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30 Agosto Ago 2017 1152 30 agosto 2017

Nei ghiacciai alpini trovati sostanze radioattive e metalli pesanti

Cesio-137, americio-241 e bismuto-207. Una ricerca italiana li ha rilevati sul Morteratsch in concentrazioni per ora non pericolose per la salute. Una "eredità" dei test nucleare degli Anni 60 e gli incidenti di Fukushima e Chernobyl.

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Le «vette incontaminate» rischiano di rimanere solo una immagine da cartellone pubblicitario. Nei ghiacciai alpini, infatti, sono state rinvenute sostanze radioattive come cesio-137, americio-241 e bismuto-207 "testimonianza" di test e incidenti nucleari passati. Dopo essersi depositati al suolo con la neve, questi elementi si sono conservati per decenni nei ghiacciai che ora a causa dell'innalzamento delle temperature si stanno ritirando. Secondo alcune previsioni, entro il 2100 i ghiacci si ridurranno di circa il 70% rispetto agli Anni 80.

LA RICERCA SUL MORTERATSCH. La presenza di sostanze radioattive, in quantità al momento non rischiose per la salute, è stata dimostrata da misure effettuate recentemente sul ghiacciaio del Morteratsch, nelle Alpi svizzere, da un gruppo di ricercatori italiani dei dipartimenti di Scienze dell’Ambiente e della Terra e di Fisica dell’Università di Milano-Bicocca, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, dell’Università di Genova e del Laboratorio per l’Energia Nucleare Applicata dell’Università di Pavia, ed è stata pubblicata sulla rivista Scientific Reports.

A rivelare la "contaminazione" le crioconiti (dal greco κρύον , freddo-ghiaccio e κόνις, polvere), vere e proprie cartine tornasole per l'analisi del ghiaccio. Questi sedimenti scuri si formano nelle regioni dei ghiacciai soggette alla fusione e la loro formazione è dovuta all’interazione fra materiali minerali e sostanza organica. Non solo il loro colore scuro accelera la fusione ma le crioconiti si comportano da vere e proprie spugne capaci di assorbire differenti impurità. Fortunatamente, le sostanze potenzialmente nocive rilevate nella ricerca raggiungono concentrazioni significative solo all’interno delle singole coppette crioconitiche e non rappresentano un rischio concreto e immediato, ma sono comunque nettamente superiori rispetto a quelle tipicamente osservate nel ghiaccio e nell’acqua di fusione pura. Risultati che non stupiscono più di tanto visto che la regione alpina si conferma un'area fragile dal punto di vista ambientale, essendo circondata da alcuni tra i distretti più densamente popolati e industrializzati del Pianeta.

LE TRACCE DI FUKUSHIMA E CHERNOBYLC Più interessante è risalire all'origine della presenza in quota di alcune sostanze radioattive non di origine naturale (come torio, uranio e potassio). La spiegazione che si sono dati i ricercatori è una: gli elementi sono arrivati con i test e gli incidenti nucleari avvenuti nei decenni passati. Alcune sostanze radioattive, infatti, possono viaggiare con le correnti atmosferiche percorrendo migliaia di chilometri. Un esempio? Gli effetti dell’incidente di Fukushima del 2011 sono stati rilevati anche in Italia da alcuni degli autori dello studio, seppure in concentrazioni bassissime. Ecco spiegata la presenza del cesio-137, fra i nuclidi artificiali più noti e il più abbondante fra quelli trovati nelle crioconiti, associato non solo a Fukushima ma anche a Chernobyl oltre che ai test nucleari degli Anni 50 e 60.

Lo stesso però non si può dire del bismuto-207 visto che è solo la seconda volta che viene rilevato nei ghiacciai. La sua origine rimane ancora misteriosa. La principale indiziata per la sua presenza nella regione artica ed europea è la Bomba Zar, nome in codice Big Ivan, fatta esplodere dall'allora Unione sovietica nel 1961 sull'isola di Novaja Zemlja, a Nord del Circolo polare artico. Gli effetti furono devastanti con un raggio di distruzione totale di 35 km.

DAL GHIACCIAIO ALL'AMBIENTE. «Questo lavoro dimostra la capacità della crioconite di trattenere inquinanti di origine atmosferica con estrema efficienza», ha spiegato Giovanni Baccolo, dottore di ricerca che collabora con i gruppi di Glaciologia e Radioattività dell’Università di Milano-Bicocca, «incluse sostanze molto rare come i nuclidi radioattivi prodotti durante i test nucleari degli Anni 60. Considerando il perenne stato di ritiro dei ghiacciai alpini, questa ricerca è di grande interesse perché tutto ciò che è rimasto “intrappolato” nei ghiacciai negli ultimi decenni sarà presto rilasciato nell'ambiente».

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In Val D'Aosta i nevai si sono già ridotti del 60%, mentre sul Monte Bianco lo zero termico è sopra i 4 mila metri. Scomparso il ghiacciaio del Calderone sul Gran Sasso. E con le temperature record di quest'anno le previsioni non sono ottimistiche.

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