BALENONA
2 Settembre Set 2017 1500 02 settembre 2017

Balene, Sea Shepherd si arrende: cetacei a rischio

L'ente no profit getta la spugna davanti alla superiorità militare del Giappone dopo aver salvato 6.500 cetacei e contribuito a fissare tetti di pesca. Ogni anno nel mondo vengono uccisi più di 2.500 esemplari. Ma le leggi spesso sono ignorate.

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Basta inseguimenti di baleniere giapponesi. Gli eco-pirati di Sea Shepherd si arrendono davanti alla potenza economica e militare nipponica non senza accusare i governi "complici" come Nuova Zelanda, Australia e Stati Uniti di agire in combutta con il Giappone. «Non possiamo competere», ha ammesso il capitano e fondatore Paul Watson, che come un pirata ha vissuto per tutta la vita, entrando e uscendo di galera, facendosi odiare da numerosi governi, sfuggendo all'Interpol e alle diverse Marine e dando vita a spettacolari battaglie navali.

DODICI ANNI DI BATTAGLIE. Si chiude così un un capitolo, quello della salvaguardia dei cetacei, aperto 12 anni fa dall'ente no profit che si prefigge, come da statuto, di «fermare la distruzione dell'habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani del mondo intero al fine di conservare e proteggere l'ecosistema e le differenti specie». Fondata nel 1977, l'organizzazione si è diffusa a macchia d'olio, e i suoi uffici, grazie ai volontari, sono sorti un po' ovunque, dall'Australia all'Olanda, dagli Stati Uniti all'Italia. Gli aderenti sostengono di basare le proprie azioni "piratesche" sulla Carta Internazionale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per la Natura del 1982 (United Nations World Charter for Nature).

LE AZIONI DI GUERRIGLIA. Sul loro sito si legge: «Sea Shepherd pratica la tattica dell'azione diretta per investigare, documentare e agire quando è necessario mostrare al mondo e impedire le attività illegali in alto mare». Nella pratica, ciò si è tradotto in più occasioni in attività di sabotaggio che sono sfociate persino negli affondamenti di pescherecci e baleniere ormeggiati in porto. Condotte che hanno portato Greenpeace (altra organizzazione no profit co-fondata dal capitano Paul Watson, dalla quale è stato però espulso) a dissociarsi ufficialmente da Sea Shepherd, non condividendo l'uso della forza e le pratiche di danneggiamento.

Sea Shepherd si arrende in polemica con i governi australiano e neozelandese, a suo dire non così interessati a combattere i Paesi che ancora cacciano le balene. Ma è soprattutto una resa all'esecutivo di Tokyo: le baleniere nipponiche utilizzano ormai una tecnologia militare così sofisticata da permettere loro di prendersi gioco degli inseguitori. Inoltre la nuova legislazione antiterrorismo che approvata dal Giappone, che considera reato di terrorismo la vicinanza di navi da protesta alle baleniere, potrebbe costare assai alla ciurma ambientalista.

SALVATE 6.500 BALENE. Nel suo messaggio agli attivisti, il carismatico capitano, oggi 67enne, ha comunque specificato che, sebbene i motivi per fermarsi siano numerosi, «le balene non saranno mai abbandonate al loro destino». Anzi, è andato oltre: «Occorre fare un passo indietro per ripensare alle strategie da utilizzare», lasciando intuire che le navi dell'organizzazione non resteranno a lungo in porto. Da Parigi, dove vive come rifugiato politico per sfuggire ai mandati di cattura nipponici e del Costa Rica, ha rivendicato le vittorie sul campo - anzi, in mare – che l'organizzazione ha portato a casa: il salvataggio di 6.500 balene e aver contribuito a spingere il governo giapponese a imporre per legge la riduzione della mattanza annuale a 333 cetacei rispetto agli oltre 1.000 consentiti prima.

Paul Watson.

