Robot
15 Gennaio Gen 2017 1500 15 gennaio 2017

L'automazione non soffocherà il mercato del lavoro

L’esperienza dice che non dobbiamo essere troppo pessimisti sulle possibili ricadute. La miscela “uomo più macchina” è ancora la più esplosiva. L'approfondimento di pagina99.

  • ANTONIO CANOVA
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La crescente automazione della rivoluzione digitale genererà un’era di disoccupazione strutturale o sarà l’inizio di una nuova età dell’abbondanza? Come spesso capita, in economia, la risposta a questa domanda centrale sta nel mezzo e, soprattutto, è intrisa della complessità di un mercato del lavoro in forte trasformazione.

CAMBIAMENTI PRIMA IMPENSABILI. Innanzitutto, è vero che il ritmo dell’innovazione tecnologica digitale produce cambiamenti impensabili fino a pochi anni fa: l’esempio della self driving car di Google mostra, tra gli altri, la capacità delle macchine di sostituirsi al lavoro umano in settori che, appunto, erano considerati al “sicuro” da qualunque automazione fino a 10 anni fa, come il best seller (di allora, era il 2004) The New Division of Labor: How Computers Are Creating the Next Job Market, di Richard Murnane e Frank Levy, provava a suggerire.

IL PRECEDENTE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE. In realtà, il tema della disoccupazione tecnologica non è affatto nuovo in economia: se ne parla da quando la Rivoluzione industriale ha fatto la sua comparsa verso la fine del Settecento, con l’introduzione della macchina a vapore (allora c’erano i luddisti) e se ne è parlato nel XX secolo con John Maynard Keynes che, per primo, coniò proprio l’espressione disoccupazione tecnologica. Sia nel XIX che nel XX secolo, però, i dati smentirono le più fosche previsioni, con una cavalcata parallela di produttività e livello di occupazione.

Oggi, con la digitalizzazione, qualcuno propone, di nuovo, gli scenari apocalittici di un’era della disoccupazione strutturale. In particolare, uno studio del 2013 di Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne dell’Università di Oxford è stato al centro del dibattito. La ricerca si basa sulla classificazione delle attività lavorative secondo peculiari caratteristiche: quelle che richiedono manipolazione e percezione; altre che si affidano a creatività e originalità; e infine quelle caratterizzate da un alto livello di intelligenza sociale. Prendendo dati relativi al mercato americano e tratti da O*NET, lo studio stima che quasi un lavoro su due (il 47%) sia ad alto rischio di automazione in un periodo di tempo non superiore ai 20 anni da oggi.

DUE MOTIVI PER ESSERE OTTIMISTI. Gli economisti più pessimisti hanno paura che il rischio della disoccupazione tecnologica sia attualmente più concreto che in passato perché l’innovazione è dirompente in molti settori: non si tratta, cioè, di cambiamenti che caratterizzano un ambito soltanto (il tessile o l’automotive), ma una caratteristica più diffusa, visto che la digitalizzazione invade ogni ambito dell’economia. Ci sono due buoni motivi per ritenere, tuttavia, che il futuro non sia così nero come possa sembrare. Per il primo, vale una frase di Albert Bartlett, che dice: «Il massimo limite della razza umana è la nostra incapacità di capire la funzione esponenziale». Cosa significa?

LA LOGICA ESPONENZIALE. Vale una leggenda indiana relativa agli scacchi, quella secondo la quale l’inventore del gioco si recò da un imperatore per mostrarglielo. Quest’ultimo fu talmente colpito dall’idea da voler premiare l’inventore che chiese un umile regalo: sul primo riquadro della scacchiera voleva che venisse messo un chicco di riso; sul secondo due; sul terzo quattro. E via di seguito con la logica del raddoppio. Al re non parve vero di potersela cavare con un dono tanto misero. E fu il suo dramma perché, arrivato verso la metà della scacchiera, si rese conto che, se avesse voluto onorare il debito, avrebbe dovuto corrispondere all’inventore 264-1 chicchi di riso, pari a circa 18 quintilioni di chicchi, cioè una quantità di riso superiore a quella disponibile nell’intero impero.

