Hiv
22 Marzo Mar 2017 1200 22 marzo 2017

Aids, la vera storia della trasmissione dell'Hiv

I primi casi in Congo a inizio '900. La diffusione attraverso il crocevia di Haiti. L'esplosione dell'epidemia, dagli Usa al Sud-Est asiatico. Rotte e numeri del virus che ha ucciso 35 milioni di persone nel mondo.

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Il Congo va considerato come uno scrigno in cui sono riposti preziosi d’inestimabile valore. Non solo oro e diamanti, ma anche carbone, legname, avorio e soprattutto il coltan, un minerale leggermente radioattivo estratto su pressione delle multinazionali che ne fanno uso in campo tecnologico. Fu proprio nel cuore di questa regione, ricca di risorse naturali e crocevia dei principali scambi commerciali dei primi anni del XX secolo, che si propagò la pandemia dell’Hiv (Human Immunodeficiency Virus), virus capace d’infettare quasi 75 milioni di persone nel mondo e di causare la morte per più di 35 milioni.

COME LA PESTE DEL XIV SECOLO. Per dare una idea, in termini di mortalità, l'epidemia di Aids si colloca, oggi, a fianco della pandemia influenzale del 1900 e della peste bubbonica del XIV secolo (fonte, Global epidemiology of Hiv infection). Una ricerca pubblicata su Science, condotta da un gruppo internazionale di medici tra virologi, genetisti e biologi diretti da Oliver G. Pybus, dell'Università di Oxford, e Philippe Lemey, dell'Università di Lovanio, ha ricostruito la genesi dell’epidemia sulla direttrice che dal tratto camerunense del fiume Sangha, un affluente del Congo, porta verso Léopoldville, l’attuale Kinshasa.

HIV IN AFRICA DA INIZIO '900. Qui, un ignaro “portatore” del virus, infettato probabilmente da un morso di uno scimpanzé, oppure da un contatto sessuale con l’animale, avrebbe diffuso la malattia. L’eccezionale ricostruzione è stata ottenuta grazie all’incrocio dei dati relativi alle sequenze genetiche dei diversi sottotipi di Hiv con i dati ricavati, come riporta il portale lescienze.it, dal «sequenziamento dei campioni di sangue archiviati fin dall’epoca coloniale nei principali ospedali congolesi». Infatti gli studi filogenetici molecolari indicano che l’Hiv era presente in Africa centrale fin dai primi anni del 1900, probabilmente in popolazioni localizzate. Solo in seguito, favorito dai cambiamenti sociali e dal migliore accesso ai trasporti, il virus s’è diffuso nel Continente africano soprattutto nella zona sub-sahariana.

Proprio a Kinshasa, snodo fondamentale per il commercio, il propagarsi della malattia potrebbe essere stato favorito dal deciso sviluppo della prostituzione e dal diffuso riutilizzo, su più persone, di aghi non sterilizzati per la somministrazione farmaci e vaccini contro l’aumento delle infezioni. Se il perimetro in cui la malattia s’è mossa fino al 1960 era circostritto all’Africa, seppur con qualche sporadico caso negli Stati Uniti già negli Anni 70, la svolta arrivò nel 1981 grazie all’intuizione di un ricercatore dell’Università della California, Michael S. Gottlieb, impegnato a svolgere approfondimenti clinici sui deficit del sistema immunitario. Durante l’analisi di alcune cartelle cliniche, il medico s’imbattè nel caso di un giovane paziente ricoverato a causa di un raro tipo di polmonite dovuta a un protozoo che solitamente colpiva pazienti con un sistema immunitario indebolito.

LE PRIME TEORIE. Nei mesi successivi, Gottlieb scoprì nuovi casi di pazienti, tutti omosessuali attivi, con un basso livello di linfociti di tipo “T” (fonte American Journal of Public Health). Nonostante i modi di trasmissione e contagio fossero ancora avvolti dal mistero, iniziarono a svilupparsi le prime teorie sulle possibili cause di queste infezioni: l’attenzione fu posta principalmente sull’uso di droghe e sull’incremento dell’attività sessuale promiscua, soprattutto fra gli omosessuali, un comportamento che avrebbe potuto favorire la trasmissione del virus. Tuttavia solo quando il sospetto elaborato da Gottlieb (di lì a poco medico di riferimento delle “stelle” colpite dall’Aids, tra cui l’attore Rock Hudson, ndr) arrivò alla stampa fu posta maggiore attenzione al problema.

IL TAM-TAM SULLA STAMPA USA. Il tam-tam alimentato da Cable News network, National Public Radio, The Associated press e Washington Post divenne sempre più incalzante, ma sarà il titolo del New York Times «Raro cancro osservato in 41 omosessuali» a seminare il panico tra i lettori e ad aumentare la preoccupazione nell’opinione pubblica. Sarà ancora Gottlieb in modo sempre più approfondito a spiegare le caratteristiche e la genesi dell’infezione con una ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine in cui presupponeva che il primo crocevia della diffusione del virus sia stato l’isola di Haiti nei Caraibi, per due peculiari fenomeni sociali che la caratterizzavano: dall’ex colonia francese transitava il commercio clandestino di sangue che dall’Africa era diretto negli Usa e, soprattutto, l’isola caraibica era una meta favorita per le vacanze degli omosessuali maschi americani.

Al centro, il dottor Michael S. Gottlieb.

