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15 Febbraio Feb 2018 1136 15 febbraio 2018

Nell’era del digitale anche l’ipocondria diventa cyber

È un fenomeno in crescita, ma che può essere arginato. Come ha detto il ministro Fedeli, «serve una nuova alfabetizzazione e la scuola deve esserne protagonista».

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Lo scorso 6 febbraio, in occasione del Safer Internet Day promosso dalla Commissione Europea, si è parlato molto di cyberbullismo come uno dei principali rischi legati alla sfera del web. Un tema che è entrato da tempo anche nell’agenda dei grandi gruppi farmaceutici, come dimostrato da un recente convegno organizzato dall’Università Sapienza di Roma e dalla Fondazione Menarini con un focus sulle minacce a cui sono esposti gli adolescenti. Ci sono però altre manifestazioni digitali che colpiscono i più giovani e tra queste sta emergendo la cosiddetta “cybercondria”. Una forma 2.0 di ipocondria definita come “ansia e compulsione nel ricercare informazioni mediche e sintomatologiche sul web”. Insomma, la tendenza ad affidarsi, per facilità di utilizzo, al parere di dottor Google.

IL FENOMENO DELL'INFORMATION OVERLOAD. Per inquadrare questo tema è utile partire dalle caratteristiche principali del disturbo ipocondriaco “offline”: il controllo continuo e ossessivo del proprio corpo e il fatto che, anche a fronte di una diagnosi negativa, l’ipocondriaco continua ad essere in ansia per la presunta malattia. Certo, al pari di tutte le patologie psichiatriche le definizioni e le caratteristiche di ciascuna sono direttamente correlate al periodo storico di riferimento e al tipo di contesto sociale nel quale si sviluppano. Se cambia la società nella quale ci ammaliamo, è inevitabile che si modifichino anche le patologie alle quali siamo potenzialmente esposti. A seguito di un fenomeno pervasivo e radicale come la rivoluzione digitale di questi ultimi anni, è cambiato per forza di cose anche il mezzo attraverso cui gli ipocondriaci ricercano i sintomi di cui avvertono a torto o a ragione la presenza. Se fino a qualche tempo fa avremmo sfogliato enciclopedie mediche o consultato qualche amico ben informato, ci troviamo oggi di fronte ad un vastissimo repertorio informativo a portata di clic: basta aprire il Pc o sfoderare il nostro cellulare. Questo fenomeno è definito in gergo “information overload” ed è la vera causa scatenante della cybercondria.

PRIMA LA RETE, POI IL MEDICO. Il cybercondriaco tende ad autodiagnosticarsi una malattia con l’aiuto della Rete e solo successivamente si reca dal medico, preso dalla smania di avere conferme sulla propria diagnosi. Oltre a descrizioni più o meno accurate di varie patologie, il cybercondriaco può navigare con facilità all’interno di forum medici, come Medicitalia, in cui vengono eseguite diagnosi a distanza ad utenti che descrivono online i propri sintomi. Secondo i dati di una ricerca Censis, il numero di italiani ipocondriaci digitali si aggira intorno al 32% della popolazione totale. L’incidenza è maggiore negli Stati Uniti, dove colpisce 8 persone su 10 circa.

Su Google solo tre dei primi 10 risultati sono utili per una corretta autodiagnosi. Allo stesso tempo, le pagine sul tumore al cervello sono più popolari di quelle sull’emicrania

In questa cyber-patologia un ruolo importante lo giocano ovviamente i motori di ricerca. Da uno studio supervisionato da Guido Zuccon della Queensland University di Brisbane emerge che su Google solo tre dei primi 10 risultati sono utili per una corretta autodiagnosi. Nello stesso studio risulta anche che le pagine sul tumore al cervello sono più popolari di quelle sull’emicrania: un segnale di come l’utente medio sia spinto da questo tipo di risultati a sopravvalutare i sintomi e a optare per le alternative più drammatiche. Questo è spiegato dal cosiddetto “bias della disponibilità”: una distorsione cognitiva che consiste nel sovrastimare le informazioni a nostra disposizione. Per questo, ad esempio, se un utente facendo una ricerca in internet digita “mal di testa”, gran parte dei risultati riguarderanno il tumore al cervello e solo una piccola parte parlerà semplicemente di emicrania. Per il bias sopraccennato l’utente allineerà il suo pensiero al risultato più frequente, convincendosi di essere gravemente malato.

L'IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE. Ma questo fenomeno può solo nuocere? No, a patto di garantire due fattori che devono agire simultaneamente. Il primo, legato ad un aspetto umano, è la rassicurazione. È fondamentale che i medici dedichino del tempo a rassicurare i propri pazienti. Infatti, il comportamento compulsivo degli utenti nel ricercare le informazioni non è dovuto solo ad un uso scorretto della Rete, ma anche al fatto che spesso i medici si concentrano troppo sui sintomi e poco sulle persone che hanno davanti. La comunicazione diventa quindi una leva fondamentale per ridimensionare i timori, colmare gap informativi e ridurre le distanze tra soggetto ed esperto o tra gli stessi professionisti. Sfruttare per esempio le piattaforme online può rendere più agevole il confronto tra specialisti e permette di identificare soluzioni immediate a questioni risolvibili a distanza, tramite applicazioni per l’instant messaging. L’altra variabile, che è ancora difficile da tenere sotto controllo, è quella dei risultati. Per cercare di arginare questo problema Hon (Health on the Net), organizzazione svizzera che gestisce il motore di ricerca Medhunt, sta progettando un filtro da applicare a Google perché indicizzi solo risultati sicuri. Lo stesso sta facendo un altro colosso hi-tech come Microsoft.

UNA NUOVA ALFABETIZZAZIONE DIGITALE. C’è però uno strumento che potrebbe rivelarsi più efficace: la progressiva presa di coscienza del fatto che il web non è un’enciclopedia a portata di mano, ma piuttosto uno spazio libero nel quale coesistono siti web autorevoli curati da professionisti e pagine affidate al pressapochismo di persone spesso incompetenti. Il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, proprio in occasione del Safer Internet Day, ha dichiarato: «Serve una nuova alfabetizzazione digitale e la scuola deve esserne protagonista». É quindi dai giovani che bisogna partire per tenere a bada le derive digitali dell’ipocondria.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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