Una tipica fallacia in cui alcuni economisti cadono è ritenere che la quantità di lavoro sia fissa e che le macchine operino semplicemente una sostituzione uno a uno del lavoratore

Il fatto è che noi non siamo troppo diversi dall’imperatore incauto e, probabilmente, stiamo vivendo una fase in cui i cambiamenti della digitalizzazione equivalgono a trovarci nella seconda metà della scacchiera: le innovazioni prodotte dalle macchine, seguendo la logica esponenziale, sono dirompenti e accadono molto rapidamente, al punto che noi non abbiamo la capacità di stare al passo con l’immaginazione, proprio come facciamo fatica a visualizzare numeri giganteschi come i quintilioni. Per questo, la macchina che si guida da sola sembrava un miraggio solo pochi anni fa. E per questo, però, è poco saggio provare a fare previsioni sicure. Per vederla in positivo, non siamo in grado neppure di immaginare le nuove prospettive che anche il mercato del lavoro sarà in grado di offrire.

IL NODO DELLA COMPLEMENTARIETÀ. Cento anni fa, nessuno poteva pensare che lo sviluppatore di videogiochi sarebbe stata una delle professioni più remunerate dei nostri tempi, per intenderci. Un secondo motivo, poi, riguarda una tipica fallacia in cui alcuni economisti cadono: ritenere cioè che la quantità di lavoro sia fissa e che le macchine operino semplicemente una sorta di sostituzione uno a uno del lavoratore. Eppure i fattori produttivi mostrano spesso un’altra caratteristica, che è quella della complementarietà. Ancora una volta, ci viene in aiuto la storia e un esempio. Nel 1997, il computer Deep Blue sconfisse il campione di scacchi Kasparov e, da allora, non c’è stato giocatore umano in grado di battere una macchina.

UNA MISCELA SENZA PARI. Tuttavia, è anche vero che si è affermata un’altra disciplina, quella dei tornei freestyle, vale a dire partite di scacchi in cui giocano squadre formate da un numero indefinito di umani e di macchine insieme. Ebbene, quando la capacità computazionale di una macchina si sposa con la creatività e imprevedibilità di un essere umano, non ce n’è per nessuno, uomini o robot che siano. Così come la miscela “uomo + macchina” è esplosiva nel mondo degli scacchi, per molte professioni vale la stessa logica: l’uomo è in grado di agire da complemento al computer più potente.

È per questo che l’economista del Mit David Autor ha documentato, in un articolo del 2015 del Journal of Economic Perspectives, il fatto che, fino a oggi, l’automazione non ha generato la tanto temuta disoccupazione strutturale. Neppure l’emergente campo dell’intelligenza artificiale sembra poter scalfire l’importanza che l’uomo esercita in molte attività. Il dato più eclatante riguarda il lavoro del bancario: con l’introduzione del bancomat e del web banking, si potrebbe pensare che per il lavoro in banca sia giunto il game over. Eppure, a partire dagli Anni 70 del secolo scorso e fino al 2010, se è vero che la quota di bancari sull’occupazione si è ridotta, in termini assoluti il numero di sportellisti negli Stati Uniti è aumentato, da 500 mila a 550 mila. Come mai?

IL CASO DEL WEB BANKING. Perché si tende, appunto, a sottovalutare un meccanismo semplice quanto fondamentale: quando la produttività di un input cresce esponenzialmente, può generarsi un tale aumento della domanda di quel bene o servizio in grado di tradursi, a livello di lavoro, in una ricaduta positiva. Nel caso delle banche, l’introduzione del bancomat e del web banking ha sì causato la riduzione del numero di dipendenti per filiale, ma ha anche determinato un aumento considerevole del numero di filiali stesse, con conseguente effetto netto positivo, anche se limitato, sul lavoro dello sportellista. Semmai, quello che cambia è la natura del lavoro dell’impiegato, che passa da attività di routine e ripetitive, quelle più facilmente sostituibili da una macchina, a un lavoro più relazionale.