Mentre l’attenzione di tutti fu catturata dalla scoperta della nuova malattia e dalle teorie di Gottlieb, il virus cominciò a colpire anche gli eterosessuali superando i confini americani per raggiungere il Vecchio Continente che diventò, da questo momento, teatro della peggiore pandemia del XX secolo. È evidente che oggi l’epidemia globale di Hiv ha caratteristiche cliniche molto diverse rispetto a quella che interessò il piccolo gruppo di omosessuali nel 1981. Il virus, nel corso dei decenni, ha raggiunto quasi tutte le popolazioni del mondo con una diffusione particolarmente preoccupante nei Paesi con risorse limitate, come per esempio la zona dell'Africa sub-sahariana e il Sud-Est asiatico, ma risulta una minaccia costante anche per le popolazioni dell’Europa orientale, dell’America Latina e delle isole Caraibi (fonte Global epidemiology of Hiv infection 2017).

I CONTROLLI SUL SANGUE NEI PAESI INDUSTRIALIZZATI. Se l’enigma dell’inizio della propagazione del virus e della sua localizzazione geografica lascia ancora spazio a ipotesi, molto vasta è la letteratura sulle modalità di trasmissione. L’infezione da Hiv si propaga, come si sa, attraverso il rapporto sessuale, l’esposizione a sangue infetto o la trasmissione perinatale, da madre sieropositiva a figlio durante la gravidanza, il parto o l’allattamento al seno. Per quanto riguarda l’esposizione a sangue infetto il dottor Salvatore Casari, dirigente medico, responsabile dell'Unità per le Infezioni virali croniche Uo Malattie Infettive 2 dell’Asst degli Spedali Civili di Brescia, precisa che «non esiste nei Paesi industrializzati un rischio reale di trasmissione di Hiv con le trasfusioni di sangue».

ELEVATA INCIDENZA DEL COMPORTAMENTO SESSUALE. A partire dal 1987, spiega Casari, «tutte le sacche di sangue sono obbligatoriamente sottoposte ad approfonditi test di verifica, con la conseguente eliminazione di quelle che risultassero positive al virus. Inoltre, i donatori sono selezionati e controllati con l’esclusione di coloro che denunciano comportamenti a rischio». Tra quelli precedentemente indicati, il “comportamento sessuale” ha un’incidenza significativa sul rischio di contrarre l’infezione. Più in generale, le pratiche che portano alle rotture delle mucose, con relativo sanguinamento, per esempio i rapporti anali non protetti, sono associate a un maggior livello di minaccia rispetto ad altre esposizioni.

Si tratta di un aspetto molto importante sul quale Casari suggerisce un approfondimento: «Parlare di “comportamenti sbagliati” è uno dei motivi di ghettizzazione della malattia. E la ghettizzazione fa pensare che sia un problema “di altri”. Inoltre è anche il primo passo per la rimozione collettiva, che porta alla mancata protezione. Poiché stiamo parlando di un’infezione che si trasmette con i rapporti sessuali, etero o omo, non esistono comportamenti sbagliati, bensì a rischio, di cui essere consapevoli per evitarli».

LA RICERCA USA SU 3.257 UOMINI. Tuttavia non solo il mancato utilizzo dei preservativi, la promiscuità sessuale o il sesso sotto l’effetto di “droghe ricreative” influenzano sensibilmente il rischio complessivo d’infezione da Hiv. Lo certifica una ricerca compiuta studiando 3.257 uomini che avevano intrattenuto rapporti sessuali con altri uomini (Msm, men who have sex with men) e una serie di coppie eterosessuali, in sei città degli Stati Uniti (fonte, “Sexual risk, nitrite inhalant use, and lack of circumcision associated with Hiv seroconversion in men who have sex with men in the United States”). Il rischio di trasmissione dell’Hiv è stato calcolato studiando le diverse coorti di pazienti e le possibilità d’infezione in base al tipo di rapporto sessuale e al partner coinvolto.

Scorrendo le statistiche di questo studio si può notare come il rischio maggiore d’infezione sia determinato dal rapporto omosessuale non protetto, sia attivo sia passivo, e come anche i rapporti eterosessuali (sia attivi sia passivi) o il solo rapporto orale espongano le persone al rischio di contrarre la malattia, benché in percentuale inferiore rispetto ai soggetti omosessuali. Considerando una forbice temporale che va dall’inizio della malattia ai giorni nostri, è evidente che l’epidemia globale è numericamente molto diversa se paragonata all’esiguo gruppo di uomini omosessuali colpiti nel 1981.

ALTA DIFFUSIONE IN AFRICA SUBSAHARIANA E SUD-EST ASIATICO. Il contagio, infatti, s’è propagato in tutte le popolazioni del mondo, con una diffusione particolarmente preoccupante nei Paesi con risorse limitate come l’Africa; in particolare quella subsahariana dove si stima siano presenti i tre quarti dei contagiati da Hiv (fonte Centers for Disease Control and Prevention. The Global Hiv/Aids pandemic”) e il Sud-Est asiatico. Senza dimenticare che il virus dell'immunodeficienza umana è una minaccia costante che non risparmia neppure le popolazioni dell’Europa orientale, dell’America Latina e dei Caraibi.

Leggi la seconda parte dell'inchiesta: Aids/Hiv, i numeri che spaventano (anche) l'Europa

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