Chip Sottopelle
13 Ottobre Ott 2017 1300 13 ottobre 2017

Chip sottopelle: funzionamento, rischi e bufale

Nonostante isterismi, fake news e ansia per la privacy, in Europa si diffonde il dispositivo da impiantare nella mano. Che facilita procedure in azienda, sui mezzi pubblici e con la Pa. Ma i pericoli per la salute?

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Nelle nostre strade non si vedono ancora le automobili volanti, ma tra smartphone che si avviano con la scansione della retina, frigoriferi intelligenti che navigano su internet e robottini che fanno pulizia, molte delle previsioni contenute nei film di fantascienza del secolo scorso sembrano già essersi avverate. Manca all'appello il famigerato “chip sottopelle”. Temuto dai più, almeno qui in Italia, è però già solida realtà in altre parti del mondo. Ma come funziona e quali rischi si corrono?

1. Cosa sono i chip sottopelle: dispositivi di identificazione

Anzitutto, con microchip sottocutanei si intende un dispositivo di identificazione che sfrutta una particolare tecnologia a radiofrequenza nota come “Rfid”, basata sulla capacità di memorizzazione dati da parte di tag (etichette elettroniche) in grado di rispondere agli impulsi a distanza di appositi terminali, chiamati reader (o anche interrogatori).

SIMILI AGLI ANTI-TACCHEGGIO. Tra i due apparecchi si instaura una sorta di dialogo: il reader interroga (ma può anche scrivere nuove informazioni) e il tag risponde. Il principio ricorda quello dei chip anti-taccheggio comunemente usati nei negozi di abbigliamento e in quelli di elettronica. Non a caso sfrutta la medesima tecnologia.

2. Come funzionano: tanti Id fusi in uno, impiantato sotto la nostra cute

I microchip sottocutanei memorizzano dati. Su tutti, un numero identificativo unico, o Id, che corrisponde all'utente. Perché la nostra identità venga convertita in un codice alfanumerico incomprensibile è presto detto: in questo modo non solo rimane segreta e si evitano possibili truffe, ma soprattutto il sistema non cade vittima di eventuali omonimie.

PALESTRA, MEZZI PUBBLICI... Già oggi ciascuno di noi è contraddistinto da un Id tutte le volte che apre una pratica in un centro assistenza, si iscrive in palestra, fa l'abbonamento ai mezzi pubblici, acquista online o paga in remoto le utenze.

3. La confusione attuale: troppi Id collegati al nostro profilo

Quindi più dialoghiamo via internet con i gestori di servizi, più siamo iscritti a singoli database e più sono gli Id collegati, anche per poco tempo, alla nostra identità. Questo nugolo di codici che ci segue di continuo preserva forse meglio la privacy, rendendo più difficile tracciare un nostro profilo esatto, ma aumenta la confusione e la possibilità di errori nel sistema.

SERVE UNA SEMPLIFICAZIONE. Ecco perché, in un futuro prossimo probabilmente avremo, per legge, un Id unico che sarà registrato all'anagrafe assieme al nostro nome, così da facilitare il nostro riconoscimento ed eliminare le scartoffie dagli uffici pubblici.

4. Il “nonno” dei chip sottocutanei: lo Spid italiano

Qualcosa di simile in Italia esiste già dal 15 marzo 2016: è il Sistema pubblico per l'identità digitale (Spid). Introdotto dal governo Renzi, assegna a ciascuno di noi un Pin che lo rende riconoscibile nel dialogo con la pubblica amministrazione. Non ha nulla a che vedere con la tecnologia impiantata sotto la pelle, è bene chiarirlo dato che, come vedremo, è già stato oggetto di parecchie bufale o fake news, ma ha alla base il medesimo principio.

NECESSARIO PER IL BONUS CULTURA. Anche se era necessario per l'accredito dei bonus cultura, sono finora pochi gli italiani che hanno completato la procedura per ottenere il proprio domicilio digitale e sono ancora numerosi gli enti locali scollegati dal cervellone centrale a causa dell'arretratezza dei loro sistemi operativi e della lentezza con la quale viene effettuata la digitalizzazione degli archivi cartacei.

L'ex premier Matteo Renzi.

5. Dove si usa: in Svezia c'è l'azienda leader dei sensori

Nonostante quando si parli di microchip sottopelle vengano subito in mente gli Usa, forse per colpa della serie televisiva X-Files e di tutte le teorie complottiste che riguardano questo prodotto, è il Vecchio continente la culla dei sensori sottocutanei. Uno scienziato britannico, Kevin Warwick, è il papà di questa discussa tecnologia e sempre lui è stato il primo essere umano a impiantarsela nella mano, nel 1998.

COME PER LE CARTE DI CREDITO. È invece svedese, la BioHax International, l'azienda leader nella produzione di sensori biometrici impiegati nella costruzione di questi dispositivi di controllo. Proprio in Svezia, a partire dall'autunno 2017, la compagnia ferroviaria di Stato SJ ha iniziato ad accettare pagamenti accreditati sui microchip impiantati tra il pollice e l'indice degli utenti. Si tratta di microchip di nuova generazione, che hanno abbandonato la radiofrequenza a favore della connettività “Nfc” (Near Field Communication), la medesima dei chip dorati delle carte di credito.