Quello della mattanza annuale delle balene è un problema serio, di proporzioni considerevoli. E dire che dal 1946 esiste un apposito ente, la Commissione internazionale per la caccia alle balene (Iwc, International Whaling Commission) per regolamentare il commercio delle carni dei cetacei, salvaguardando le specie a rischio e istituendo riserve marine. Nonostante Russia, Norvegia, Giappone, Corea, Isole Fær Øer e Islanda aderiscano all'Iwc, restano però i più accaniti cacciatori di capodogli, talvolta anche di frodo, nel più totale disprezzo delle leggi internazionali.

LE MATTANZE "SCIENTIFICHE". Sebbene l'Iwc si adoperi per la salvaguardia del cetaceo ormai a rischio estinzione, tentando di far rispettare il divieto di caccia imposto dal 1986, sotto sotto lascia parecchi spiragli aperti, come la possibilità di continuare le mattanze, purché abbiano «scopi scientifici» (scientific wahling) e non «finalità commerciali». Peccato che le carni dei capodogli, invece di finire sezionate sui tavoli di laboratorio, arrivino puntualmente nei piatti dei ristoranti giapponesi.

I LIMITI DA RISPETTARE. Non esistono numeri precisi della mattanza. Bisogna affidarsi alle cifre ufficiali dei governi e ai report delle associazioni animaliste come l'Animal Welfare Institute, l'OceanCare e il Pro Wildlife Found. Si stima che le balene siano circa mezzo milione: il Giappone ormai non può più superare il limite che si è autoimposto dei 333 esemplari annui uccisi (il piano firmato dal governo di Tokyo prevede l'uccisione di 3.996 esemplari per ricerche scientifiche fino al 2027), la Norvegia e le Isole Fær Øer ne pescano un migliaio a testa, l'Islanda circa 200. Non sembrano numeri impressionanti, ma in realtà nessuno può dire ciò che accade in mare aperto.

CACCIATI GLI ESEMPLARI GRAVIDI. In più, il periodo di caccia coincide con quello delle gravidanze e la maggior parte degli esemplari pescati sono femmine gravide. Questo perché più lente e spinte più spesso in superficie dalla necessità di prendere ossigeno. Inoltre, la loro carne è più grassa e nutriente e la gravidanza consente ai pescatori di intuire che l'animale è in salute. Delle 333 balene uccise dalle flotte del Sol Levante nel 2016, 200 erano femmine in stato interessante. Un dato che rende ancora più allarmante il fenomeno, sopratutto se si considera che la specie delle balenottere minori, la più cacciata, in Antartide è ormai ridotta all'1% della popolazione originaria.

Una nave della flotta.

La passione dei giapponesi per la carne di balena li ha spinti a cacciare anche in territori protetti dall'Iwc, i cosiddetti santuari delle balene, dove i cetacei abbondano e si riproducono. Nel giugno 2013, l'Australia e la Nuova Zelanda si sono rivolte al tribunale internazionale dell'Aja chiedendo la condanna del Giappone per le ripetute violazioni delle regole internazionali. I giudici hanno accolto la domanda dei Paesi ricorrenti sentenziando che «il Giappone deve revocare ogni licenza, permesso o autorizzazione già concessa nel quadro dei programmi di ricerca e astenersi dal concedere ogni nuova autorizzazione».

LA RESISTENZA DEL GIAPPONE. Un avvertimento snobbato però dal premier nipponico, Shinzo Abe. «La decisione della Corte conferma che uno degli obiettivi della convenzione internazionale sulle balene è un uso sostenibile delle risorse», ha replicato Abe. «In base a questo il Giappone, guardando al diritto internazionale e alle basi scientifiche, condurrà ricerche per raccogliere le informazioni indispensabili per gestire le risorse». Tradotto dal linguaggio diplomatico, significa che il Giappone non riconosce la giurisdizione dell'Aja e fa coriandoli della sentenza. Infatti, a inizio 2017, una baleniera giapponese, la Nisshin maru, è stata colta in flagrante a pochi chilometri dalle coste australiane mentre issava a bordo la carcassa di un cetaceo. A filmarla sono stati gli attivisti di Sea Shepherd. E ora che hanno ammainato la loro bandiera, chi difenderà le balene?

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