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DISASTRO 3 Agosto Ago 2015 1255 03 agosto 2015

Furtei, l'eredità al cianuro della miniera d'oro sarda

Impianto d'estrazione nato nel '97. In 10 anni il crac: veleni, fanghi e zolle blu. Ora Furtei va bonificata. Ma sprechi e strane nomine incombono. La storia.

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Lei è sempre lì: Furtei, Medio Campidano, Sardegna interna del Sud.
È l’ex miniera d’oro dell’Isola, un sogno nato e tramontato nel giro di 10 anni, fino alla fuga seguita dal fallimento nel 2009, senza alcuna bonifica.


VELENI E INCHIESTE. E così l’eredità lasciata dagli australiani è sotto gli occhi di tutti: colline della Marmilla sventrate, bacino color ruggine che tracima veleni a ogni pioggia, discarica di fanghi e niente busta paga per i 42 che hanno lavorato per la Sardinia gold mining Spa, secondo l’ultima denominazione.
Sul caso incombe un’inchiesta della procura di Cagliari per disastro ambientale e bancarotta con profili internazionali.
RIFIUTI SOTTO LA STATALE. Non solo: c’è un ulteriore filone sui rifiuti tossici finiti sotto il manto della strada statale 131, la principale dorsale che taglia l’Isola da Sud a Nord.

L’esposto degli ambientalisti e le ombre sulla Regione

La miniera abbandonata di Furtei, secondo gli ambientalisti, è una bomba ecologica piena di cianuro, mercurio e altri metalli pesanti.

L’ultima, nuova, richiesta di chiarimenti destinata alle istituzioni è del Grig (Gruppo di intervento giuridico), un’associazione in prima fila nel denunciare lo scempio della miniera di Santu Miali e gli interessi privati portati avanti in modo spregiudicato anche col supporto della Regione.
SOSTEGNO PUBBLICO. La Sardinia gold mining, infatti, ha avuto il sostegno dell’ente in termini di quote e capitale sociale grazie alla partecipazione della controllata Progemisa (in misura del 10% negli ultimi anni).
Alla presidenza, dal 2001 al 2003, si è ritrovato Ugo Cappellacci, che nel giro di poco più di un anno divenne poi presidente della Regione.
TRA CANADA E AUSTRALIA. Un affare internazionale, così era stato presentato, tra investitori australiani e il passaggio, arrivato strada facendo, da parte della multinazionale canadese Buffalo Gold ltd.
Il quesito del Grig suona invariato: chi paga?
Il presidente Stefano Deliperi scrive: «Privatizzare i profitti e socializzare le perdite, l’ennesimo esempio del capitalismo made in Sardistàn. Se un euro pubblico dev’essere erogato, deve avvenire esclusivamente per il ripristino ambientale di un territorio ampiamente devastato. Importi poi da ottenere anche in via coattiva dalla Società mineraria».
L'IGEA PER L'EMERGENZA. Ma a gestire l’emergenza dopo l’addio è stata chiamata un’altra società in house della Regione, l’Igea (tra l’altro al centro di recenti scandali per malagestione) e sono stati disposti soldi comunque pubblici dallo stesso Cappellacci.
Prima una cifra tampone da 250 mila euro, poi uno stanziamento complessivo che si aggira sui 16 milioni di euro.
Ma il conto totale non è ancora stato fatto e sarà ben più salato. Nessuna notizia, poi, di eventuali rivalse sugli imprenditori-fantasma.
PROFEZIA 20 ANNI FA. E suonano profetiche le prime parole di oltre 20 anni fa dell’allora sindaco del paese - appena 2 mila abitanti - a caccia di garanzie concrete contro i capitani d’industria d’Oltreoceano.

Tecnica che sembrava all'avanguardia, ma che si è rivelata costosissima

Ugo Cappellacci è stato presidente della Sardinia gold mining dal 2001 al 2003.

Il metodo di estrazione è stato venduto come una tecnica all’avanguardia, ma di fatto costosissimo: per avere l’oro bisognava frantumare le colline, a suon di solventi chimici. E così è stato fatto.
Niente filoni puri, ma polverina da recuperare.
LA POLITICA SPINGEVA. Un entusiasmo coltivato e sponsorizzato dai piani alti della politica del tempo: via d’uscita alla già cronica disoccupazione e alla strada segnata della chiusura delle storiche miniere.

  • Il video dell’inaugurazione, tra toni trionfali e il primo lingotto.


Era giugno del 1997: vento tra i rilievi sardi e il presidente della Regione Federico Palomba, insieme con altri, solleva in aria il prodotto finito.
Applausi e belle parole.
Peccato che in 10 anni si siano ottenute - complessivamente - quattro tonnellate e mezzo d’oro, 6 mila d’argento e 15 mila di rame: un valore stimato agli 80 milioni di euro attuali.
Ma sul piatto della bilancia ci sono le bonifiche.
PAESAGGIO SPETTRALE. Col fallimento della società il sito è rimasto allo sbando: impianti fermi, reagenti all’aria, cumuli di cianuro: un paesaggio lunare e spettrale, zolle blu e laghi rossi.
Situazione esplosiva curata dall’Igea, appunto: 300 circa gli ettari inquinati tra tre centri (Furtei, Segariu e Guasila), a rischio contaminazione, soprattutto i ruscelli e l’intero sistema delle acque.
E infatti sono di routine le ordinanze dei sindaci che impongono di volta in volta un divieto di utilizzo agli agricoltori che coltivano attorno.
RESPONSABILI SPARITI. Una storia irrisolta, dunque, con un sogno infranto al momento e una devastazione a lungo termine.
Ancora una volta dopo i profitti le toppe da mettere, e le ingenti risorse, sono pubbliche.
Mentre i diretti responsabili sono alla macchia e la Sardinia gold mining è al centro di una complessa procedura fallimentare, continua il giro di valzer delle nomine di professionisti locali che hanno avuto ruoli di spicco.
CONFLITTO DI INTERESSI. L’ultima, contestata, è di giugno: uno dei vice direttori della società, Giorgio Tore, ingegnere minerario, è ora ai vertici del Laboratorio servizio rete laboratori dell’Arpas, l’agenzia regionale per la protezione ambientale.
E, come sottolinea il quotidiano online Sardiniapost, la recente riforma interna gli dà ampio mandato sui controlli ambientali, ed eventualmente, anche sull’ex miniera d’oro che conosce bene.
Un incarico “fiduciario”, si legge nella determina al dirigente, già in forze all’agenzia. E che ha fatto storcere, ancora una volta, il naso a molti.

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