose così: «Ci siamo sempre opposti ad un ambientalismo isterico e fondamentalista». A Taranto e a Roma c’è stata una politica sottomessa ai voleri dei dirigenti dell’Ilva di non adeguarsi alle leggi.
«L'AUTORIZZAZIONE AMBIENTALE DETTATA AL MINISTERO». Significativa è la telefonata tra Fabio Riva e l’avvocato dell’Ilva Perli che racconta in questi termini una telefonata al ministero dell’Ambiente per ottenere l’autorizzazione ambientale che sarà una licenza di uccidere poi rilasciata nel luglio del 2011: «Cioè cosa dobbiamo fare di più, ve l’abbiamo scritta noi».
L’avevano scritta loro, i tecnici Ilva l’autorizzazione ambientale poi rilasciata dal ministero dell’ambiente.
E che dire del sindaco di Taranto che in un telefonata con Archinà (Ilva) fornisce suggerimenti al sindaco su una relazione Arpa sul benzopirene: suggerimenti che si rifletteranno, poi, per un certo verso nell’ordinanza n. 39 del 7 giugno 2010.
C’è stata una politica irresponsabile che ha abbandonato la popolazione al suo destino di veleni. Oggi da parte del governo c’è un accanimento che con ben otto decreti salva Ilva ha prodotto la sospensione dell’applicazione di leggi in materia di tutela sanitaria, ambientale e di sicurezza sui luoghi di lavoro.
«CONVERSIONE INDUSTRIALE, L'UNICA VIA». L’Ilva non è riformabile e lo dice anche la valutazione del danno sanitario che afferma che anche se tutte le prescrizioni ambientali fossero attuate rimarrebbero a rischio tumore 12.500 persone. È questo un rischio accettabile? Allora che dobbiamo fare? Per noi la strada da seguire è quella intrapresa da città come Bilbao o Pittsburgh. Due città che hanno vissuto un’analoga crisi sociale-ambientale data dalla presenza di grossi impianti siderurgici. Hanno avviato una conversione industriale investendo nell’innovazione tecnologica, nel sapere, nel turismo e in nuovi cicli produttivi.
Oggi le economie di quelle città sono forti e l’occupazione è maggiore rispetto a prima. Abbiamo scritto una proposta dettagliata di conversione industriale in un libro “ Good Morning Diossina “ che è scaricabile gratuitamente dal web.

Angelo Bonelli

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