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TRUMPERIE 5 Aprile Apr 2017 0900 05 aprile 2017

Caro Trump, il carbone non lo porta più neanche la Befana

Il presidente degli Stati Uniti coltiva e sbandiera questa incomprensibile ossessione: farlo ritornare in voga. Nonostante nemmeno magnati del settore come Robert Murray lo credano possibile.

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Il progresso, a volte, fa un po’ paura, perché cambia radicalmente il modo in cui facciamo le cose di tutti i giorni. Quando per esempio la tradizione orale era l’unico modo per insegnare alle generazioni più giovani la propria cultura e qualcuno si prese la briga di inventare i libri, si pensò subito che non ci si sarebbe mai più parlati, o confrontati. Quando venne inventato il telefono e le comunicazioni potevano essere più celeri, si pensava che non ci si sarebbe mai più scritti quelle belle letterone che ci si scriveva. Quando hanno inventato Internet si pensava che non ci sarebbe più stato bisogno di uscire di casa per socializzare, o per innamorarsi.

IL CAMBIAMENTO NON SI FERMA. In effetti, ogni generazione ha dovuto affrontare cambiamenti enormi, se penso che quando è nata mia nonna, classe 1912, la maggior parte degli italiani non aveva neanche il frigorifero, per non parlare della carta di credito, e le donne non avevano il diritto di votare, che come sappiamo venne raggiunto in Italia nel 1946, anno del referendum monarchia-costituzione. Per la cronaca, mia nonna votò monarchia perché a lei le storie dei re, delle regine e delle principesse sono sempre piaciute moltissimo. Poi sono stati scoperti: la bomba nucleare, i Beatles, la pillola, il personal computer, i siti in cui trovare moglie o marito, la penicillina, Gino e Michele, i Dvd, l’euro, le lezioni di tennis anche per il popolo, il rock'n'roll e l’iPhone.

E IL MOTORE È QUI NEGLI USA. Insomma, per quanto ci si lamenti, per quanto il progresso faccia un po’ paura, non lo si può fermare. È come un’onda che ci travolge, e anche se abbiamo il salvagente o la muta non scampiamo: per un po’ andiamo sotto, beviamo, ma poi torniamo a galla e ci abituiamo in fretta alla nuova normalità. Il fulcro del progresso moderno è qui, negli Stati Uniti. Sarà perché le scuole sono ottime, sarà perché viene gente da tutto il mondo, sarà perché ci sono sempre tanti soldi investiti in ricerca scientifica e tecnologica, sarà per il buon cibo (questa è una battuta), fatto sta che la maggior parte delle innovazioni ultimamente arrivano da qui. Qui si sono inventati i Levi’s, per esempio, che in Italia costano un occhio della testa, oppure le Nike, che tanto piacciono ai ragazzini italiani, i quali però vedono comprarsi dai genitori le Superga, e molto altro. Si sono inventati il blues, il jazz, il rock'n'roll, il rap, l’R&B. Tutta roba di qui.

"Il carbone tiene le luci accese"; Manahoy City, Pennsylvania.

Internet, per esempio. Prima della sua scoperta io abitavo a Milano, ma il mio fidanzato era americano. Provate voi senza Skype, senza Whatsapp, senza Facebook ad avere un amore Oltreoceano: è quasi impossibile. Grazie al Mit si è invece creata questa rete mondiale che ci tiene tutti in contatto, sempre, che ci permette di leggere giornali da tutto il mondo, di avere fidanzati filippini e vivere a Perugia, di ordinare una gonnellina tipica dell’Alaska e vivere in Provenza. È pazzesco, a pensarci bene, come la distanza tra tutti noi abitanti di questo mondo si sia come atrofizzata. È bello e anche un po’ triste, in un certo senso.

