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SPIN DOCTOR 9 Settembre Set 2015 0900 09 settembre 2015

Non solo gossip: Ashley Madison riguarda tutti noi

La violazione del sito di incontri fa riflettere. Serve privacy e più responsabilità in Rete.

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Ashley Madison è un sito per incontri extraconiugali.

Poteva sembrare il solito gossip estivo, da liquidare con qualche risata e battute tra gli ombrelloni: storie di scappatelle e di tradimenti smascherati.
Ma il gossip non è chiaramente il mio obiettivo, né voglio farne una questione di morale: il caso della violazione di Ashley Madison, celebre sito americano d'incontri per adulteri, nasconde in realtà un tema molto più ampio e delicato, capace di mettere in discussione le nostre abitudini online e il nostro rapporto con la Rete.
La natura particolare dei dati resi pubblici dagli hacker di Impact team, infatti, rende Ashley Madison qualcosa di più di un semplice attacco informatico.
LA REPUTAZIONE A RISCHIO. Per la prima volta il target non sono grandi multinazionali, personaggi famosi, politici o istituzioni, e per la prima volta a essere compromesso non è solo il nostro account di posta elettronica o il nostro conto in banca: Ashley Madison ha esposto alla pubblica gogna, in maniera eclatante, la vita privata delle persone, mettendone in discussione relazioni, lavoro, reputazione.
Le azioni legali non mancheranno: a Toronto è già stata depositata una causa con una richiesta di risarcimento danni da 760 milioni di dollari, mentre dalla California parte l’idea di una class action che potrebbe assumere dimensioni mondiali.
SUL WEB TROPPA LEGGEREZZA. Ma al di là del caso specifico e di quanto i tribunali potranno decidere, la prima fondamentale riflessione da ricavare da questa vicenda riguarda la fondamentale leggerezza e superficialità con cui affidiamo alla Rete dati e informazioni relative agli aspetti più personali della nostra vita, confidando nel fatto che possano rimanere riservate, ma senza di fatto interrogarci sulla sicurezza delle piattaforme che utilizziamo.
ACCETTIAMO SENZA LEGGERE. Nonostante questa vicenda sia solo l’ultima e più grave conferma del fatto che l’idea del totale anonimato online sia fondamentalmente illusoria e che tutti i nostri dati sul web possano emergere in qualsiasi momento, è innegabile che, presi dall’euforia di provare l’ultima app o l’ultimo social network, raramente ci soffermiamo a leggere la privacy policy e distrattamente “accettiamo” termini e condizioni che invece dovrebbero essere trattati alla stregua di autentici contratti.

Solo il 41% degli utenti cambia regolarmente le password

Facebook ha aperto una pagina per spiegare come tutela la privacy in Home.

Il Privacy Index Emc di giugno 2014, uno studio mondiale che analizza l’atteggiamento degli utenti di 15 Paesi nei confronti della privacy su internet, ha rivelato che nel nostro Paese solo il 29% degli utenti afferma di essere disposto a sacrificare i propri livelli di privacy per poter usufruire di tutti i vantaggi della Rete e delle tecnologie online.
Nonostante ciò, solo il 41% degli intervistati cambia regolarmente le proprie password e quasi 1 utente su 3 dichiara di non avere una password per i propri dispositivi mobile, telefoni o tablet.
IMPOSTAZIONI NON REGOLATE. Inoltre, sebbene l’89% degli italiani sostenga di non apprezzare la diffusione online delle proprie informazioni o abitudini personali, a meno che questo non derivi da una propria decisione di condividere determinate informazioni, il 64% utilizza regolarmente i social media e più di 1/3 non regola in modo mirato le proprie impostazioni legate alla privacy.
Potrà sembrare una riflessione banale, ma credo davvero che la prima regola per difenderci dalle violazioni della privacy su internet sia imparare a fare un uso consapevole delle piattaforme online e della Rete in generale, dosare con attenzione le informazioni da condividere e selezionare con cura i siti cui affidarsi.
VA CAMBIATA LA MENTALITÀ. Si tratta certamente di un cambio di mentalità, che tuttavia si rende sempre più necessario: non possiamo più considerare computer e tablet come scatole di plastica che talvolta ci divertono, talvolta ci facilitano la vita, ma di cui in realtà non conosciamo limiti, regole e pericoli.

L'Ue pronta a varare un nuovo pacchetto di regole sull’e-privacy

Dopo l'attacco a Hacking Team Facebook ha migliorato il sistema per scovare il malware.

Solo informandoci sui rischi e benefici degli strumenti che usiamo quotidianamente possiamo organizzarci, sensibilizzare istituzioni e legislatori sulle nostre esigenze in materia di diritti digitali e impegnarci così per migliorare le politiche pubbliche, sulle quali sicuramente resta ancora molto da fare.
È del giugno 2015 la notizia che i 28 Stati membri dell’Unione starebbero concordando un nuovo pacchetto di regole condivise sull’e-privacy, con forti sanzioni per chi non volesse adeguarsi, portando così a termine la discussa riforma della protezione dei dati avviata dalla Commissione Ue già nel 2012.
DIRITTO ALL'OBLIO POTENZIATO. Il pacchetto, che dovrebbe essere completato e approvato entro fine anno, intende potenziare il diritto all'oblio e garantire una più forte tutela dei cittadini, in caso di intrusione nei dati che lo riguardano.
Le stesse norme dovranno applicarsi a tutti, anche alle imprese extra europee che offrono servizi nell'Ue.
Non sono in grado di valutare il reale impatto che queste misure potranno avere sulla nostra sicurezza online, mentre sono abbastanza certo che i nostri comportamenti digitali siano destinati a cambiare, nel segno di una maggiore consapevolezza e responsabilità.
SIAMO TUTTI MESSI IN GUARDIA. Non dobbiamo necessariamente avere scheletri nell'armadio o doppie vite da nascondere per sentirci messi in guardia da Ashley Madison.
La nostra privacy va tutelata, e noi ne siamo i primi responsabili.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma
Twitter @gcomin

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