Suicide
13 Giugno Giu 2017 1507 13 giugno 2017

Suicidio, un algoritmo è in grado di prevederlo

Sviluppato dal centro medico della Vanderbilt University, si basa su dati provenienti dai ricoveri ospedalieri. L'accuratezza è dell'80-90% nei due anni successivi, mentre raggiunge il 92% nella settimana successiva.

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Quando una persona si toglie la vita, familiari e amici spesso si tormentano chiedendosi inutilmente cosa avrebbero potuto fare per impedirlo. Colin Walsh, data scientist presso il centro medico della Vanderbilt University (Nashville, Tennessee), spera adesso che il suo lavoro sulla previsione del rischio di suicidio possa dare loro la possibilità di chiedersi «cosa possiamo fare», quando ancora non è troppo tardi per intervenire.

ELEVATA CAPACITÀ DI PREVISIONE. Walsh e i suoi colleghi hanno creato algoritmi di apprendimento automatico in grado di prevedere, con una precisione che lascia sgomenti, la probabilità che un paziente tenti di suicidarsi. L'accuratezza è dell'80-90% nel prevedere il rischio nei due anni successivi, mentre raggiunge il 92% se l'orizzonte temporale si riduce alla settimana successiva.

CAMPIONE DI 5.167 PAZIENTI. Gli algoritmi lavorano sulla base di dati che provengono dai ricoveri ospedalieri del soggetto, inclusi l'età, il sesso, la residenza in un determinato quartiere desunta dal codice postale, i farmaci che prende e le diagnosi precedenti. Walsh e il suo team hanno raccolto informazioni su 5.167 pazienti del Vanderbilt University Medical Center, che erano stati ricoverati per atti di autolesionismo o intenzioni suicide. All'interno del campione hanno identificato 3.250 casi di tentato suicidio.

L'ALGORITMO HA IMPARATO A DISTINGUERE. Il set completo di casi è stato usato per "insegnare" agli algoritmi a riconoscere i possibili suicidi, distinguendoli tra le persone che invece avevano solo compiuto atti di autolesionismo. I ricercatori hanno poi costruito ulteriori algoritmi per prevedere il rischio di suicidio in un gruppo di 12.695 pazienti, selezionati casualmente e senza una storia documentata di tentativi precedenti. Il metodo si è dimostrato ancora più accurato.

LA RICERCA HA COMPIUTO SOLTANTO IL PRIMO PASSO. La ricerca di Walsh, pubblicata su Clinical Psychological Science, è solo la prima tappa del lavoro. Lo scienziato adesso vuole verificare l'efficacia degli algoritmi con un set di dati completamente diverso, proveniente da un altro ospedale. Dopodiché spera di poter lavorare con un team di ricerca più grande, per sviluppare a pieno il suo metodo. E spera di riuscire a testare un programma d'intervento nel giro dei prossimi due anni.

LA SPIA DELLA MELATONINA. Ma attraverso questi algoritmi è possibile anche identificare singoli fattori di rischio? «È sempre una combinazione di fattori a fornire le risposte che cerchiamo», ha spiegato Walsh al sito web Quartz. Detto questo, però, lui e il suo team si sono sorpresi nel rendersi conto che prendere la melatonina sembra essere un fattore significativo nel calcolo del rischio. «Non credo sia la melatonina a istigare pensieri suicidi, non c'è nessun motivo fisiologico. Ma il rischio è fortemente legato ai disordini del sonno, ed è possibile che la prescrizione di melatonina 'catturi' il rischio di problemi nel sonno».

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