UNA SCOPERTA CRUCIALE. Una delle scoperte più importanti del secolo è stata questa: alcune azioni che facciamo noi esseri umani stanno distruggendo la Terra, e se continuiamo così prima o poi non avremo più ossigeno per respirare, i ghiacciai si scioglieranno e andremo tutti sott’acqua e moriremo di cancro o altre malattie poco simpatiche. Non è una scoperta da poco, e neanche facile da digerire. Prima di tutto perché è colpa nostra, dei nostri vizi, del nostro volere a tutti i costi una vita piena di comodità. Poi è una scoperta legata all’economia mondiale, per cui molti Paesi industrializzati ci sono rimasti un po’ male che debbano cambiare il modo di fare business. D’altronde, le ricerche scientifiche parlano chiaro: bisogna fare qualcosa al più presto.

IL CONTRIBUTO DI TRUMP. Anche il presidente statunitense Donald Trump si è messo di buzzo buono e ha deciso di dare il suo contributo, compiendo tre azioni importanti. Come primo passo geniale, ha fatto una campagna elettorale basata sulla negazione della ricerca scientifica, e ha fatto credere a un sacco di gente che l’inquinamento e tutte queste storie sull’ambiente siano delle invenzioni dei cinesi: la Terra sta benone, e basta dire queste boiate su inquinamento o altro. La cosa che più stupisce di Trump e di questa amministrazione è la capacità di dire cose assurde, smentite da tutta la ricerca scientifica mondiale, in modo tale che la gente concluda con un bel: «Ha ragione Trump, sono i cinesi che vogliono produrre più di noi per cui si inventano questa storia che noi inquiniamo».

Scott Pruit, numero uno dell'Epa.

Il secondo contributo all’ambiente Trump lo ha dato nominando un certo Scott Pruitt a capo dell’Epa (Environmental Protection Agency), l’agenzia che ha il compito di trovare metodi innovativi di produzione che non contemplino la morte del pianeta e dei suoi abitanti. Pruitt, che da qualche giorno è indagato per avere fatto casino con delle email private (proprio come Hillary Clinton, pensate che bella l’ironia della politica americana!), non crede alla ricerca scientifica relativa all’ambiente, e infatti ha fatto causa all’agenzia ben 13 volte, e così si descrive nei confronti dell’Epa, di cui, ripeto, è capo: «I am a leading advocate against the Epa’s activist agenda» (frase che ho trovato su Wikipedia, per cui è vera). Il suo compito, dunque, è distruggerla, farla stare zitta, non far sapere che questo pianeta sta per morire.

INCOMPRENSIBILE OSSESSIONE. Trump ha già firmato ordini esecutivi per cominciare a smantellare il lavoro fatto in 20 anni, tra cui il Clear Power Plan discusso a Parigi, e scoraggia l’industria privata a rispondere alla crisi ambientale con innovazioni per mantenere l’aria respirabile. Ma la cosa che Trump più di ogni altra sta tentando di fare è riportare in voga l’uso del carbone. Un'ossessione, e nessuno riesce a capirla. Non la capisce neanche il signor Robert Murray, fondatore e presidente della Murray Company, la più grande compagnia privata di carbone negli Stati Uniti. Il signor Murray, ovviamente, sta dalla parte di Trump e pensa che quel liberale di Barack Obama e tutti qui frignoni di scienziati abbiano detto tutte quelle cose sul carbone perché vogliono distruggerlo finanziariamente. Eppure, anche lui, il signor Murray, dice che l’industria del carbone «is not coming back». Dice che i minatori hanno perso il lavoro non tanto per le nuove regole imposte dall’amministrazione Obama, quanto per la nuova tecnologia usata per scavare.

«HO FATTO UNA PROMESSA...». E poi, davvero? Il carbone? Voglio dire, siamo qui con aerei supersonici, con robot iper sofisticati, con una tecnologia avanzatissima e lui vuole tornare al carbone? Il carbone non lo porta più neanche la Befana, che adesso invece scrive una lettera ai tuoi per dire che sei stato cattivissimo. Non serve neanche più per scrivere a macchina un pezzo in copia, perché le macchine per scrivere sono tutte nei musei. Non serve neanche più per i treni, per dire. Quando gli si fa questa domanda - e cioè «ma davvero? Il carbone?» - Trump risponde: «Eh, ma l’ho promesso in campagna elettorale...».

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