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27 Marzo Mar 2018 1227 27 marzo 2018

Stazione spaziale cinese in caduta sulla Terra: le cose da sapere

Tiangong 1 ha le dimensioni di un autobus. E procede a una velocità di 8 km/s. Le possibilità che colpisca l'Italia? «Marginali». Ma l'evento porta con sé anche un significativo rischio ambientale.

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I telescopi di tutto il mondo stanno scrutando il cielo con apprensione alla ricerca della stazione spaziale cinese che dovrebbe rientrare nell'atmosfera nei primi giorni di aprile. Da quando la Cina ha ammesso che il rientro non sarà controllato si è infatti configurato il rischio che alcuni frammenti possano cadere a pioggia su diversi Stati, tra i quali anche il nostro. Ma quante sono le probabilità che questo modulo grande quasi quanto un autobus (pesa 7.600 kg, è lungo 10,5 metri e ha un diametro di 3,4 metri) si frantumi proprio nel vostro giardino? Lettera43.it lo ha chiesto all'astrofisico Gianluca Masi, direttore del Virtual Telescope.

1. Il guasto: annunciato nel 2016, sporca l'immagine del Dragone

Sono passati esattamente due anni da quel 21 marzo 2016, giorno in cui la Cina ha ammise di avere perso ogni contatto telemetrico con Tiangong 1 (letteralmente “Palazzo del Cielo 1”), il vanto dell'industria aerospaziale del Dragone mandato in orbita cinque anni prima. Un guasto inopportuno non solo per il danno all'immagine che arrecava al governo cinese, ma soprattutto perché avveniva proprio in concomitanza del delicato momento del rientro in atmosfera. Ci volle qualche mese perché Pechino, incalzata dai report di osservatori ufficiali e amatoriali, ammettesse che la stazione orbitante fosse ormai “precipitante” e fuori controllo. Da qui, attraverso aggiornamenti continui, calcoli su calcoli, stime su stime, siamo arrivati all’attuale previsione della data di rientro (ormai data dell'impatto) che, al momento, parrebbe fissata per il prossimo 2 aprile 2018.

2. La situazione: la stazione procede a una velocità di 8 km/s

Allo stato attuale, Tiangong 1 procede a una velocità di otto chilometri al secondo e sta tracciando una orbita a spirale attorno al nostro pianeta: impiega circa un'ora e mezza per fare il giro della Terra e a ogni giro è sempre più vicino a noi. Secondo gli ultimi dati, la stazione spaziale cinese in caduta libera ora sarebbe tra i 170 e i 150 chilometri d'altezza: di questo passo, raggiungerà la soglia critica entro la fine di marzo quando, a circa 70 chilometri, l'atmosfera più densa surriscalderà ciò che resta del suo corpo facendolo con ogni probabilità esplodere in aria.

3. Il rischio ambientale: in pancia al Tiangong 1 tetrossido e monometilidrazina

Se la stazione orbitante esploderà come un fuoco d'artificio a una settantina di chilometri d'altezza o riuscirà a precipitare al suolo relativamente integra (l'impatto con l'atmosfera la frammenterà comunque), dipende molto anche dal propellente che ha ancora nei serbatoi: la Cina, che ha negato fino all'ultimo lo stato “out of control” della navetta, non ha intenzione di comunicare simili dati, anche perché si tratta di sostanze altamente inquinanti in grado di rappresentare una seria minaccia per l'ecosistema nel quale dovessero spargersi. Secondo alcune stime, nel corpo del Tiangong 1 si troverebbero non solo 350 chili di propellente, ma anche 230 di tetrossido di azoto e 120 chili di monometilidrazina in quattro serbatoi da 230 litri l'uno.