L'EFFETTO DELLA JOB POLARIZATION. E non è un caso che l’utilizzo del linguaggio complesso e l’interazione emotiva siano caratteristiche che, ancora almeno per qualche anno, saranno appannaggio esclusivo degli esseri umani. Tutto è bene quel che finisce bene? Non proprio. Un effetto che mostrano anche i dati di Autor, così come il libro La nuova rivoluzione delle macchine, di Andrew Mc Afee e Erik Brynjolfsson (anche loro del Mit), best seller del 2013, è quello cosiddetto della polarizzazione nel mercato del lavoro (job polarization).

Ora si tratta di fare delle scelte politiche che privilegino gli investimenti giusti in produzione delle competenze, per sfruttare un nuovo vantaggio competitivo

L’automazione, infatti, genera effetti diversi su lavori diversi: aumenta la richiesta di lavori altamente specializzati e per cui è necessario un elevato livello di istruzione; aumenta anche la richiesta di lavori a bassa qualifica professionale, ma che le macchine non sono ancora in grado di effettuare (parrucchiere, pulizie, per non citarne che alcuni); ha un effetto molto negativo, tuttavia, su quei lavori che stanno circa a metà della distribuzione, lavori impiegatizi caratterizzati da un basso livello di creatività e da un alto livello di routine, che le macchine sono sempre più in grado di replicare.

LE CONSEGUENZE SUI SALARI. Mentre, però, per i lavori ad alto livello di specializzazione, il numero di laureati, seppure in forte crescita, è ancora più piccolo dell’extra-domanda che si genera, il che si traduce in stipendi più alti per queste mansioni, per i lavori a più bassa qualifica la pressione alla riduzione del salario è molto alta, visto che sempre più persone si rendono disponibili per occupare queste mansioni, con una competizione che, appunto, genera una riduzione della retribuzione oraria.

DISTRUIBUIRE L'ABBONDANZA. Questa polarizzazione si vede, appunto, a livello di reddito, perché quello mediano – il reddito cioè di chi si trova esattamente a metà della distribuzione – negli Stati Uniti come in Europa è rimasto al palo negli ultimi 30 anni, fino addirittura a contrarsi durante e dopo la crisi; quello medio, invece, è aumentato, semplicemente in virtù dell’arricchimento, esponenziale anch’esso, dell’1% più ricco della distribuzione. Il rischio di uno squilibrio tra redditi da lavoro e da capitale esiste, dunque, ma è invece sbagliato pensare che l’innovazione tecnologica porti con sé una profezia nefasta di disoccupazione crescente. Semmai, appunto, si porrà e si pone un problema di distribuzione dell’abbondanza.

SERVE UNA VISIONE STRATEGICA. Non è un problema economico di piccolo conto, intendiamoci, ma non è quello che viene spesso indicato dai più pessimisti: si tratta della necessità di una visione strategica che, di fatto, non è troppo diversa da quella che, negli ultimi decenni, si è resa necessaria con la delocalizzazione della manifattura. Anch’essa, infatti, era legata alla possibilità di sostituire il lavoro di esseri umani con altri esseri umani, sfruttando il vantaggio competitivo, in quel caso, dei salari più bassi di mercati emergenti come quello cinese o indiano. Ora si tratta di fare delle scelte politiche che privilegino gli investimenti giusti in produzione delle competenze, per sfruttare un nuovo vantaggio competitivo. È comunque tempo di agire, con lo sguardo però rivolto in avanti e non in un nostalgico rimpianto dei tempi che furono.

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di pagina99, 'abbasso la gente', in edicola, in digitale e in abbonamento dal 14 al 20 gennaio 2017.

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