Fake News
27 Novembre Nov 2017 1734 27 novembre 2017

Fake news, perché una legge sarebbe controproducente

Non solo non si conosce il problema che si vorrebbe normare. Ma farlo genererebbe automaticamente bufale. Il ricercatore Quattrociocchi spiega perché la via legislativa non è percorribile.

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E se fosse la guerra delle fake news la fake news stessa? L'allarme lanciato dal New York Times e da Buzzfeed circa l'esistenza di una strategia forse condivisa da Lega e M5s e di un network di siti e pagine Facebook dai toni anti-immigrazione ha gettato benzina sul fuoco in quella che ormai è una campagna elettorale senza soluzione di continuità. Alle accuse incrociate tra Pd e Movimento 5 stelle si è aggiunto il balletto in casa dem sull'esistenza di una norma anti-bufale. Tra i dubbi di Matteo Renzi e gli affondi del presidente Matteo Orfini alla fine è sbucato anche un disegno di legge (non ancora depositato) a firma dei senatori Luigi Zanda e Rosanna Filippin.

«NESSUNO SPAZIO PER INTERVENTI NORMATIVI». «La legge contro le fake news è una ingenuità»: non usa giri di parole Walter Quattrociocchi, Head del Laboratory of Data Science and Compelity all’Università di Venezia Ca’ Foscari. «Alla conferenza organizzata dalla Comunità europea sul tema lo scorso ottobre», sottolinea a L43, «tutti noi esperti eravamo d'accordo su un punto: e cioè che non c'è spazio per alcun intervento normativo». Il motivo è semplice: non solo il problema è molto più complesso di quello che sembra, e va ben oltre la nozione di "notizia falsa", ma si innescherebbe un cortocircuito. «Si propone una norma senza sapere ciò di cui si sta parlando», insiste il professore. Con un risultato: moltiplicare ciò che si vuole arginare. In sostanza, una legge anti fake news avrebbe come effetto la produzione stessa di fake news.

Walter Quattrociocchi.

Per capire come sia possibile, occorre fare un passo indietro. Secondo Quattrociocchi, la fake news non è che la punta di un iceberg. Il problema è molto più complesso, spiega, e abbraccia l'impatto della tecnologia sull'informazione. «Più che l'era della bufala», aggiunge, «questa è l'era della disintermediazione». Oggi, grazie alla Rete e ai social network, siamo immersi nell'informazione a cui accediamo liberamente.

LA SEGREGAZIONE DEL PENSIERO. «Una libertà che però usiamo per trovare notizie che supportano la nostra visione del mondo», mette in chiaro Quattrociocchi. «Così ci avviciniamo a persone che la pensano come noi e allo stesso tempo ignoriamo le informazioni che contrastano con il nostro sistema di credenze. È la segregazione del pensiero». A sostenerlo non è un sociologo o l'ennesimo tuttologo, ma sono anni di studi e di ricerche scientifiche. Allo stesso modo, continua il ricercatore, «più elevata è la polarizzazione su certi argomenti» - quelli più divisivi attorno ai quali si creano tifoserie da stadio (dal referendum costituzionale ai vaccini) - più è dimostrato che sugli stessi saranno prodotte fake news. Le stime sono precise: sul 93% dei temi polarizzati nell'arco più o meno di 24 ore si originano bufale.

Un'altra cosa è certa: nei Paesi in cui l'indice di fiducia nei confronti delle istituzioni e della stampa è elevato il fenomeno delle fake news è circoscritto. Che ora, mette in chiaro Quattrociocchi, «i corpi intermedi (e cioè istituzioni e stampa, ndr) si sveglino e rivendichino il loro ruolo è una battaglia persa in partenza. L'autorevolezza infatti si costruisce col tempo e la concede l'interlocutore, non si può imporre». Per questo, strumentalizzare una questione così delicata e ampia è pericoloso e pure controproducente. Il tema insomma «non è percorribile legislativamente», aggiunge, «e anche scientificamente la nozione di verità è labile. Al momento non siamo neanche in grado di stabilire se i social siano produttori o solo veicoli di fake news», mette in chiaro Quattrociocchi. «Si tratta di un percorso delicato e lungo, per il quale occorre un alto livello di competenza scientifica: logica, matematica, statistica».

IL RISCHIO CENSURA È DIETRO L'ANGOLO. Ma esiste o no un pericolo concreto di manipolazione anche nel nostro Paese come sostiene il Nyt? Anche in questo caso la domanda non centra il problema. Il pericolo può anche esistere, ma il vero focus, ripete Quattrociocchi, «è il mutamento del paradigma della conoscenza» e dell'accesso alle informazioni. Detto altrimenti: «Anche ammesso che esista una regia di manipolatori, al momento non siamo nemmeno in grado di stabilire se l'impatto reale di una fake sul voto sia o meno misurabile». La stessa ipotesi di un algoritimo in grado di riconoscere una notizia vera da una falsa è folle. «I criteri con cui giudicare una notizia devono comunque essere stabiliti dall'uomo», conclude il professore, «e il pericolo di cadere nella censura è reale».

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