6. Chi lo ha già sperimentato: 3 mila svedesi "cyborg"

Sono più di 3 mila gli svedesi che hanno scelto di farsi impiantare un chip a tecnologia Nfc. E non si tratta solo di pendolari: con i microchip odierni infatti effettuano acquisti, aprono e chiudono porte dotate di serrature a riconoscimento e dialogano con i terminali in ufficio. I primi impianti sono iniziati tra il 2014 e il 2015 all'interno dell'azienda Epicenter. A inizio 2017 la società belga Newfusion ha impiantato a quasi tutti i suoi dipendenti un microprocessore da utilizzare alla stregua di badge aziendale.

IN USA UNA SCELTA VOLONTARIA. Negli Usa, il primo agosto 2017 è toccato ai dipendenti della Three Square Market fare da apripista. Dato che l'azienda produce macchinette di distribuzione bibite e snack, con i chip tra pollice e indice è possibile per loro acquistare i prodotti senza ricorrere alle monete o all'apposita chiavetta. In tutti i casi, le imprese hanno specificato che l'impianto è avvenuto su base volontaria ed eventuali rifiuti non hanno avuto ripercussioni sul rapporto di lavoro. Sarà davvero così?

7. Rischi per la salute: mancano gli studi sulla potenziale pericolosità

Resta da capire se sia una tecnologia pericolosa o meno. Nessuno lo sa anche perché, al pari di quanto è accaduto con i cellulari, non c'è stata una sperimentazione adeguata prima della commercializzazione. Di norma, l'insorgere di eventuali malattie avviene solo dopo anni, dunque bisognerà attendere per capire come risponde il nostro organismo.

«GLI SMARTPHONE SONO PIÙ DANNOSI». Inoltre, anche in caso di patologie, occorrerà dimostrare il nesso tra la malattia e le radiazioni diffuse dal sensore. Al quotidiano francese Le Soir Vincent Nys, presidente della belga Newfusion, ha dichiarato che gli smartphone sono 10 volte più pericolosi di un chip grosso come due chicchi di riso. Sarà vero? E basta comunque questo per stare tranquilli?

8. Fake news: Nuovo ordine mondiale e controllo della popolazione

L'argomento ha suscitato l'insorgere di un gran numero di fake news. Per esempio si è presto diffusa la convinzione che i microprocessori da polso servano a profilare l'intera umanità, passaggio obbligatorio prima della instaurazione di un «Nuovo ordine mondiale» in quella che appare come una stramba credenza che fonde Orwell e massoneria.

PURE IL M5S CREDE ALLA TEORIA. Ad aderire alla teoria anche il deputato del Movimento 5 stelle Paolo Bernini, il quale al proprio esordio televisivo dichiarò: «In America impiantano i chip per controllare tutta la popolazione». Qualche anno dopo lo stesso Bernini si è reso però promotore di un disegno di legge volto a innestarli almeno nelle biciclette come antifurto.

BUFALA SU OBAMA NEL 2013. Nel 2013 si diffuse il panico negli Usa relativamente alla notizia, infondata, che la riforma sanitaria di Obama avrebbe comportato anche la necessità per i neo assicurati di impiantarsi un chip. Probabilmente a veicolare la fake news furono proprio coloro che si opponevano al nuovo modello tracciato dal presidente democratico.

NOTIZIA FASULLA SU RENZI. In Italia accadde qualcosa di analogo in concomitanza del lancio dello Spid. Alcuni siti, tra cui il fattoquotidaino.it (magazine che si definisce satirico e in alcun modo riconducibile a il Fatto Quotidiano), diffusero la notizia che il governo Renzi aveva emanato un decreto per rendere obbligatoria la schedatura della cittadinanza entro il 2018. In pochi si accorsero del nome fasullo del sito e le condivisioni via social fioccarono, contribuendo alla sua propagazione.

9. Quanti sono: non esiste un'anagrafe ma si parla di 50 mila nel mondo

Sembra paradossale eppure, nonostante questa tecnologia serva per identificare le persone, non esiste ancora una anagrafe che tenga conto dei microchip sottopelle in circolazione. Forse l'assenza è voluta, a riprova del fatto che, nonostante i timori, il sensore non violi la privacy di chi lo impianta. Il Wall Street Journal a fine settembre 2016 ne stimava circa 50 mila in tutto il mondo. Negli Usa la legge prevede che non possano veicolare “dati sensibili” come quelli medici. Nella maggior parte dei Paesi, inclusi quelli europei, la legislazione non si è ancora attivata per normare il fenomeno, rendendo illegali per esempio quelli che contengono un Gps.

DIFFICOLTÀ PER GLI ANZIANI. Inoltre, dato che con i chip sottocutanei un gesto della mano può diventare una sorta di assenso espresso e consapevole, si aprono inquietanti interrogativi inerenti non solo alla perdita della riservatezza, ma anche alla possibile circolazione di dati in modo inconsapevole, per esempio nei casi di persone anziane, soggetti incapaci di intendere e volere o anche solo temporaneamente inferme perché alterate dalla droga o dall'alcol. Casi estremi, certo, che lasciano però intendere la necessità di un rapido intervento del legislatore. Anche in Italia.

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