4. Dove potrebbe cadere: «possibilità marginali» che colpisca l'Italia

Stando alla sua orbita attuale (ma calcoli più precisi potranno essere fatti solo a ridosso dell'evento),«la regione interessata dall’eventuale caduta di frammenti si estende dalla latitudine 42,7 nord alla latitudine 42,7 sud, dunque è molto vasta», dice l'astrofisico Gianluca Masi, che puntualizza: «vi rientra anche il territorio italiano a sud di Firenze». Tuttavia, dicono gli scienziati, le probabilità che uno dei pezzi del Palazzo del Cielo non solo cada in Italia ma addirittura colpisca qualcuno sono pari a quelle di essere centrati per due volte nello stesso anno da un fulmine. Lo stesso Masi parla di «possibilità marginali». All'interno della zona rossa rientrano anche parte della Francia, la penisola iberica, il Medio Oriente, Africa, Americhe e, ovviamente, gli oceani. Perciò è molto probabile che i pezzi metallici che potrebbero sopravvivere all'impatto con l'atmosfera finiscano in mare o in un deserto. Dato che il pericolo per noi è remoto, è allora consigliabile di godersi almeno lo spettacolo: «Sul sito del Virtual Telescope tutti avranno l’opportunità di spiare questo singolare oggetto spaziale mentre sfila per una delle ultime volte tra le stelle», dice Masi, «prima che bruci nella nostra atmosfera». Cosa vedremo di preciso? «Un piccolo punto di luce muoversi tra le stelle, nel cielo dell’Arizona: solo qualche pixel, ma dal significato senz’altro speciale». La diretta è prevista qualche giorno prima dell'impatto, per il giorno 28 marzo 2018, a partire dalle ore 14.00.

5. I precedenti: dalla pioggia di frammenti del '79 alla caduta di Salyut 7

In passato, oggetti spaziali sono già caduti in zone abitate del pianeta, scatenando il panico. Il primo avvenimento di questo tipo risale al lontano 1979, quando i frammenti dello Skylab della Nasa piombarono in Australia, a Sud-Est di Perth. Con l'intensificarsi del lancio dei satelliti, sono aumentati in modo esponenziale anche i casi analoghi. Nel 1991 la base sovietica Salyut 7 precipitò in Argentina, nel 2015 a essere presa di mira da un oggetto di 20 chili fu la Spagna nei dintorni di Calasparra mentre, nel 2016, ciò che restava di un satellite mai identificato sfiorò una centrale nucleare in Sudafrica. Per non farsi trovare impreparata, e nonostante le previsioni sembrino rassicuranti, la Protezione Civile ha comunque già diramato un comunicato stampa che contiene alcune semplici regole da osservare, tra cui: restare negli edifici, lontano dalle finestre; ripararsi ai piani bassi, preferibilmente vicino ai muri portanti; mantenersi alla distanza di almeno 20 metri da eventuali frammenti, che potrebbero risultare tossici.

6. "Spazzatura spaziale": nell'atmosfera viaggiano oltre 23 mila rottami

Il problema dei rifiuti spaziali sembra destinato a diventare sempre più pressante nel prossimo futuro: oggi una fitte nube di oggetti metallici non più funzionanti circonda il nostro pianeta. I dati più recenti parlano di circa 23 mila rottami dal diametro superiore ai 10 centimetri e di mezzo milione di schegge che vanno da uno a 10 centimetri, cui si aggiungono oltre 100 milioni di particelle più piccole. Se questi nugoli non rappresentano un rischio per noi, possono però costituire un serio problema per gli astronauti e persino creare frizioni diplomatiche: nel 2013 il satellite russo Blits si scontrò con uno sciame di frammenti di una sonda meteorologica cinese che Pechino aveva distrutto anni prima con un missile perché fuori uso. In questo modo, si evitò il ritorno in atmosfera, ma l'esplosione provocò oltre 3mila detriti che vagavano incontrollati. Al momento, nello spazio, non vale ancora la regola che “chi sporca pulisce”, ma molto presto bisognerà interrogarsi sulle responsabilità civili e penali degli Stati e dei privati per evitare incidenti tra le cancellerie.

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