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TESTIMONIANZA 1 Dicembre Dic 2015 0800 01 dicembre 2015

La storia di Carlo, da 30 anni affetto dall'Hiv

L'Italia è prima per contagi in Europa occidentale: 4 mila nuovi casi ogni anno. Circa 150 mila i sieropositivi. La testimonianza di Carlo, tra consigli e pregiudizi.

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Lui si chiama Carlo ed è una delle 34 milioni di persone affette da Hiv nel mondo.
Convive con l’Hiv da 30 anni, da quando non si sapeva ancora nulla di questo virus.
«Mi diagnosticarono una malattia con una sigla, non sapevo cosa fosse», racconta a Lettera43.it. «Iniziarono a chiedermi se avevo avuto rapporti omosessuali o se mi ero mai scambiato siringhe. Risposi di no e loro non lo ritenevano possibile».
IL TRISTE PRIMATO DELL'ITALIA. Oggi come allora l’Africa sub-sahariana è l’area in cui il virus è maggiormente diffuso.
Negli ultimi anni, però, nemmeno in Europa occidentale ci sono stati gli attesi segni di rallentamento nella propagazione dell’infezione: nel 2013 sono state riportate più di 29 mila nuove diagnosi e nel 2014 i contagi sono stati più di 300 mila.
In Italia, ogni anno, i contagi sono 4 mila e si registra il record di sieropositivi in Europa occidentale: circa 150 mila.
A più di 30 anni dalla comparsa dell’Hiv molte cose sono cambiate: si può convivere con il virus grazie alle terapie antiretrovirali e la vita dei sieropositivi è decisamente migliorata.
NUOVI FARMACI DAL 1996. Purtroppo però proprio dal 1996, anno in cui sono stati messi in commercio i nuovi farmaci, si è diffusa l’errata convinzione che dall’Hiv si possa guarire.
«Credo che la confusione principale si sia venuta a creare quando si è celebrato l’avvento delle terapie», spiega Bruno Marchini, vicepresidente dell'associazione italiana Anlaids, «la cronicizzazione del virus non ha nulla a che fare con l’eradicazione dello stesso».
Confusione che si riflette in un generale abbassamento della guardia: «L’Aids è un problema attuale e riguarda tutti», continua Marchini­, «quando vi furono i primi casi negli Anni 80 si pensava che colpisse solo tossicodipendenti e omosessuali, invece non è così».

«Mi diagnosticarono una malattia con una sigla, non sapevo cosa fosse»

Carlo Bordin convive con l’Hiv da 30 anni.

Ricorda Carlo: «Più volte cercarono di convincermi di dire la “verità”. Si tendeva a categorizzare e la mia prima difficoltà è stata proprio quella di non appartenere ad alcuna categoria. Io avevo contratto il virus dalla donna che amavo».
«Ora i contagi avvengono tra eterosessuali, persone che difficilmente parlano della loro condizione», spiega Patrizia Ferri di Anlaids Lazio, «e vivono l’Hiv in silenzio». Un silenzio frutto di anni di pregiudizio e di discriminazione da parte della società.
IL PESO DEI PREGIUDIZI. «Recentemente», racconta Carlo, «ho parlato con una persona che è diventata sieropositiva da poco. I suoi sentimenti sono quelli che vivono tutti i sieropositivi: la paura, il senso di sconforto, l’angoscia e poi profondi sensi di colpa. E tutto questo non te lo dà il virus, te lo dà tutto un insieme di pregiudizi immutati da trent'anni a questa parte».
Allora, prosegue Carlo, «il sieropositivo è vittima due volte, sia dell'Hiv che dei pregiudizi sociali. Se la maggior parte delle persone sieropositive non parla non è perché non vorrebbe, ma perché ha paura di parlare, di sottoporsi al giudizio degli altri».
Negli ultimi anni, inoltre, si è registrato un continuo calo della prevenzione. «Purtroppo ultimamente stiamo registrando numerosi casi di positività», spiega un'infermiera dell’ospedale Spallanzani. «Soprattutto nei giovani nati fra il 1985 e il 1996; un dato che mi fa molta paura, visto che sono mamma di una ragazza di vent'anni. Io sono qui dagli Anni '80 e mi sembra che si sia tornati a quei terribili anni. Manca la prevenzione e per questo i contagi ancora non si fermano».
PRIMA I SINTOMI, POI IL TEST. Come sottolinea il dottor Claudio Sfara, infettivologo dell’ospedale Silvestrini di Perugia, «se inizialmente la maggior parte delle diagnosi di Hiv avveniva nella popolazione giovane perché erano soprattutto i tossicodipendenti a essere colpiti, oggi la maggioranza delle diagnosi avviene invece tra persone che vanno dai 39 ai 45 anni».
A preoccupare è anche il ritardo della diagnosi. «In molti casi le persone affette da Hiv arrivano a fare il test quando hanno già i primi sintomi della malattia, l’Aids», spiega Sfara, «questo significa che hanno contratto il virus già 7-8 anni prima e non hanno avuto la percezione del rischio che hanno corso».
La convinzione che l’Hiv non possa toccare persone considerate “normali” è forse l’errore più grande. «Alla fine le considerazioni di chi si accorge di avere l’Hiv sono: io non pensavo che potesse succedere proprio a me», conclude Carlo, «mentre bisogna tenere sempre presente che l’altro sia un potenziale sieropositivo e, di conseguenza, proteggersi».

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