Uber Lucini 150804190107
RETROSCENA 4 Agosto Ago 2015 1743 04 agosto 2015

Uber, lascia Arese Lucini, mistero sulle dimissioni

Arese Lucini lascia senza motivazioni ufficiali. Forse dimissionata per risultati deludenti in Italia. Ma nel suo futuro potrebbe esserci un ruolo istituzionale.

  • ...

Benedetta Arese Lucini, general manager Uber.

La notizia è arrivata in anteprima nella tarda serata del 3 agosto a un gruppo ristretto di parlamentari e persone vicine, via sms: Benedetta Arese Lucini lascia Uber, nessuna spiegazione da aggiungere. Dodici ore dopo è giunta la comunicazione formale, ugualmente stringata, della ormai ex country manager della società californiana, al suo posto arriva Carlo Tursi, già responsabile a Roma: senza alcuna traccia della veemenza con cui per due anni ha cercato di incardinare la piattaforma di ride sharing nel mercato italiano, e della forza con cui ha dovuto difendere se stessa dalla aggressioni – anche fisiche – dei tassisti, ha annunciato la separazione consensuale dall’azienda. Una decisione di comune accordo, ha ribadito più volte, anche a questo giornale.
UN'USCITA INASPETTATA. Certo è che nessuno se lo aspettava. Soltanto 10 giorni fa (il 23 luglio) Benedetta Arese Lucini sedeva a tavola nel ristorante romano Da Sabatino con i parlamentari dell’Intergruppo innovazione per discutere di sharing economy e di come legalizzarla in Italia.
Una cena, peraltro, finita in baruffa: avvisati da qualcuno («Sono pronta a scommettere che siano stati i leghisti, che guarda caso si trovavano proprio nello stesso ristorante», dice a Lettera43.it l’onorevole Adriana Galgano, Scelta Civica, promotrice della serata), i tassisti si sono presentati fuori dal ristorante e c’è mancato poco che finisse ancora una volta a botte.
Pochi giorni prima un altro incontro a porte chiuse con l’Autorità dei trasporti, all’Istituto Bruno Leoni, insieme ad altre due società del settore e compagne di battaglie, Letz-go e Bla bla car: tra i presenti nessuno aveva avuto alcuna avvisaglia della decisione. Se insomma si è trattato di una scelta meditata, la country manager l’aveva mascherata bene.
POCHI RISULTATI CONCRETI. Viene da chiedersi allora se, come abitudine degli americani, Uber non abbia semplicemente scelto di dimissionare Benedetta Arese Lucini, in mancanza di risultati concreti. Se così fosse, va detto, sarebbe ingeneroso nei confronti della manager, che ha dimostrato passione, carattere e pelo sullo stomaco da vendere. Non sufficienti, però, a scardinare le dinamiche ossidate del processo legislativo italiano o a smussare le decisioni dei tribunali in tema di concorrenza.
Ad oggi, in effetti, il record della società californiana è un disastro totale. L’ultima fregatura è stata quella del disegno di legge sulla Concorrenza, a cui erano affidate le speranze sia per Uber Black (cioè gli Ncc, servizio auto con conducente) sia per Uber Pop (persone comuni che offrono passaggi a pagamento ad altri).
La discussione del Ddl è slittata a settembre, la parte sugli Ncc nel frattempo è saltata e il senatore piddino Sergio Boccadutri sta pensando di ritirare il suo emendamento salva UberPop: «Se me lo bocciano poi è finita, non lo posso ripresentare: forse bisognerà pensare a un altro modo», dice sconsolato a Lettera43.it.

Uber pop ancora illegale in Italia

La protesta dei tassisti contro Uber in una foto tratta da Twitter.

Nel frattempo, Uber Pop è stato dichiarato illegale in tutta Italia, costringendo l’azienda allo stop definitivo del servizio e alla maggior parte dei potenziali ricavi. Mentre Bla bla car e il competitor Letz-Go (che però non prevede tariffe ma rimborsi volontari) funzionano e crescono.
Il lavoro dei lobbisti di Cattaneo & Zanetti, reclutati dalla società poco dopo lo sbarco in Italia, ha forse aiutato l’apertura dell’autority dei Trasporti, che proprio dopo la prima sentenza del tribunale milanese aveva trasmesso indicazioni in favore della regolamentazione del servizio Uber Pop. Ma non è bastato a smuovere le acque.
ITALIA IN RITARDO SULLA SHARING ECONOMY. D’altronde, prova della scarsa sensibilizzazione del parlamento sul fenomeno sono le pratiche dell’Intergruppo innovazione, l’associazione di 100 tra deputati e senatori appartenenti a tutti gli schieramenti che si occupano di innovazione tecnologica e sharing economy. In mancanza di altri tempi e spazi, l’intergruppo «deve organizzare audizioni informali, circa una volta al mese, sempre a cena, nello stesso ristorante romano, Da Sabatino», racconta Galgano, organizzatrice della serata con Uber (in cui ognuno ha pagato il proprio conto, 30 euro: non è stata l’azienda a saldare). Niente di carbonaro, ovviamente, anzi, tutto alla luce del sole. Ma certo siamo ben lontani dai risultati e dalle attenzioni conseguiti dalle piattaforme della on-demand economy in altri Paesi.
UNA USCITA PER I TROPPI ATTACCHI? Può essere, insomma, che alla fine Travis Kalanick, ceo di Uber, o Mark McGann, il potentissimo uomo incaricato delle policy pubbliche per l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente, si siano stancati di aspettare e abbiano gentilmente liquidato la general manager italiana.
Non sarebbe un grosso segno di gratitudine, rispetto al lavoro fatto, ma comunque in linea con le prassi degli statunitensi.
Peggio, però, sarebbe se Benedetta Arese Lucini avesse deciso di mollare dopo l’ennesimo attacco da parte dei tassisti alla cena con l’Intergruppo. «Ha subito aggressioni orribili, e se fossero la causa delle dimissioni sarebbe un fatto grave», denuncia Galgano.
Considerata la capacità di reagire dimostrata finora, è poco probabile che siano stati gli insulti a fiaccare il morale della manager.
L'IPOTESI DI UN RUOLO ISTITUZIONALE. E allora c'è un'altra ipotesi che prende quota: che questa 31enne dal curriculum internazionale sia destinata ad altri progetti che l’Italia ancora fatica non solo a comprendere, ma anche a discutere. O chissà, magari al contrario, potrebbe essere chiamata proprio a servizio del Paese.
Nei mesi duri in cui ha dovuto affrontare gli attacchi violenti dei tassisti, la manager di Uber è diventata un volto noto. Quasi un simbolo della modernizzazione contro corporativismi e status quo. E poco importa se stava semplicemente difendendo le ragioni e i bilanci della società che la pagava.
Nel suo ruolo, inoltre, ha curato e infittito i rapporti con il mondo politico, che troppo spesso si è dimostrato incapace di capire come sono cambiati i servizi ai cittadini e quali possibilità apre la sharing economy.
Insomma, giovane, donna, con un'immagine anti-corporativa e competenze nel mondo delle start up più dirompenti: in una parola renzianissima.
Il suo profilo combacia perfettamente con l'immagine che il premier e quindi il governo vuole dare di sé. E affidarle un incarico pubblico risulterebbe in linea con gli obiettivi di un esecutivo che tanto ha parlato di digitale e che ha trovato ben pochi nomi per passare all'azione.
Interpellata da Lettera43.it sulle sue dimissioni, Lucini ha rimandato con cortesia il colloquio a quando potrà parlare. Risposta che lascia spazio alle supposizioni, che tuttavia restano senza riscontro.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso