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IMPRESE 8 Maggio Mag 2016 1348 08 maggio 2016

India, il boom delle start-up sociali

Nel Paese nasce una nuova azienda tech ogni tre giorni. Solo il 10% ha successo. Ma molte offrono servizi per migliorare la vita quotidiana, dal traffico al consegne. L'approfondimento di pagina99.

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di Valeria Fraschetti

In India nasce una nuova azienda tech ogni tre giorni.


Akshey Gunteti è uno che ci crede davvero, al potenziale delle start-up.
Ci crede così tanto che s’è imbarcato in un tour in bici di 10.600 chilometri.
Alla scoperta di 20 mila innovatori, imprenditori, incubatori dal Kashmir al Kerala.
Per raccogliere le loro idee e identificare i loro problemi.
«Credo fermamente», scrive il tech-esploratore, «che le piccole start-up possano risolvere i problemi della vita reale, e aiutando loro possiamo contribuire allo sviluppo del Paese».
Ora, non è che gli startupper indiani sono votati alla filantropia.
Però è vero che in molti hanno lanciato servizi pensati per colmare o aggirare le lacune di un Paese che sul piano dell’efficienza dista dalla Svizzera come il Polo Nord dal Sud.
L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE DI DELHIVERY. Prendete Delhivery, azienda da 15 mila impiegati che effettua consegne per i portali e-commerce.
Visto che in India il traffico può portare all’esaurimento e gli indirizzi sono spesso vaghi, Delhivery smista la merce nei magazzini di notte e sfrutta sistemi di intelligenza artificiali come il machine learning per suddividere i codici postali e migliorare le mappe.
Vedere in una calamità, come il traffico, un’opportunità è quello che hanno fatto anche BigBasket e Myntra: specializzati in home delivery rispettivamente di prodotti agricoli e vestiti.
Oppure considerate Uniphore: un software per il riconoscimento vocale delle oltre 20 lingue regionali indiane per agevolare i clienti di assicurazioni e banche nei pagamenti.

Una start-up ogni tre giorni

In un Paese dove solo il 60% dei cittadini ha un conto in banca e molti meno una carta di credito, spopolano ovviamente i portafogli digitali di PayTm e PayU.
Anche i giganti globali sono costretti a trovare soluzioni ad hoc per il mercato indiano.
Twitter per esempio, grazie all’acquisizione della start-up locale ZipDial, punta a raggiungere chi non ha uno smartphone attraverso un servizio che permette di ricevere sotto forma di sms i tweet di notizie, dei brand e delle star di cricket, facendo prima una “chiamata persa” a un numero speciale.
Ogni giorno nascono in India tre start-up digitali, secondo l’Association of Software and Services Companies.
18 MILA NUOVE IMPRESE TECH. A fine 2015 erano 18 mila in totale, con 300 mila impiegati e valutate 75 miliardi di dollari, stando alla Nascomm, la confindustria digitale indiana.
Numeri che non lasciano indifferente il governo: nel 2015 ha lanciato “Start-up India, Stand up India”, creando un fondo da 300 milioni di dollari per finanziare nuove imprese.
Eppure sono briciole rispetto a quanto arrivato dai privati nel 2015: 6,5 miliardi di dollari.
Soldi investiti non solo dai fondi, ma anche da danarosi indiani che iniziano a vedere nelle startup una forma alternativa d’investimento rispetto all’oro e all’arte.
Anche se c’è da star guardinghi: solo il 10% ha davvero successo. Chissà se l’“Indian start-up tour” riuscirà ad analizzare meglio le cause di un tasso di mortalità dell’80%.



Questo articolo è un estratto del nuovo numero di pagina99 in edicola da sabato 7 maggio 2016 con una copertina dedicata alla trasformazione delle banche d'affari e al mercato emergente - e in crescita vertiginosa - delle fintech, le tecnologie per la finanza.

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